Dietro i luoghi comuni e gli sfottò reciproci, c’è un legame secolare ormai inestricabile. Fatto di cultura, arte, filosofia. E pallone

Il luogo comune fra Italia e Germania è una nazione europea a parte. Meriterebbe un inno, una capitale e una bandiera.

Loro sono quelli del surplus commerciale. Noi quelli del debito. Loro sono disciplinati e prevedibili. Noi caotici ma fantasiosi. Loro sono quelli che il calcio si gioca in undici e alla fine vincono i tedeschi, salvo quando incontrano gli azzurri (1970, 1982, 2006, 2012). Loro e noi usiamo le parole “italiano” e “tedesco” sia in senso di elogio sia in senso di offesa.

In termini storici siamo le grandi nazioni più recenti dell’Europa occidentale. Quando Francia, Spagna, Portogallo e Gran Bretagna erano imperi, noi eravamo accozzaglie di staterelli, con l’eccezione del Mezzogiorno unito dai Borboni e dalla cultura filosofica tedesca imposta dalla Santissima Trinità dell’idealismo Schelling-Fichte-Hegel.

Secondo il livello culturale, l’Italia per la Germania è il paese dove fioriscono i limoni (Johann Wolfgang Goethe), della morte a Venezia di Thomas Mann e degli amori di Arthur Schopenhauer. Oppure sono le pensioni romagnole dello slogan “carbonara e una coca cola”, tormentone demenziale del gruppo tedesco Spliff datato 1982. Nel testo in italiano maccheronico, o forse crautesco, noi siamo il paese delle Brigade (sic) Rosse e della Mafia, dove regnano i gelati Motta e «la distruzione della lira»: lo sfascio valutario come vocazione etnica.

Noi per loro siamo viaggio e divertimento. Loro per noi sono il lavoro che da noi non c’era, le fabbriche di un secondo dopoguerra dove noi e loro avevamo da farci perdonare le atrocità dell’Asse nazifascista, rimpiazzato dal binomio democristiano ed europeista fra Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer.

L’Italia del boom cresce con le rimesse degli emigranti, quando gli africani eravamo noi. Si diverte con i passi di danza delle gemelle Kessler da Nerchau, Sassonia, e sogna la brandeburghese Solvi “chiamami Peroni” Stubing, scomparsa lo scorso luglio a Roma.

Poi arrivano gli anni Settanta e Ottanta, il terrorismo e la strategia della tensione nei due paesi chiave per la dialettica dei blocchi est-ovest. Sono gli anni segnati dal motto di spirito di Giulio Andreotti («Amo tanto la Germania che ne preferisco due»), spazzato via dalla riunificazione. Da lì in avanti, è cronaca.

Oggi il borsino dell’amore-odio italotedesco è in rialzo dopo il gelo provocato dalla raffinata definizione berlusconiana della cancelliera Angela Merkel. Tutto perdonato. Le relazioni fra Italia e Germania hanno superato ben altre tempeste. Dimenticare è l’unica via.

Loro sono il nostro lasciapassare in sede europea. Noi, con la nostra incapacità di attenerci ai parametri sul deficit, siamo il loro alibi per sfondare le prescrizioni sulla bilancia commerciale e per vendere macchine migliorate dalla componentistica del Lombardo-Veneto.

La Germania è il primo partner dell’Italia nelle importazioni e nelle esportazioni con un interscambio record di 112,1 miliardi di euro nel 2016 (52,7 di export verso la Germania e 59,4 di import dalla Germania). I francesi, nonostante i loro raid, sono secondi a grande distanza (76,4 miliardi) e gli Usa terzi con volumi più che dimezzati (50,8 miliardi).

Ma il gioco dell’ipocrisia non serve solo ai profitti e alla ripresa economica. L’Europa siamo noi. Anche altri. Ma noi più di altri e forse proprio perché per secoli, mentre gli altri si avventuravano in Africa o in Asia, noi rimanevamo con i nostri limoni e crauti, con la Cappella Sistina e il mondo come volontà e rappresentazione.
E ormai è chiaro. Noi significa noi insieme con loro.

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