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Salvini, Meloni e lo zio d’America. Si chiama Steve Bannon, ma è senza soldi

Licenziato da Trump, il profeta del sovranismo ha varcato l’Atlantico a caccia di soldi. Solo in Italia però ha trovato applausi e un palcoscenico. E la sua rete globale per ora è gestita da un appartamento di Bruxelles unicamente con quattro collaboratori

Steve Bannon? Un tipo sciatto (sloppy) a caccia di un nuovo lavoro. Ai primi di gennaio di quest’anno, Donald Trump ha liquidato così, via Twitter, il suo ex consigliere e capo della propaganda, il pilota della gioiosa macchina da guerra (cit.) che nel 2016 portò alla Casa Bianca il presidente meno presidenziale della storia Usa. A nove mesi da quella manganellata digitale, una botta che gli ha tolto di colpo credibilità politica e i dollari, a milioni, di molti ricchi finanziatori, Bannon ha finalmente trovato una scialuppa a cui aggrapparsi per non affondare nel mare dell’irrilevanza politica. Dopo una lunga traversata, l’ex chief strategist di Trump è approdato sulle coste italiane, accolto da amici potenti e da una rumorosa claque mediatica. The Movement, la fondazione con base a Bruxelles che si propone di diventare il megafono del Bannon pensiero, ha ricevuto l’entusiastica adesione di Matteo Salvini, per conto della Lega. Mentre dalle file dell’opposizione anche Giorgia Meloni ha schierato Fratelli d’Italia nelle truppe d’assalto della crociata sovranista.

Tra comparsate televisive, dichiarazioni ai giornali e, infine, come ospite comiziante ad Atreju, la festa della destra chez Meloni, il corpulento messia del sovranismo ha raccontato di un mondo oppresso dalle élite globaliste, dai burocrati di Bruxelles fino ai voraci banchieri di Wall Street, inneggiando a un’imminente pacifica rivoluzione che riconsegnerà ai popoli l’ultima parola sul proprio destino. Il tutto condito con i riferimenti classici ai complotti di George Soros e all’invasione islamica. Un copione collaudato, che come era largamente prevedibile ha scaldato i cuori della tifoseria cosiddetta sovranista. Tanto clamore mediatico ha però contribuito a oscurare alcuni decisivi dettagli che aiutano a comprendere il senso e gli scopi della tournée italiana di Bannon, 64 anni, già banchiere a Goldman Sachs, poi produttore cinematografico e infine animatore della nuova destra populista Usa.

Le lodi sperticate a Salvini e al primo ministro ungherese Viktor Orbán, descritti dal sedicente rivoluzionario americano come i campioni della nuova Europa dei popoli, servono anche a nascondere il fatto che altre forze in grande crescita della destra europea, come i tedeschi dell’Afd o i Democratici svedesi, reduci dal recente successo elettorale, hanno fin qui preferito far da sé, declinando gli inviti a sostenere il progetto di rete globale populista promosso dall’ex consigliere di Trump.

Dalla Francia invece l’annunciata adesione del partito di Marine Le Pen è stata più volte rinviata. Lo stesso Orbán, che guida un partito alleato in Europa con Forza Italia e con la Cdu di Angela Merkel, non si è mai formalmente associato alla neonata creatura politica di Bannon.

The Movement parte da Bruxelles, dove ha la sede, ma per ora si ferma a Roma. Non sono stati resi noti i nomi di eventuali finanziatori e restano nel vago anche i dettagli organizzativi dell’iniziativa, che ha uffici provvisori nella capitale belga e uno staff ridotto all’osso: quattro, cinque persone. Non è chiaro neppure quali saranno in concreto i rapporti tra una rete che ambisce ad essere europea e i singoli partiti nazionali che ne faranno parte.


Fratelli d’Italia, per esempio, si è già mossa per conto proprio. Lo ha fatto in tutta riservatezza, senza dichiarazioni o annunci ufficiali. Nei giorni in cui si preparava a incontrare Bannon per mettere a punto i dettagli dell’intesa con l’amico americano, Giorgia Meloni ha infatti firmato le carte che hanno dato vita a una nuova entità politica. Un movimento che batte bandiera europea, ha sede a Bruxelles e si è dotato di uno statuto ad hoc per ricevere finanziamenti dalla Ue.

Questi soldi andranno quindi a sostenere l’attività di un partito fieramente sovranista, schierato in prima linea, almeno a parole, nella battaglia contro le lobby dei cosiddetti eurocrati. Ma, come noto, pecunia non olet, e così il 31 agosto scorso è stato depositato lo statuto della neonata “Alliance pour l’Europe des nations” (Aen), associazione senza scopo di lucro presieduta da Giorgia Meloni.

Con l’incarico di tesoriere troviamo il milanese Carlo Fidanza, deputato di Fratelli d’Italia con un passato da europarlamentare, mentre il suo collega Francesco Lollobrigida, capogruppo del partito alla Camera, è stato nominato segretario. Un’associazione omonima, legata alla vecchia Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, era stata costituita in Lussemburgo, ma dal 2009 risulta inattiva. Dai documenti appena depositati si scopre che Aen dispone anche di una fondazione collegata, sempre con base a Bruxelles, nata l’ultimo giorno di agosto e presieduta da Marco Scurria, fino al 2014 al Parlamento europeo per Fratelli d’Italia. Carte alla mano, quindi, sembra probabile che in vista delle elezioni europee del prossimo maggio Giorgia Meloni si prepari a giocare in proprio nella partita dei fondi europei. Sul fronte della propaganda, invece, il megafono di The Movement potrebbe tornare utile per mobilitare gli elettori nel segno delle nuove parole d’ordine sovraniste.

In effetti, a ben guardare, la campagna promozionale, è già partita a tutta velocità. E con ottimi risultati. Nell’Italia a guida populista, c’è un ministro dell’Interno, nonché vicepremier, che ha colto al volo l’occasione di iscriversi al partito di Bannon, il trumpista della prima ora. Giorgia Meloni, come detto, si è accomodata su uno strapuntino. E perfino il presidente designato della Rai, il giornalista Marcello Foa, si è arruolato in tempi non sospetti tra i sostenitori del loquacissimo ideologo dell’ultradestra americana. Come L’Espresso ha già raccontato, l’8 marzo scorso, pochi giorni dopo le elezioni politiche in Italia, Foa era con Salvini quando in gran segreto il leader della Lega ha incontrato a Milano per la prima volta Bannon. Il quale era reduce da un pranzo in suo onore offerto a Lugano dal miliardario svizzero Tito Tettamanti. Anche in quell’occasione Foa, buon amico di Tettamanti, era tra gli invitati.

Al netto degli spot dei giorni scorsi, comunque, l’avventura europea dell’ex stratega di Trump resta disseminata di incognite. Se non altro per una questione di soldi. Meno di due anni fa, il marchio Bannon muoveva milioni di dollari in una girandola di iniziative mediatiche: il sito di news Breitbart, la società di ricerca e investigazioni Government accountability institute e Cambridge Analytica, il colosso del marketing politico online. Tutto ruotava attorno al carismatico leader della nuova destra, coinvolto a vario titolo nella gestione della macchina del consenso che ha contribuito a creare le fortune elettorali di Trump.

Ad agosto dell’anno scorso, però, il piedistallo che reggeva Bannon e la sua macchina da soldi è crollato all’improvviso. Trump ha messo alla porta il suo consigliere, che con le sue uscite estemporanee e il suo carattere invadente era finito in rotta di collisione con gran parte dello staff della Casa Bianca (un ambientino già molto litigioso di per sé) a cominciare dalla figlia del presidente, Ivanka. Il divorzio ha avuto conseguenze quasi immediate anche sul piano finanziario. La famiglia Mercer, i miliardari che avevano finanziato la macchina propagandistica di Bannon, hanno fatto capire al loro protetto che era meglio cambiare aria. I loro rapporti di lunga data con Trump non potevano essere messi a rischio dalle intemperanze di un consulente politico con manie di grandezza. Tra l’altro, proprio in quelle settimane, nell’autunno dell’anno scorso, l’inchiesta giornalistica internazionale Paradise Papers aveva rivelato i miliardi nascosti offshore di Robert Mercer, il riservatissimo investitore di Wall Street che gestisce un patrimonio immenso accumulato con gli hedge fund, i fondi speculativi.
Nel marzo scorso l’effetto domino ha finito per colpire anche Cambridge Analytica, travolta dallo scandalo dei dati di milioni di elettori venduti a Facebook. A maggio la società ha dichiarato bancarotta, ma Bannon era già uscito di scena, costretto dalle circostanze a ritagliarsi un ruolo, più defilato, alla testa di una nuova iniziativa, Citizens of the American Republic”, nata per mobilitare gli elettori repubblicani in vista delle elezioni Usa di mid term in programma a novembre.

Poca cosa davvero per un personaggio dall’ego extralarge e dalle ambizioni globali, che adesso, per rilanciare se stesso, ha varcato addirittura l’oceano con grandi obiettivi politici, ma senza dimenticare il portafoglio, visto che l’azienda Bannon, dopo i fasti degli anni scorsi, ora deve trovare nuovo carburante finanziario. Non è un caso, quindi, che l’alleato di Salvini abbia partecipato ad alcuni eventi a pagamento come quello organizzato a Zurigo sei mesi fa dal giornale svizzero di destra Die Weltwoche davanti a una platea di un migliaio di spettatori.


Finanziatori cercasi, quindi, anche perché The Movement per ora assomiglia molto a una scatola vuota. L’associazione risulta iscritta al registro pubblico di Bruxelles nel gennaio del 2017, quindi molto prima che Bannon facesse il suo rumoroso ingresso in scena nella politica europea. Fondatore, presidente e tesoriere sono la stessa persona, Mischaël Modrikamen, un avvocato belga dalla carriera piuttosto movimentata.

Conosciuto in patria per le sue iniziative in difesa dei piccoli azionisti delle banche, Modrikamen di recente è inciampato in un’inchiesta penale, con tanto di perquisizione domiciliare della polizia, per una storia di presunte malversazioni di fondi pubblici europei per la politica. La vicenda è quella che ha portato alla prematura scomparsa dell’Adde (Alliance pour la démocratie directe en Europe) di cui il collaboratore di Bannon è stato promotore e vicepresidente. Liquidata dal diretto interessato come il frutto di un complotto di oscure forze globaliste, l’indagine è ancora in corso. Nel frattempo Modrikamen, 52 anni, gran passione per le pubbliche relazioni, è diventato una sorta di portavoce ufficiale della rete globale dei sovranisti e vagheggia nuove alleanze politiche da un capo all’altro del globo.

«L’anno scorso sono stato invitato all’inaugurazione della presidenza Trump, ero l’unico politico belga ad essere presente. Sono stato ai vari party ed ho incontrato i futuri ministri», racconta all’Espresso l’avvocato belga, che in patria ha fondato il minuscolo Partie Populaire, in prima linea contro “l’invasione islamica” e il potere delle élite globaliste. Nel 2014, alla prova delle urne, non è andata granché bene: un solo deputato eletto, lo stesso risultato di quattro anni prima. Intanto, però, Modrikamen aveva già trovato una sponda all’estero per le due iniziative. L’alleato si chiama Nigel Farage, il leader del partito sovranista Ukip, destinato di lì a un paio di anni a vincere la sfida della Brexit.

Anche Farage figura tra i fondatori dell’Adde, l’alleanza su scala europea, insieme ad altre formazioni di estrema destra come i francesi di Debout la France, Ordine e giustizia della Lituania e i Democratici svedesi. Ma in questa storia di alleanze nel nome del sovranismo, il ruolo di Farage si rivela decisivo perché ha creato il contatto tra Modrikamen e il suo nuovo leader di riferimento, l’americano Bannon. Era stato il politico inglese a fare il nome dell’avvocato di Bruxelles all’ex consigliere di Trump, che era alla ricerca di un uomo di fiducia nel Vecchio Continente.

Il presidente di The Movement racconta così il loro primo incontro, 15 luglio scorso a Londra, in un ristorante nell’elegante quartiere di Mayfair. «Ci siamo capiti subito, stesse idee, stessa visione del mondo. Bannon mi diceva: “Io potrei finire le tue frasi, e tu le mie”». Affare fatto, quindi. Il politico belga poteva già mettere a disposizione dell’alleato l’associazione fondata l’anno precedente insieme alla moglie, Yasmin Dehane, presidente del Partito popolare, e a Laure Ferrari, grande amica di Farage.

Siamo nel luglio scorso e The Movement era ormai pronta a prendere il largo. In Italia, con Salvini e Meloni ha già fatto il pieno di passeggeri. Resta da vedere chi altro in Europa sarà disposto a fidarsi di Bannon. Lo sloppy Bannon, per dirla con Trump.

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