Pubblicità
Attualità
ottobre, 2018

Cara sorella, ti spiego perché faccio l'operatrice umanitaria (ma ne parlo poco)

La risposta al racconto di Valeria Parrella della sorella al lavoro per Medici senza Frontiere. Tra la sensazione di vivere in due mondi diversi e quel bisogno di volere per gli altri il bene che chiedi per te stesso

La persona di cui Valeria ha parlato nel proprio articolo, ‘A casa mia c’è chi li aiuta a casa loro’, qualche settimana fa sull’Espresso, sono io, Adriana. Come lei si aspettava, sono rimasta scossa, era facile prevederlo.

Immaginate di svegliarvi una mattina e, ancor prima di aver bevuto il caffè, scoprire che la vostra vita è stata descritta a vostra insaputa su una rivista a tiratura nazionale! Mia sorella si è giustificata dicendo che, non avendo menzionato il mio nome, pensava non fossi identificabile. Chi glielo spiega, come funziona internet?

Dicono che una delle doti degli operatori umanitari sia la capacità di affrontare momenti difficili. Quindi, da meditatrice quale sono (questo, mia sorella non l’aveva scritto), mi sono messa al lavoro per capire le cause del mio disagio (ok, non esattamente ‘subito’: dopo 4 giorni di assistenza psicologica di una task force di amici in diverse zone del globo, che monitoravano i social filtrando i commenti sgradevoli e vegliavano sul passaparola nocerino).

Ho così compreso che in questa circostanza avrei voluto che Valeria fosse più sorella, e meno scrittrice. Perché è la sorella, non la scrittrice, che dopo interminabili viaggi aerei chiamo per dire che sono arrivata; è alla sorella, che mando foto da Damasco con le mimose in mano per rassicurarla (e solo lo sguardo di una sorella può rilevare che in un angolino della foto ci sono le persiane abbassate anche se è giorno, indovinandone il motivo); ed è chiaramente a lei che dico che il collega con cui ho viaggiato su una jeep poggiata su una zattera è proprio simpatico. È anche a lei che non racconto tanti dettagli, perché so che da qualche parte è lì che soffre con me e ho paura che la realtà sarebbe troppo pesante.

Valeria dice che, di questi quindici anni di volontariato e missioni, non ho mai parlato molto. Sentendomi chiamata in causa, e considerato che accogliere la realtà è meglio che rifiutarla, proverò a rispondere ciò che è vero per me.

L’intervento
"Sapete davvero cosa fa e come vive ogni giorno chi lavora per le Ong? Ve lo racconto io"
28/8/2018
L’operatore umanitario sa quanto è importante testimoniare, ma effettivamente a volte racconta poco: forse perché il mondo a cui ritorna è troppo lontano da quello verso il quale è partito, e coprire questa distanza è difficile. Quando vedo che siamo più attirati da un qualunque video buffo che sconvolti dai cadaveri di bambini nel Mediterraneo, mi chiedo se il mondo in cui ho visto una ragazza morire di colera a pochi metri dall’ospedale sia davvero lo stesso in cui vado al cinema con i miei amici.

Ricordo la mia prima missione, sei mesi con Medici Senza Frontiere in Repubblica Centrafricana (dove, Vale, l’Ebola non c’è mai stato, per fortuna): lì non solo non c’era whatsapp ma neanche cellulare né telefono fisso, avevamo un computer in sei con una connessione che si appoggiava al satellitare e per raccontare quel che succedeva alle nostre famiglie, scrivevamo tutto in Word e poi criptavamo il messaggio, per strapparci un po’ di privacy e dire davvero come ci sentivamo. In sei mesi avevo visto la mia prima estrazione di proiettile, un bambino morire, un altro sopravvivere. Avevo ventisette anni.

Ricordo che passammo ore chiusi in dieci in una stanza piccola, perché eravamo sotto fuoco incrociato. Ricordo che andando al mercato scoprii come in un paese in guerra ognuno vende quel che trova, perché è in fuga continua e non può coltivare. Ricordo che per fare una frittata ad una compagna malata avevo comprato tre uova, andando da tre donne diverse, perché ognuna ne aveva da vendere solo uno. Ricordo di aver dormito male, quella notte, nel dubbio atroce di aver comprato per una sola persona, tutte le uova che c’erano al mercato. Ricordo di essere rimasta incantata a spiare per minuti un ragazzino che stava riprendendosi dalla fame; era scheletrico, ma seduto sul suo giaciglio, con lo sguardo ancora perso in un vuoto in cui io non c’ero, iniziava finalmente a mangiare cibo solido, e lentissimamente, lentissimamente, portava alla bocca uno spicchio di arancia, e pianissimo pianissimo lo masticava, e io sentivo che ad ogni movimento della mandibola si allontanava sempre più dalla morte, e mi sembrò una delle cose più belle che avessi mai visto.

E ricordo il ritorno: arrivata a Roma, la stazione mi era sembrata enorme e pulita. Mi sembrò incredibile che al mondo ci fosse tanta roba. Tanti oggetti, tanti colori, tanti materiali, tanti nomi di prodotti, tante marche, tanta varietà di un solo prodotto. Vedevo gente andare e venire, e con loro brandelli di discorsi. C’erano distributori automatici, e mi stupì che le persone venissero lasciate morire e gli oggetti fossero protetti da vetri. Le persone non mi sembravano particolarmente felici in tutto quel benessere e me ne stupii, ma poi pensai che all’infelicità ognuno ha diritto, anche se forse basterebbe spostare un po’ lo sguardo per soffrirne un po’ di meno.

Saltai sul treno che dovevo sembrare un’aliena: uno zaino enorme, e tre magliette una sopra l’altra, perché in Italia ormai era autunno e faceva fresco, e io non mi ero portata maglioni. Guardavo fuori, e il mondo non mi era mai sembrato tanto incomprensibile. Ricordo che c’era un uomo, seduto di fronte a me, che aveva notato il logo sulla mia maglietta. Mi rivolse la parola e mi disse:

È bello, quel che fate.

Io lo guardai e mormorai un Grazie, poi mi sforzai di continuare a guardare fuori: perché non mi vedesse piangere di sollievo.

Ecco, penso che se fosse stato oggi, forse quella persona sul seggiolino di fronte non ci sarebbe stata. Sarei rimasta a guardare fuori pensando che il mondo è incomprensibile, non sicura che sia un bel posto, per cui valga la pena continuare a lottare.

È lì che mi rendo conto che essere un operatore umanitario vuol dire farsi espressione di una società civile – ovvero di persone - che quel che di buono desiderano per sé, lo vogliono e chiedono anche per gli altri;
è, semplicemente, essere le gambe e le mani del signore sul treno; di tua zia che a fatica mette da parte 30 euro perché dei bambini che non conosce vengano curati; dello studente che va alle manifestazioni contro la guerra; dei genitori che non accettano che figli di altri possano morire annegati; del ragazzo che va ad accogliere i migranti al porto; della madre, del padre e della sorella che ti hanno mostrato la libertà, e come usarla; e anche della scrittrice.

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità