Quindici, sedici, ventidue, ventisei. Sono i numeri che indicano i 37 migranti salvati lo scorso 7 gennaio a largo della Libia dall’ong SOS Mediterranée. Mentre, dopo più di un’ora dall’attracco e i controlli sanitari svolti a bordo della nave, attraversano, in silenzio, con lo sguardo a terra, la passerella che dall’imponente Ocean Viking arriva al porto di Ancona. Dodici minori, due donne, ventitré uomini adulti erano scalzi fin quando gli operatori della Croce Rossa non hanno dato loro scarpe e coperte che si sono premuniti di portare.
La macchina dell’accoglienza alla Banchina 22 del porto di Ancona ha funzionato benissimo. Perfino troppo secondo alcuni che, per ingannare il tempo e il freddo durante l’attesa, scherzavano: «Diventeremo il porto principale per gli sbarchi in Italia. Vista l’organizzazione che abbiamo messo in piedi». Eppure, è stata la prima volta per tutti: per la città capoluogo della regione Marche, aperta, di mare, abituata all’accoglienza e all’incontro di popoli e culture ma che non aveva mai messo in piedi l’organizzazione necessaria allo sbarco di migranti salvati dalle ong nel Mediterraneo. Per la maggior parte degli operatori di Croce Rossa, Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Guardia Costiera, dell’Autorità portuale che non avevano mai, prima del 10 gennaio 2023, presidiato un’area coinvolta nello sbarco dei migranti. «Siamo purtroppo abituati alla gestione delle emergenze a causa dei disastri naturali che hanno colpito le Marche. Quando la Prefettura ci ha chiamati per partecipare alle operazioni di accoglienza abbiamo subito messo in moto il sistema. Sono arrivati operatori da ogni parte della Regione», dice Emanuele Baio, delegato regionale per l’emergenza della Croce Rossa Italiana, che arriva da Pesaro, a cui tutti fanno domande per capire come gestire la situazione.
É stata la prima volta anche per i cittadini del capoluogo marchigiano. Che, come spiega Giordano Pierlorenzi, direttore dell’Istituto europeo di psicologia e ergonomia Poliarte di Ancona «hanno il mare nel dna e il porto nel cuore. Sono un popolo che accoglie da sempre, anzi che si fonda sulla capacità di inglobare e integrare culture diverse». Si sono dati appuntamento fuori dall’area portuale per dare vita «a un comitato di benvenuto per i migranti. Perché accogliere non significa solo coordinare le operazioni di sbarco ma anche favorire l’integrazione», racconta Valentina Giuliodori dell’associazione Ambasciata dei diritti, che dal 2006 si batte affinché vengano riconosciuti i diritti fondamentali a tutte le persone che abitano il territorio. «É stata un’iniziativa spontanea nata in meno di 24 ore. C’erano famiglie, bambini, migranti, centri sociali, tantissime associazioni da tutta la Regione che si sono riunite sia per dimostrare la volontà di accogliere, sia per protestare contro un decreto che accresce la sofferenza sulle spalle di persone che già ne hanno vissuta tanta. Senza alcun motivo valido».
Come spiega anche Valeria Mancinelli, sindaca di Ancona, che ha passato la serata sulla Banchina 22 in attesa dell’arrivo dell’Ocean Viking, il sistema di collocamento dei migranti che arrivano in Italia funziona a livello nazionale, sulla base delle indicazioni del ministero dell’Interno e del coordinamento delle prefetture: «i migranti che sbarcano nei porti del Sud sono redistribuiti in tutto il Paese, attraverso i Cas e nei Comuni che partecipano ai progetti di accoglienza coordinati dal Ministero. Ancona da anni ospita strutture d’accoglienza, non è una novità per noi.
L’aver accolto le navi delle ong al porto non ci ha causato alcun disturbo, siamo pronti a rifarlo ogni volta che verrà richiesto. Non conosco la logica dietro al decreto del governo Meloni ma credo che, paradossalmente, possa portare sollievo a quei porti che, invece, di solito sono gli unici coinvolti in questo tipo di operazioni. Diversa è la valutazione da fare in relazione alle condizioni di chi deve essere soccorso. Ma nello specifico di questo non entro, perché non è mia competenza, io amministro la città», conclude la sindaca sottolineando, però, come oltre a dividere gli sbarchi sarebbe importante occuparsi anche di un’equa distribuzione dei migranti in Italia e in Europa.
Per il prefetto di Ancona Darco Pellos, dopo anni d’esperienza a Trapani, gestire lo sbarco e il ricollocamento dei migranti non è stato difficile: «Abbiamo seguito le indicazioni del ministero dell’Interno. C’è stata collaborazione da parte di tutte le Istituzioni, perché la Repubblica non è fatta da un soggetto soltanto. Ma dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane e dallo Stato. Così quando tutte le forze si mettono insieme realizzano il dettato costituzionale. Ogni sbarco, però, è a sé perché le persone sono diverse. Puntiamo a fare altrettanto bene anche per Geo Barents», la nave dell’ong Medici senza frontiere il cui arrivo al porto di Ancona avverrà con 24 ore di ritardo a causa del maltempo e del mare molto agitato che i 73 migranti a bordo e l’equipaggio sono obbligati ad affrontare. Resta da capire se il nuovo decreto del Governo per la gestione dei flussi migratori porti, oltre a un prolungamento della sofferenza per i migranti, a una crescita delle spese e delle difficoltà per le ong, anche a un aumento dei costi per lo Stato. Per la gestione dell’accoglienza di chi, dopo un lungo viaggio, viene ogni volta fatto scendere in un porto diverso d’Italia, non il più vicino.