Il 2018 è anche l’anno nel quale i temi del movimento #MeToo esondano dal dibattito pubblico. Si alleano con penne acuminate. Ed entrano a piedi uniti tra le pagine più interessanti dei giovani autori.
Vittime colpevolizzate che trovano vie di riscatto. Mogli che mentono per proteggere i mariti. Giovani accusatrici algide e ambigue. E abusi ovunque: in ufficio, nelle aule universitarie, tra le corsie d’ospedale, alle feste studentesche. A leggere la narrativa più recente, cronaca e fiction si sovrappongono di continuo.
Del resto, che #MeToo, santa alleanza tra Hollywood e donne comuni all’insegna della denuncia degli stessi soprusi, fosse destinato a lasciare il segno sulla letteratura era già chiaro da molti indizi: l’insistenza con la quale femministe antiche e nuove - l’implacabile Germaine Greer, la monologhista Eve Ensler, la contagiosa Chimamanda Ngozi Adichie non mollavano la presa - e al Salone del libro di Torino “Dopo, durante e oltre il #MeToo” è il titolo di un incontro che ha coinvolto scrittrici come Helena Janeczeck, Lidia Ravera, Alice Sebold, Loredana Lipperini.
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La mania di book club dove promuovere la lettura di romanzi scritti da donne, lanciati da Oprah Winfrey ed Emma Watson (“Our shared shelf” sul social Goodreads con 200 mila iscritte in due anni), e dilagati tra le lettrici di tutto il mondo. La percentuale di titoli con al centro storie di rabbia e di dolore trasformate in lezioni per altre donne, coi riflettori dei primi letterari puntati addosso: il Dylan Thomas in Gran Bretagna, per esempio, riservato ad autori sotto i 40 anni: a contenderselo la raccolta di racconti “Her Body and Other Parties” di Carmen Maria Machado (per il New York Times una delle scrittrici che sta forgiando l’immaginario di questo secolo), “Primo Amore" di Gwendoline Riley (in Italia pubblicato da Bompiani) e “Parlarne tra amici” della giovanissima Sally Rooney (Einaudi), che scandaglia le disparità di coppia, le strade diverse della sofferenza maschile e femminile e una generazione profondamente inquieta.
Circolano, è vero, discutibili episodi di politicamente corretto applicato all’universo letterario: ostracismi verso autori accusati di molestie, come l’illustratore David Diaz (al bando il suo libro per bambini “Mario and the hole on the sky”), Sherman Alexie, pluripremiato autore di Seattle cresciuto tra i nativi di Wellpinit, e inchiodato per colpe sessuali da diverse scrittrici, e da ultimo Junot Díaz, premio Pulitzer appena bannato dal Sydney Writers’ Festival a seguito delle accuse di violenze della collega Zinzi Clemmons. E ancora più inquietanti degli editori che risolvono i contratti con scrittori-molestatori sono le notizie di censure sull’editoria considerata scandalosa.
Ma vale anche la tendenza opposta: contagiare le storie di quel percorso di liberazione reso popolare dal movimento #MeToo, e in Italia dalla narrazione preziosa di #quellavoltache, hashtag lanciato appena due giorni dopo la rivelazione di Asia Argento di aver subito violenza dal produttore Harvey Weinstein, che ha accolto migliaia di testimonianze di donne, poi riunite in un’antologia a cura di Giulia Blasi (Manifestolibri): un urlo collettivo, che è andato ben oltre i social media.
Nei paesi anglosassoni, i titoli che cavalcano l’onda neofemminista si rincorrono. Primo fra tutti, “The Female Persuasion” di Meg Wolitzer, con una scena iniziale che pare ricalcare i racconti di molte donne violentate: la violazione sfacciata, l’incapacità di difendersi, la paralisi che afferra il corpo, la bocca che si secca, in una festa dove tutti bevono e si divertono senza freni.
“Te la sei cercata”, le avrebbero detto, come titola il libro di Louise O’Neill, irlandese di Cork (pubblicata da Hot Spot, spin off della casa editrice Il Castoro), per sostenere esattamente il contrario: oggi più che mai è necessario rivendicare il diritto di essere bellissime, desiderabili, persino troppo ubriache per dire basta. E non per questo “cercarsela”. Il contrario è assecondare la misoginia. E la storia di Una, artista e scrittrice inglese che usa la forma della narrativa illustrata, in “Io sono Una” (Add editore), lo conferma: la colpa delle violenze non è delle vittime. Anche quando vestono in modo appariscente e tirano tardi la sera. Il suo graphic novel, con la’esplicita volontà di smarcare le ragazze dall’incultura della colpevolizzazione, va dritto al cuore delle cose senza troppe perifrasi: «Se sei femmina e qualcuno vuole dimostrarti quanto ti odia, probabilmente verrai chiamata puttana o qualcosa di simile».
Contro “I modi in cui ci viene insegnato ad essere ragazze”, titolo di un racconto firmato xTx, si scaglia anche l’americana di origini haitiane, bisessuale e femminista, Roxane Gay (di lei Einaudi ha pubblicato il memoir militante “Fame”), in una antologia intitolata “Not that bad: Dispatches from Rape Culture”.
Finora solo la fiction televisiva e cinematografica si era lasciata ispirare da #MeToo: “Lorena”, il riscatto di Lorena Bobbit in forma di docuserie arriverà su Amazon nel 2019; “Blockers” è già al cinema (in italiano con il titolo “Giù le mani dalle nostre figlie”), con storie di ragazze che decidono di perdere la verginità al ballo scolastico; “The woman in white”, classico vittoriano, va in onda, aggiornato ai tempi che corrono, sulla Bbc. E la stracitata trasposizione del “Racconto dell’ancella” dalla femminista cattiva Margaret Atwood (più vicina alle posizioni di Catherine Deneuve che a quelle del movimento) è tra le più potenti denunce della sottomissione della donna e dei corpi asserviti alla riproduzione. In una distopia che è sempre più spesso il genere narrativo che incornicia le storie più nuove: vedi la trilogia di “Binti” di Nnedimma Nkemdili Okorafor, scrittrice afroamericana di fantasy sempre alle prese con grintosissime eroine.
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«A dire la verità, ho cominciato a scrivere questo libro quattro anni fa e l’ho concluso l’estate scorsa, in tempi lontani da #MeToo. La coincidenza dell’uscita del libro con l’esplosione del movimento da una parte mi ha fatto piacere, dall’altra forse ne ha un po’ condizionato la lettura. Credo che #MeToo sia importante perché ha fatto convogliare la protesta mondiale in un soggetto politico. Non è un approccio con il quale mi sento a mio agio, ma gli riconosco un grande merito». Nel romanzo, i protagonisti e le dinamiche al centro del movimento globale ci sono tutti: il professore che abusa di una studentessa, senza mai rendersi conto veramente della gravità del gesto («Avevo amato una studentessa, l’avevo violentata»). La vittima che, denunciando, mette a soqquadro esistenze compassate («Perché lo faccio? Per me stessa. Perché non l’ho fatto prima? Perché non lo sapevo. Che cosa? Che ho subito una violenza»). Una compagna ufficiale dell’uomo, incredula e in attesa di un figlio. La comunità che avvolge tutto e giudica. Il linguaggio asfissiante che circonda le donne.
«C’è un lessico femminile, nella società, molto irritante. Io mi sono ispirata a un’amica che usa di continuo l’aggettivo “poverina” verso le donne, per qualunque ragione: c’è una commiserazione, nel linguaggio comune, che ci indebolisce in partenza. “Miden” vuole mostrare lo choc di una comunità di fronte alla violenza, senza parteggiare per nessuno. La descrizione dei personaggi è volutamente ambigua: la ragazza è fredda, distante; la compagna ferita, incapace di slanci, non suscita simpatia. Non c’è redenzione, in questa storia, ma neanche comprensione autentica di quanto è avvenuto».
Resta il senso di soffocamento, accentuato dall’uso delle parole: l’uomo che ha commesso il crimine è “il Perpetratore”; la ragazza violentata “la Subente”, e una Commissione aleggia su tutto: «Anche le comunità nate dalle utopie più belle, se si danno regole etiche, dovranno fare i conti con un monitoraggio continuo, asfissiante, dei comportamenti: è alla base dell’organizzazione sociale. Non avevo in mente la conclusione del romanzo: è nata in fase di scrittura. Solo dopo mi sono resa conto di aver reso omaggio, con le ultime parole del libro, a una scrittrice che amo molto e che mi ha influenzata: “Perché no”. Come il titolo di un libro di Joan Didion».
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Cerca la strada della verità il romanzo “espiatorio” di Ivan Jablonka, “Laetitia o la fine degli uomini” (Einaudi) sul caso di Laëtitia Perrais, rapita, accoltellata e strangolata in un sobborgo del nord della Francia nel gennaio 2011: ascoltando la voce di chi le è stato più vicino - la sorella, i genitori, gli amici, gli assistenti sociali - l’autore fa fuori una serie di trappole che circondano episodi simili e denuncia la violenza degli uomini. Della quale neppure i miti sono esenti: come ben mostra la riscrittura, a cura di Madeline Miller, di “Circe”, figlia di Helios e allontanata da Zeus.
«Scrivere il romanzo è stata un’esperienza molto inquietante», ha raccontato la scrittrice: «Scrivevo la mia storia, e quando mi interrompevo per guardare le news o leggere un giornale, i fatti di cronaca coincidevano perfettamente con ciò che stavo riferendo io: assalti sessuali, abusi, uomini che impedivano alle donne di avere qualunque libertà». Moderni Agamennone dal potere enorme che modellavano il mondo a loro immagine e somiglianza. Nella versione di Miller, Circe è violentata. Esiliata su un’isola deserta, questa indimenticabile figura traduce la solitudine in fierezza e indipendenza ante litteram: mai i marinai di Ulisse trasformati in maiali sono sembrati più attuali.