Set cinematografici. Spazi riconquistati. Itinerari segreti. E ora la biennale Manifesta. Viaggio in compagnia di scrittori, registi, artisti, operatori culturali. Protagonisti del grande risveglio del capoluogo siciliano

Si era insinuata sotto il pavimento antico di maioliche la radice della jacaranda che ombreggia il cortile, robusta come un ramo dell’albero dai fiori blu. L’hanno scoperta durante i lavori di restauro di Palazzo Butera, grandioso edificio settecentesco alla Kalsa, il centro storico di Palermo. In segno di rispetto per la natura l’hanno lasciata dov’era e adesso, sotto un vetro trasparente, fa parte del percorso espositivo voluto dal collezionista milanese Massimo Valsecchi, 74 anni, e dalla moglie Francesca Frua de Angeli.

Hanno acquistato due anni fa il palazzo di settemila metri quadrati - una sequela di saloni affrescati e una terrazza spettacolare - con l’intento di farlo restaurare e trasformarlo in un laboratorio aperto a tutti. Ospiterà la favolosa raccolta dei nuovi proprietari e una serie di iniziative rivolte al pubblico, le opere di Andy Warhol, Gilbert & George, Gerhard Richter, Annibale Carracci, la collezione di vasi in vetro Favrile di Tiffany e tanto altro. «Quando la famiglia Branciforti fece costruire l’edificio volle che la terrazza fosse più alta delle mura civiche, negando ai palermitani la vista del mare. Dopo quasi quattro secoli vogliamo riconnettere la città con il suo mare», spiega Valsecchi, mentre attraversiamo cortili e saloni, uffici e scalinate alla vigilia dell’apertura del palazzo, in occasione di Manifesta 12.

Cultura
Palermo, grand Tour sulle tracce di Goethe
28/6/2018
La biennale di arte contemporanea sbarca in questi giorni a Palermo (fino al 4 novembre) con il titolo “Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza”. Centinaia di opere disseminate dal centro alla periferia: il lussureggiante Orto Botanico, gli edifici storici Palazzo Forcella De Seta, Palazzo Costantino e Palazzo Ajutamicristo, il quartiere Zen. E, appunto, Palazzo Butera.

UNA STORIA DI ACCOGLIENZA
È riservato al punto da non possedere un telefono cellulare, Valsecchi. Ma quando parla di Sicilia, dove è approdato per la prima volta solo nel 2014 insieme alla moglie, tradisce una certa emozione. «La nostra epoca è caratterizzata dal fenomeno delle migrazioni», dice: «C’è chi in Europa e in altre parti del mondo reagisce alzando muri. Il valore che può salvare l’Europa invece è l’accoglienza e Palermo, per la sua storia millenaria così composita e stratificata, può rappresentare un punto di partenza per ripensare l’identità europea».

Basta una visita di pochi giorni per rendersi conto che oggi il capoluogo siciliano guarda al mondo puntando sulle proprie radici, sull’entusiasmo di chi è tornato, sulla buona volontà - e i “piccioli”, come chiamano i soldi - di chi viene da fuori, folgorato da tanta bellezza trascurata per troppi anni. Un’alleanza contagiosa tra generazioni. «All’inizio ero scettico, pensavo che Palermo non fosse pronta per un progetto del genere. Ora ho cambiato idea: la città ha una enorme sete di cultura», dice Claudio Gulli, giovane storico dell’arte che si occupa delle attività culturali di Palazzo Butera, rientrato dopo gli studi a Siena e alcune esperienze di lavoro all’estero. Nel frattempo anche il mondo guarda al capoluogo siciliano con occhi nuovi, o almeno ci prova.

Dopo l’inserimento nel patrimonio dell’umanità Unesco, quest’anno Palermo è capitale italiana della cultura (il calendario degli eventi sul sito palermocapitalecultura.it) e ospiterà per cinque mesi gli artisti di Manifesta 12, provenienti da tutto il pianeta. «La biennale ha scelto di intervenire sulla città per innescare processi duraturi, attraverso l’arte e progetti educativi», dice Mariachiara Di Trapani, coordinatrice dei rapporti tra il team dei curatori e la città, mentre sorseggia un caffè nel quartier generale di Manifesta, al Teatro Garibaldi. Il celebre paesaggista francese Gilles Clément, ad esempio, ha realizzato in pieno quartiere Zen “Becoming garden”, un giardino in collaborazione con gli abitanti, destinato a durare - si spera - anche dopo la manifestazione.

Se la città è in fermento, l’onda parte da lontano: già da qualche anno fotografi e registi, operatori culturali e scrittori lavorano per fabbricare un immaginario inedito, che fa i conti con la cappa mafiosa del passato - e del presente - ma non si arrende agli stereotipi. Il riscatto parte dall’elaborazione di una nuova topografia, dalla riconquista di spazi negati come La Marina, il lungomare diventato per decenni deposito di detriti dei bombardamenti. «Già Leonardo Sciascia aveva fatto notare che la Città aveva voltato le spalle al mare. Gli abitanti della Città rinunziano a cuor leggero alla tentazione di un panorama azzurro», scrive Roberto Alajmo in “Palermo è una cipolla” (Laterza), uno degli affreschi recenti più vividi della città. «Il mare si sente e si presuppone, ma non si vede mai da nessuna parte, né si vuole vederlo. Anche quando si è data una sistemazione provvisoria al Foro Italico, le persone hanno cominciato ad adoperare le panchine di marmo al contrario per non guardare il mare».

Il riscatto culturale è palpabile, malgrado la profonda crisi economica e sociale - oltre un giovane su due è disoccupato - la chiusura di alcune librerie storiche, la carenza cronica di spazi culturali, la diffidenza diffusa. E, come sostiene la scrittrice palermitana Evelina Santangelo «questo dividersi su quel che dovrebbe unire. Uno dei vizi di una città che, tra slanci e implosioni violente, tra contraddizioni e incompiutezze, ha comunque reso l’accusa di “irredimibilità” una forma nostalgica e cristallizzata di nominare le cose che intanto sono mutate». Eppure le cose riescono a cambiare, nonostante tutto. E il merito va anche alla scrittrice, che insieme a Paola Caridi dà vita a Panormos International Weeks, ciclo di incontri con scrittori al cinema Rouge et Noir, in un palazzo Liberty a fianco del Teatro Massimo. Mentre in molte città d’Italia le sale chiudono, qui ogni lunedì decine di giovani fanno la fila per vedere i film-cult della storia del cinema.

FORESTA BONIFICATA
Già, il cinema. E una certa tv. Che raccontano la realtà e Cosa Nostra con uno sguardo nuovo. Registi come Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, che in “Sicilian Ghost Story” narrano in chiave fiabesca la terribile vicenda del sequestro e dell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo. Oppure Pif, Pierfrancesco Diliberto, che in “La mafia uccide solo d’estate”, film e serie tv di Rai1, rievoca sul filo dell’ironia e del paradosso luoghi, fatti e personaggi della Palermo di fine anni Settanta, attraverso le vicende di una famiglia comune che abita in piazza Sant’Anna, in centro storico.

«Si può raccontare la mafia in un altro modo, diverso da quello tradizionale, cercando di far capire i meccanismi che stanno dietro a una mentalità radicata», ragiona Luca Ribuoli, regista della serie tv tratta dal film, a pranzo in una trattoria alla Kalsa insieme all’attore Carmelo Galati, rientrato dopo diciott’anni vissuti a Roma. È fiducioso il regista alessandrino, che ora lavora a un documentario su Palazzo Butera. «Palermo è una foresta bonificata. Si respira un’aria nuova, la città può rinascere, tornare a essere un faro nel Mediterraneo», aggiunge.

Una scelta drammaturgica, quella di raccontare la realtà mescolandola alla finzione, condivisa anche da Franco Maresco, con il suo consueto linguaggio sarcastico e tragicomico. Dopo “Belluscone - Una storia siciliana”, in queste settimane il regista palermitano sta realizzando “La mafia non è più quella di una volta” (titolo provvisorio), protagonista Letizia Battaglia, grande fotografa e simbolo dell’impegno contro Cosa Nostra. «Non è un documentario ma un film su tutto ciò che rende la vita insopportabile a Maresco», scherza Battaglia nel suo Centro internazionale di fotografia, inaugurato pochi mesi fa ai Cantieri culturali alla Zisa, aperto ad artisti di ogni parte del mondo e a progetti educativi con i ragazzi del posto.

C’è poi Roberto Andò, che fin dal primo lungometraggio, “Diario senza date” (1995), ha contribuito a ribaltare una certa visione di Palermo. È ambientato nella sua città anche “Una storia senza nome” (con Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassmann, Laura Morante e Renato Carpentieri, uscirà in autunno), una sorta di film nel film dal tono leggero, sullo sfondo del misterioso furto de “La Natività” di Caravaggio, avvenuto nel capoluogo siciliano nel 1969. Una vicenda piena di ombre su cui lavora la commissione antimafia, la quale di recente è arrivata alla conclusione che l’opera non è andata distrutta ma è stata venduta in Svizzera a un mercante d’arte dal boss mafioso Tano Badalamenti.

«L’unico modo per raccontare questa storia lacunosa è prendersi la responsabilità di farne una ricostruzione fantastica», dice Andò, che chiama in causa colleghi e maestri: «È la scelta anche di registi come Pif, che mostrano una sensibilità lontana dalla retorica di molte fiction televisive. L’agiografia dei magistrati, seppure meritevole, rischia di non contribuire alla crescita delle coscienze in una città a lungo oppressa da una narrazione obbligata, stretta fra mafia e “Gattopardo”. C’è un filo rosso che lega molti registi a Francesco Rosi e al suo capolavoro, “Salvatore Giuliano”, diventato modello di narrazione della realtà in chiave fantastica».

IN VESPA CON IL CINEFILO
A proposito di “Gattopardo” (1963), a Palermo c’è chi sa a memoria ogni singola scena del capolavoro di Luchino Visconti, e ogni location a partire dalla famosa terrazza di Palazzo Valguarnera-Gangi. «Tre anni prima di Visconti, Rossellini aveva girato nelle stesse zone “Viva l’Italia!”», sottolinea Mario Bellone, cinefilo appassionato e fondatore del leggendario circolo culturale La Base, che negli anni Settanta sfidava mafiosi e potenti. «Di questa città conosco ogni “balata”», scherza Bellone, riferendosi alle lastre di pietra che coprono le strade, mentre ordina una spremuta d’arancia al bar di fronte alla maestosa scalinata del Teatro Massimo, dove Francis Ford Coppola girò la scena finale de “Il padrino - parte III”.

Una passeggiata in Vespa con Bellone, che sta scrivendo un libro sulla storia “antropologica e morfologica” dei set a Palermo, è un viaggio nella storia del cinema tra vicoli arabi e bizantini, piazze, chiese normanne. Dai grandi classici di Vittorio De Sica e Damiano Damiani a “Baarìa” di Giuseppe Tornatore (2009), dai disgraziati di “Cinico tv” di Ciprì e Maresco a “Mery per sempre” (1989) di Marco Risi. Fino a “Via Castellana Bandiera” (2013), esordio alla regia di Emma Dante, e ai film in lavorazione.

Durante il tour capitiamo per caso vicino a piazza San Domenico, dove Daniele Luchetti sta girando il film ispirato al romanzo di Francesco Piccolo “Momenti di trascurabile felicità” (Einaudi), con Pif protagonista. Più avanti sarà la volta di Marco Bellocchio con la pellicola sul pentito di Cosa Nostra Tommaso Buscetta; e a seguire toccherà di nuovo a Emma Dante. «Un tempo molti registi ambientavano i film nei mercati storici, in particolare alla Vuccirìa. Oggi non ha più senso», sintetizza così la metamorfosi il cinefilo scooterista.

MISTERO DEL POZZO ARABO
Cambia la fisionomia della città. Luoghi un tempo simbolici finiscono in un cono d’ombra, alcuni spazi dimenticati diventano oggetto di narrazione. Il Pozzo Arabo è un cratere misterioso, dodici metri per dodici, protetto da un’inferriata in piazza Edison, Quartiere Matteotti, la zona più borghese di Palermo, un complesso di piccole strade e palazzine tardo Liberty. Nessun cartello, un rebus che scatena mille congetture. «A un certo punto prende piede l’idea secondo cui il pozzo è il cratere dell’unico vulcano di Palermo, una tesi che si mescola a quella secondo cui il Pozzo Arabo non è altro che ciò che resta della Torre di Babele», ragiona Giorgio Vasta, 48 anni, tra gli scrittori palermitani più brillanti della sua generazione (“Il tempo materiale”, minimum fax; “Spaesamento”, Laterza), tornato in città dopo vent’anni trascorsi a Torino e a Roma.

Ha scelto questa buca, sconosciuta ai suoi concittadini, come parte integrante del progetto in mostra al Teatro Garibaldi per Manifesta: cinque testi audio (scritti da Vasta, Emma Dante, Fulvio Abbate e da un gruppo di studenti palermitani), suoni e rumori (Vacuamoenia) per raccontare alcuni spazi. «Il Pozzo “dice” Palermo. Ne fa affiorare un lineamento, anzi due: due pulsioni intrinseche a questa città», prosegue lo scrittore: «La prima pulsione riguarda l’impossibilità di conoscere esattamente qualcosa. Così come del Pozzo Arabo sfuggono origine e funzione, che si tratti di spazi fisici, della loro estensione, dei loro confini, di persone e immaginazione, di episodi, crimini e in generale di fatti giuridicamente rilevanti, a Palermo non c’è modo di arrivare a una conoscenza chiara di ciò che è accaduto e accade».

Secondo Vasta, la seconda pulsione è quella all’inerzia. «Una buca è uno spazio cavo che, se non viene protetto e mantenuto, tende a riempirsi di materia. Se Palermo esprime di continuo una vocazione a fare di ogni spazio un “terrain vague”, il pozzo è l’emblema più straordinario e affascinante e avvilente di questo bisogno di indistinzione». Metafora di una civiltà in divenire, in attesa della prossima mutazione.

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