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Cultura
luglio, 2018

Orfani dell’urlo di Tardelli

 Che brutta estate! Gli altri si divertono e noi giochiamo a Subbuteo. Da soli

Segui lo stesso i mondiali?..., chiede il personaggio X al personaggio Y, e la risposta ?del personaggio Y indica precisamente quale fase di elaborazione del lutto stia attraversando: il rifiuto («Mondiali? Che mondiali?»), la rabbia («Signore, perché mi hai abbandonato?»), lo sconforto («This is the end, my only friend»). Ogni giorno c’è un personaggio X che sente l’urgenza di condividere il proprio dolore con un personaggio Y e c’è un personaggio Y che sente l’urgenza di essere sincero. È un dolore intimo, sì, ma è fondamentalmente un dolore collettivo, uno psicodramma nazionale. E lo sport c’entra molto meno di quanto i puristi possano tollerare.

Se l’urlo di Tardelli appartiene alla storia d’Italia, non semplicemente alla storia del calcio, figuriamoci l’esclusione dai mondiali! Siamo stati derubati, puristi e non, dell’unica tensione popolare sana che ci era rimasta. Una prodigiosa camera di decompressione sociale dentro cui, per un mese, buonisti ?e cattivisti toglievano il piede dall’acceleratore, chirurghi ?e pizzaioli accorciavano democraticamente le distanze, il repertorio trash (tuffarsi nudi nelle fontane, pitturarsi la faccia tipo “Braveheart”, assordare il nemico a colpi di vuvuzela) diventava patrimonio comune.

Che brutta estate! Gli altri si divertono, anche i tifosi panamensi, e noi giochiamo a Subbuteo. Da soli.

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