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Opinioni
luglio, 2018

Così ha vinto il dittatore Assad

Dopo aver massacrato il suo popolo, il leader siriano è saldo in sella. Grazie agli errori americani. E all’appoggio di Putin

Bashar al-Assad ha vinto. Non è una buona notizia. Il dittatore siriano ha usato il gas, la tortura, le deportazioni di massa, le persecuzioni contro i gruppi etnici e religiosi che si opponevano al suo strapotere, ha liberato i jihadisti, i militanti dei gruppi radicali favorendo così la loro adesione ai gruppi terroristici, quali Al Qaeda e il Califfato. Intese che hanno frantumato, indebolito l’opposizione al governo di Damasco. Ha manovrato affinché gli estremisti islamici si scontrassero con i gruppi che avevano promosso la lotta contro la dittatura. Ha alimentato indirettamente il Califfato facendo apparire al tempo stesso il suo regime un alleato indispensabile per combatterlo. In particolare ha contato e conta sullo stretto rapporto con l’Iran degli ayatollah, cuore della corrente sciita dell’Islam, da cui deriva la setta degli alawiti, alla quale lui e i suoi sostenitori appartengono.

Bashar al-Assad deve molto a Vladimir Putin. Inseritosi nella mischia mediorientale per arginare le forze musulmane interne alla Russia, Putin era anche ansioso di consolidare la sua presenza sul Mediterraneo, con le basi di Tartus e Latakie, e in una zona strategica come il Medio Oriente. E c’è riuscito anche se il successo può rivelarsi effimero e costoso sul piano militare e politico.
La grande coalizione varata da Barak Obama per disperdere quel nido di terroristi che era il Califfato, aveva come obiettivo, non tanto segreto, anche la fine del regime di Damasco: in sostanza la destituzione di Bashar al-Assad, responsabile, almeno all’origine, del massacro siriano, che ha fatto mezzo milione di morti. Le esitazioni americane (la prudenza di Obama e il disinteresse di Trump) hanno favorito l’indulgenza per il regime di Damasco, estraneo al fanatismo religioso, e dunque ritenuto utile nel cuore del Medio Oriente in preda al jihadismo, nelle sue varie forme. Il fatto che si trattasse di un potere pronto ai peggiori crimini è passato in secondo piano. Le condanne sono rimaste essenzialmente verbali e gli americani hanno finito col ridurre gli aiuti agli avversari di Bashar al-Assad.


Almeno dodici dei venticinque milioni di abitanti nella Siria precedente alla guerra civile sono stati cacciati o sono fuggiti dalle loro città e villaggi. Sei milioni si sono rifugiati in Turchia, in Libano e in Giordania. Dove, secondo The Economist, sono ormai i «nuovi palestinesi». Ossia un popolo sradicato, ma assai più numeroso di quello palestinese disperso in vari paesi, in seguito alle guerre arabo-israeliane, e valutato a settecentocinquantamila esseri umani. Molto meno quindi dei sei milioni di siriani che hanno lasciato, cacciati o fuggiti, il loro paese. E che ora costituiscono un’imponente e non sempre controllata massa di manovra, sia come migranti sia come strumenti dei vari regimi della regione.

Gli altri sei milioni che hanno dovuto lasciare città e villaggi, ma che sono rimasti in patria, appartengono pure loro alla comunità sunnita, maggioritaria nel paese. Il successo di Bashar al-Assad significa la sconfitta di quella comunità, rimasta impigliata nello scontro tra sciiti e sunniti in corso in Medio Oriente. Molte abitazioni, negozi, attività artigianali, fattorie abbandonate dai profughi, fuggiti all’estero o in regioni siriane meno controllate dai vincitori, sono state occupate da alawiti, da sciiti e da minoranze cristiane, favorevoli al regime che li protegge.


Il successo di Bashar al-Assad non chiude il conflitto: i milioni di siriani, esuli o profughi in patria, non possono che aspirare a una rivincita e al recupero dei loro beni. I sunniti, largamente maggioritari nell’Islam, non mancheranno di dare il loro sostegno ai diseredati. La vittoria (del momento) di Assad scioglie soltanto in parte il groviglio di scontri micidiali tra fazioni, manovrate anche da potenze non soltanto regionali. Il confronto è adesso più netto. Da un lato lo schieramento sunnita, l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo, sostenuti in varia misura da altri paesi arabi, ma con un alleato, Israele, principale potenza militare del Medio Oriente; dall’altro lo schieramento sciita, con l’Iran, gli hezbollah libanesi, appoggiati con prudenza da paesi a maggioranza sciita come l’Iraq. Gli Stati Uniti di Trump sostengono il fronte sunnita-israeliano. La Russia di Putin è di fatto con il fronte sciita, anche se con manovre diplomatiche che fanno apparire meno vincolante il rapporto. Questa è in sintesi la nuova lettura della situazione alle porte dell’Europa.

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