Ecco dunque che mentre la mafia fa eleggere John Kennedy (e poi lo uccide quando non rispetta i patti), oppure costruisce Las Vegas coi fondi pensione del sindacato camionisti, sullo schermo scorrono le gesta atroci e a tratti buffe di Frank Sheeran, camionista e poi ladro, truffatore, sicario, non esente da errori anche clamorosi ma sempre protetto dal suo potente mentore Russell Bufalino (un Joe Pesci contenuto e sornione).
Tra un flashback e l’altro sfilano la Baia dei Porci, il Watergate, le bombe sulla Serbia, ma a Scorsese come sempre non interessano le istituzioni, il potere, insomma la Storia, ma gli uomini. I piccoli, fallibili, vulnerabili uomini come Frank, che dopo una vita tutta delitti e segreti si trova ad aspettare la morte, solo, in una casa di riposo, accudito da un’infermiera che nemmeno sa chi fosse Jimmy Hoffa. Hoffa, il boss del sindacato camionisti che «negli anni ’50 era famoso come Elvis e nei ’60 come i Beatles» (Al Pacino, scintillante di sublime istrionismo). Hoffa, amico e confidente di lunga data di Frank (impagabili i loro duetti in pigiama, a casa del sindacalista, perché quando lo convoca per qualche impresa criminosa preferisce evitargli l’hotel). Hoffa, coprotagonista di questo vertiginoso viaggio nell’amicizia e nel tradimento che riepiloga l’intero percorso di Scorsese iscrivendolo in una luce testamentaria e definitiva.
In sala dal 4 al 6 novembre, salvo auspicabili proseguimenti, e dal 27 su Netflix.
“The Irishman”
di Martin Scorsese
Usa, 209’