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febbraio, 2019

Big bang 5 Stelle, così esplode il Movimento

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L’imbarazzo sul processo a Matteo Salvini, il declino di Luigi Di Maio, le ambizioni di Alessandro Di Battista e Giuseppe Conte, gli affari di Davide Casaleggio. Inchiesta su un partito in crisi di nervi

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L’uomo della Casaleggio seduto al bancone del bar non ha né la grisaglia né l’aplomb di Giuseppe Conte. Così, mentre il premier ha ammesso ad Angela Merkel - in un colloquio rubato dalle telecamere di Piazzapulita - che i capi del M5S «sono preoccupati per i sondaggi negativi», il dirigente è più esplicito: «Se la stanno facendo sotto. Il problema è che, per inseguire la propaganda di Matteo Salvini, stiamo letteralmente scoppiando.La “Bestia” di Luca Morisi, lo stratega della sua comunicazione, corre molto più veloce di noi».

Il grillino di stanza a Palazzo Chigi posa la tazzina del caffè. E indica con la penna dei fogli con alcuni sondaggi riservati fatti da Movimento. Sintetizzano con numeretti quello che è sotto gli occhi di tutti: piaccia o non piaccia il contenuto del messaggio, il leader sovranista arriva prima e meglio su tutto, azzecca ogni dichiarazione, ogni post sui social. Un dato, tra quelli evidenziati, è sorprendente: segnala che il 60 per cento di coloro che hanno votato Di Maio e compagni non esclude, in futuro, di passare alla Lega. Un’enormità.
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Più i sondaggi vanno giù, più cresce l’ansia da prestazione. E, conseguentemente, il tasso di confusione nelle mosse e nelle tattiche. Anche nella comunicazione, dove i grillini erano maestri, non c’è più una linea chiara e vincente. Le giravolte sul sì o il no alla richiesta di autorizzazione a procedere contro Salvini - nella vicenda della nave Diciotti - sono solo l’ultimo esempio. «Alle Europee rischiamo grosso. Perché se vanno male, ci sarà in ballo qualcosa di più della leadership di Gigi. Ci giochiamo il futuro di tutto il Movimento Cinque Stelle».

Stelle cadenti
Che cosa sta succedendo dentro la prima forza politica italiana? Com’è possibile che ci sia tanta apprensione all’interno del partito che solo il 4 marzo scorso è riuscito a trionfare alle elezioni, guadagnando 10 milioni di voti e il 32,6 per cento di consensi?

Alla Casaleggio Associati e negli uffici romani di Di Maio le rilevazioni dei trend elettorali e l’andamento del “sentiment” degli italiani su questioni di ogni tipo sono studiati senza sosta. E i risultati che arrivano sulle scrivanie non sono tranquillizzanti: per le Europee qualche sondaggio li dà addirittura sotto il 24 per cento, mentre quasi tutte le ricerche evidenziano che il M5S potrebbe finire a dieci punti di distanza dalla Lega, che meno di un anno fa aveva circa la metà dei voti dei grillini.

Inchiesta
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Altre stime recenti sono ancora meno incoraggianti: alle prossime elezioni regionali in Abruzzo la candidata pentastellata, Sara Marcozzi, potrebbe giocarsela (quasi) alla pari con quello del centrodestra, ma in Sardegna un recente sondaggio della Swg vede il grillino Francesco Desogus arrancare parecchio e il partito precipitare a un misero 23,5 per cento. Venti punti in meno rispetto al risultato trionfale ottenuto sull’isola alle Politiche.

Oltre ai sondaggi nefasti, però, quello che gli alti papaveri temono di più è lo stato comatoso in cui si trova, da mesi, la ex formidabile macchina da guerra che ha fatto la fortuna della creatura di Grillo. Uno stallo dovuto a tanti fattori. Come l’incapacità di alcuni ministri a svolgere efficacemente il proprio compito (vedi il caso del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli); gli scontri interni (i rapporti tra Di Maio e Fico sono ai minimi termini); gli errori a catena (l’«abbiamo abolito la povertà» urlato dal balcone dal capo politico resta leggendario); i “tradimenti” su dossier sensibili come quelli sulla Tap, l’Ilva di Taranto o quello sui migranti, che ha allontanato molti elettori di sinistra nauseati dall’appeasement di fronte alla xenofobia leghista.

Ma la macchina è andata in panne soprattutto a causa della crisi della war room che impostava il marketing politico grillino. È questo a non avere la presa di una volta. Gli attacchi contro la “Casta”, contro i vitalizi dei politici e i giornalisti coinvolgono meno internauti e hater del solito, e sono assai meno efficaci della battaglia securitaria dei leghisti. Sparare a zero sui nemici storici del Pd (Matteo Renzi e Maria Elena Boschi in primis) non regala più l’engagement di un tempo. E se il video di Di Maio sull’ “Air Force Renzi” aveva fatto milioni di visualizzazioni, oggi quelli in cui si attaccano i nemici della Ue, i francesi e le “lobby di Bruxelles” attraggono - confrontando i dati di Facebook e Instagram - un numero ridotto di utenti.

I fasti dei “restitution day” o i battage online sulle rendicontazioni dei parlamentari (a proposito, che fine hanno fatto?) sono archeologia. E persino occasioni ghiotte, come l’happening per l’approvazione della legge sul reddito di cittadinanza, vengono buttate via con sciatteria: il contemporaneo annuncio di Di Maio, che nominava Lino Banfi commissario all’Unesco, ha oscurato la festa per un risultato politico effettivamente storico.

Di Maio in peggio
Sono più concause, che, come granelli di polvere, hanno inceppato la macchina del consenso. La strategia unitaria era affidata fino a pochi mesi fa alla regia militare della Casaleggio e ai diktat di Rocco Casalino. Arrivato al governo, nel M5S tutto è invece diventato pulviscolare; e la catena di comando più sfocata. La propaganda, che ha bisogno di direttive centrali e non polifoniche, è diventata più discontinua, improvvisata, poco incisiva.
Rocco Casalino

Casalino, promosso portavoce di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, non ha più tempo per occuparsi delle strategie del partito come una volta. Era lui il regista di ogni apparizione televisiva e creatore con la Casaleggio di tutte le leve grilline da mandare nei talk, da Carla Ruocco a Vito Crimi, da Nicola Morra a Barbara Lezzi: oggi nessuno è riuscito a sostituirlo nel ruolo. Non Ilaria Loquenzi, sua storica collaboratrice, né l’amico avvocato Fabio Urgese, capo della comunicazione dei grillini alla Camera, che non ha il talento né i contatti mediatici di Rocco.

Emergenti
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Nella legislatura corrente non si è ancora investito (tranne nel caso di Gianluigi Paragone) sulla costruzione di volti nuovi, in modo da formare una schiera di nuovi personaggi da lanciare sul proscenio. «Un’emergenza», ripetono angosciati nel Movimento. Perché in caso di elezioni anticipate entro un anno, considerate probabili in caso di vittoria schiacciante della Lega alle Europee, il divieto di ricandidarsi dopo i primi due mandati metterebbe fuori gioco l’intera attuale classe dirigente.

Una prospettiva che può essere esiziale per il destino del M5S: ecco perché all’Espresso risulta che Pietro Dettori, fedelissimo di Di Maio e Casaleggio e inventore dell’hub grillino con cui viene diffuso il verbo dei capi sulla rete, abbia fatto nelle scorse settimane alcune analisi sul web per capire che effetto avrebbe sulla base il superamento ufficiale del limite dei due mandati. È andata meglio del previsto: anche se si tratta di una pietra miliare del Movimento, in molti chiedono che Di Maio e i leader più conosciuti si candidino anche in futuro. «Se modifichi la regola rischi certamente una rivolta interna, e sono certo che diranno che ogni ipotesi di cambiare la norma è una fake news. Ma se non superiamo questo feticcio alle prossime elezioni politiche potremmo scomparire», chiosa un altro dirigente grillino piazzato al ministero dello Sviluppo.

La cattiva salute del partito è figlia di altri elementi. Il Blog delle Stelle, organo ufficiale del partito, non ha la potenza di fuoco del vecchio blog di Grillo. Che tra l’altro è fuori da qualsiasi decisione operativa: l’ultima che ha preso, scontrandosi con Di Maio, risale all’impallinamento di Riccardo Fraccaro, dato sicuro presidente della Camera e diventato ministro dopo che il garante ha imposto a Montecitorio il suo prediletto, cioè Roberto Fico. Il comico, inoltre, nel nuovo sito aperto qualche mese fa non si occupa né di politica né del M5S: nel blog esiste solo una sezione di propaganda pentastellata, intitolata “Anvedi Roma”, dove viene pubblicizzata ogni mossa della giunta di Virginia Raggi. Una big del movimento ancora amatissima dai militanti duri e puri (la sua pagina Facebook è stata “spinta” dalla Casaleggio oltre i 900 mila follower, nessun sindaco nel mondo può vantarne quanto lei), ma anche lei responsabile, secondo i politologi, della recente emorragia di consensi. I casi giudiziari di Raffaele Marra e Luca Lanzalone, oltre all’effetto delle buche e della monnezza, si riflettono non solo sull’elettorato romano, ma in tutta Italia.

Ma quello che pesa più di ogni cosa è, ovviamente, il declino di Di Maio, che sta perdendo la guerra di logoramento con Salvini. «Puntare tutto sulla sua leadership è stato un grave errore di calcolo strategico: ora che Gigi è in difficoltà politica e mediatica, rischia di venire giù tutto», spiega il dirigente al suo terzo caffè. «La responsabilità è anche di Casalino e Casaleggio junior, che hanno avallato la scelta all’origine». Da un lato snaturando la filosofia dell’uno vale uno. Dall’altro non dando una struttura più solida a un organismo politico che è cresciuto a dismisura in pochissimi anni: l’assenza di ceti dirigenti intermedi costringe Di Maio non solo a occuparsi delle questioni primarie del governo e del partito, ma anche a dover dar retta (dice chi ha sbirciato le chat del suo WhatsApp) all’ultimo degli assessori o consiglieri comunali sparsi sul territorio. Il caos.
Alessandro Di Battista

La crisi di Di Maio sta provocando reazioni a catena: ha costretto Alessandro Di Battista a tornare sulla scena nel doppio ruolo di testa d’ariete nei talk show e di stratega della comunicazione (sua l’idea di attaccare i francesi sul franco africano); e sta consentendo al premier Conte di ritagliarsi un suo spazio d’azione autonomo sempre più evidente.

Lobby Casaleggio
Anche Davide Casaleggio è indicato come uno dei principali colpevoli del big bang politico della creatura inventata dal padre. Le critiche sono svariate. Ci i “frustrati”, che gli imputano di aver ascoltato soltanto i consigli dei fedelissimi, Casalino e Dettori su tutti. E gli “abbandonati”, che gli contestano di concentrarsi esclusivamente sull’Associazione Rousseau (la piattaforma informatica del partito di cui il numero uno della Casaleggio Associati è il presidente), invece che sulla crisi del movimento e sul necessario rilancio della comunicazione e di una linea comune.

Migliorare ed esportare oltre confine il sistema operativo per la democrazia diretta è in effetti in cima ai pensieri del figlio del fondatore: è su questo progetto che verranno investiti tutti i soldi che parlamentari grillini devono girare ogni mese in direzione Milano (oltre un milione di euro l’anno).
Davide Casaleggio

Davide, però, nelle ultime settimane è tornato attivo anche sul fronte politico. Si sta occupando dello scouting per le candidature alle Europee insieme a Casalino, Dettori e Silvia Virgulti. È lui che avrà l’ultima parola sui candidati da mandare a Bruxelles, che dovranno poi essere votati dagli iscritti su Rousseau. La lista dei prescelti è ancora aperta: la difficoltà maggiore - pare - è quella di trovare donne con un curriculum adeguato. «Quelle più brave che chiamiamo» chiosa un interno «per ora ci hanno detto di no».

Ma il biasimo peggiore rivolto a Casaleggio riguarda il suo presunto conflitto di interessi. Leader politico, presidente di Rousseau, capo di una società di consulenza (la Casaleggio Associati srl), Davide è anche guida dell’Associazione Gianroberto Casaleggio, che organizza ogni anno un convegno a Ivrea, il Sum. Il Fatto un mese fa ha intervistato alcuni imprenditori che hanno donato 5.000 euro per l’organizzazione dell’evento, che hanno ammesso come le dazioni di denaro siano state fatte, come ha detto uno di loro, «in totale trasparenza per perorare le mie cause e quelle della mia categoria».

«Perorare», traducendo, significa però fare lobby. Parola poco amata nell’universo grillino. Davide, che cura gli affari insieme al suo socio più importante, Luca Eleuteri, sembra fregarsene delle critiche: se è noto che alcune ricerche elaborate dalla Casaleggio sulla Blockchain siano state finanziate (oltre che da colossi come Amazon, Mediaset e Unicredit) anche dalle Poste (per 30 mila euro), e se qualcuno ancora storce la bocca quando ricorda il ristorante romano in cui Davide cenò insieme, tra gli altri, all’avvocato Luca Lanzalone, il facilitatore della giunta Raggi, in pochi sanno che anche potenti manager del settore italiano delle costruzioni hanno chiesto e ottenuto incontri con lui.

È certo, per esempio, che Isabella Bruno Tolomei Frigerio, proprietaria di Condotte spa, il terzo colosso italiano per fatturato e giro d’affari che ha fatto crac qualche mese fa, ha voluto incontrare privatamente Davide nel 2017, a pochi mesi dal trionfo elettorale.

Un appuntamento che L’Espresso ha scoperto leggendo l’agenda personale consegnata dai tre commissari ai pm della procura di Roma, che indagano sul fallimento dell’azienda. Nel novembre 2016 la Bruno - al tempo in grave difficoltà finanziaria - ha incontrato Arturo Artom, imprenditore vicino a Casaleggio in un evento pubblico; poi lo ha rivisto a cena insieme a un dirigente della Bnl il 2 maggio 2017. Due settimane dopo, il 17 maggio, la signora del calcestruzzo è riuscita a parlare anche con «il dott. Davide Casaleggio» nell’«ufficio di Milano». Di cosa hanno discusso i due è impossibile saperlo: se Casalino, a cui abbiamo chiesto conto dell’incontro, non ci ha risposto, la Bruno attraverso i suoi legali ha tagliato corto, dicendo di non voler fare commenti, e di aver incontrato il leader grillino quell’unica volta.

Un mese fa L’Espresso raccontò di alcuni incontri della Bruno e di suo marito Duccio Astaldi con membri del governo di centrosinistra, in primis quelli con Maria Elena Boschi e Paolo Gentiloni, e di alcuni contratti da centinaia di migliaia di euro fatti da controllate di Condotte in favore del fratello della Boschi, Emanuele, e di Alberto Bianchi, ex presidente della Fondazione renziana Open. Nonostante l’eco della notizia, nessun alto dirigente del M5S ha rilasciato commenti o dichiarazioni.

Quanto conta Conte
Anche la gestione della variabile Conte è una novità che i maggiorenti grillini non hanno ancora capito come maneggiare. L’autoproclamato “avvocato del popolo”, scovato in realtà tra gli adepti della potente lobby di Guido Alpa, ha nel corso degli ultimi tempi cambiato profilo.

Era solo il 7 giugno dell’anno scorso quando il premier, nel discorso d’insediamento di fronte alle Camere, chiedeva a Di Maio, seduto alla sua destra: «Posso dire che...?», ricevendo un «no» secco dal capo politico che l’aveva scelto. Oggi, a sette mesi da quel giorno, quelli che molti definivano “un burattino”, «un vaso di coccio”, “un pupazzo” nelle mani dei due vicepremier, s’è ritagliato un ruolo assai più autonomo.
Giuseppe Conte

Ovviamente la ricerca di un posto al sole da protagonista della politica non è facile. Conte sa che deve quasi tutto agli uomini della Casaleggio, che dal nulla gli hanno cucito addosso, attraverso un accorto storytelling, l’immagine di uomo normale, di “avvocato della porta accanto”, di abile mediatore e garante del contratto di governo. Ed è sempre i ragazzi di Davide che Conte deve ringraziare, guardando la sua pagina Facebook che in poche settimane è riuscita a toccare il milione di follower (numeri simili a quelli che Matteo Renzi ha raggiunto in anni e anni di lavoro sui social) e se il suo tasso di gradimento monstre (piace al 62 per cento degli italiani, secondo l’ultima ricerca Ipsos) è superiore di 10 punti rispetto a quello di Salvini e 20 a quello di Di Maio.

Conte sa pure che i commentatori esagerano, quando qualcuno lo certifica inquilino a Palazzo Chigi anche in caso di crisi di governo e di diversa maggioranza parlamentare. E sorride a chi lo vedrebbe bene come possibile sostituto del traballante Di Maio sulla tolda di comando del M5S. E da uomo di mondo, se un giorno sa che può battere i pugni atteggiandosi a premier con pieni poteri («Se Salvini non fa sbarcare i 49 migranti della Sea Watch e della Sea Eye vorrà dire che li andrò a prendere con l’aereo», disse a inizio gennaio), è conscio che quello successivo dovrà ingoiare il rospo senza fiatare, accettando ad esempio la linea chavista di Di Battista sul Venezuela.

Epperò Conte, senza farne troppo mistero, ormai gioca anche una sua partita personale. In una nicchia che si sta allargando a vista d’occhio: oggi il suo portavoce Rocco Casalino, piazzato dal Movimento a Palazzo Chigi per consigliare e controllare da vicino l’avvocato pugliese, non potrebbe mai permettersi di tirarlo via per il braccio come ha fatto durante il G7 dello scorso giugno.

Anzi: l’inizio della cavalcata di Conte comincia paradossalmente con il ridimensionamento del suo portavoce. La storia degli audio, quelli in cui Rocco parlava di una «megavendetta» contro i tecnici del ministero dell’Economia, ha cambiato i ruoli. Quando Casalino ha cominciato a voler stare un passo avanti a Conte, il premier ha capito che non lo voleva più nemmeno di lato. «Giuseppe ha cominciato a crearsi una sua autonomia quando Rocco ha esasperato la sua», racconta un componente del suo staff a Palazzo Chigi.

Oggi sia Casalino sia la vice capo ufficio stampa (la casaleggina Mariachiara Ricciuti) vengono convocati sempre più raramente alle riunioni tecniche più delicate. Il premier preferisce farle con i suoi uomini fidati: innanzitutto Pietro Benassi, ambasciatore e consigliere diplomatico che gli fa da apripista con le cancellerie straniere e con la Farnesina (ottimi i suoi rapporti con il segretario generale Elisabetta Belloni); il consigliere militare Carlo Massagli, al quale ha chiesto suggerimenti sulle recenti vicissitudini dell’operazione internazionale Sophia e sul possibile ritiro delle truppe dall’Afghanistan; e il segretario particolare Andrea Benvenuti, amico conosciuto tramite lo studio Alpa.

E se con il consigliere politico Tommaso Donati, ex capo dell’ufficio legislativo del M5S alla Camera, la scintilla non sembra essere mai scoccata, Conte apprezza «la pacatezza» di Alessandro Goracci (classe 1977, alto funzionario del Senato, da poco diventato il nuovo capo di gabinetto del premier), e l’equilibrio di Piero Cipollone. Quest’ultimo è un nome che pochi lettori conoscono, ma è il principale braccio destro di Conte sulle questioni economiche: vice direttore di uno dei dipartimenti della Banca d’Italia, è l’uomo che ha suggerito a Palazzo Chigi (insieme al ministro Giovanni Tria) il modo migliore per uscire indenni dalla difficile trattativa con la Ue sulla manovra finanziaria. Conte si fida di Cipollone ciecamente: quando Di Maio, due settimane fa, ha attaccato la capacità di Bankitalia di fare previsioni azzeccate sulla crescita del Pil («non ci prende mai», ha detto Gigi criticando proprio l’Ufficio studi dove Cipollone ha lavorato per tre lustri), Conte non ha potuto che - in privato naturalmente - confermare la sua totale fiducia nella Banca d’Italia e nel suo consigliere.

La nuova forza di Conte viene accolta da un pezzo del partito in maniera favorevole («oltre a Di Battista c’è finalmente un altro leader spendibile per il dopo Di Maio», chiosano in tanti). Ma da un’altra fetta del Movimento l’eccesso di indipendenza del professore - che ha eccellenti rapporti in Vaticano e vecchie amicizie nel Pd e in Forza Italia - è sospetto.

I maligni dicono che Conte ha forzato la mano scegliendo come capo del Dipartimento di Informazione per la Sicurezza un generale della Finanza che conosceva personalmente tramite l’ex moglie: Gennaro Vecchione. Era un outsider ma, voci di corridoio a parte, la sua nomina è certo figlia di una decisione presa in solitudine dal premier.

I rapporti con i vertici dei servizi sono eccellenti e anche il Quirinale, ormai, s’interfaccia quasi solo con Palazzo Chigi: Mattarella e i suoi consiglieri, Simone Guerrini e Gianfranco Astori su tutti, preferiscono confrontarsi con i Conte Boys piuttosto che con l’entourage di Di Maio. Pesa il diverso ruolo istituzionale, ma anche la vecchia storia dell’impeachment ha avuto i suoi strascichi.

Sul palcoscenico internazionale - a Bruxelles, Parigi e Berlino - il premier è visto come un interlocutore più affidabile del M5S o di Salvini. Lo stretto rapporto di simpatia con Donald Trump, su cui molti hanno ironizzato, è reale. Così come la stima di Mike Pompeo, che ha apprezzato la scelta di Conte di fare pressioni sul M5S in modo da sbloccare il gasdotto Tap. E la Santa Sede - che pure prova disagio per le politiche antimigranti del governo - vede il cattolicissimo presidente del Consiglio come l’unico soggetto con cui poter tentare delle mediazioni e delle soluzioni condivise. Se il movimento dovesse esplodere, non è affatto detto che svanisca anche la stella di Conte.

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