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Il paradosso è solo apparente. In questo momento della politica internazionale, l’attore Putin si sta comportando come un tifoso agguerrito intento a seminare negli altri Paesi un caos che favorisca i propri interessi. È anche il principale nemico dell’Unione Europea, il che spiega il suo supporto alla Brexit o al separatismo catalano. La Russia di Putin non è, tuttavia, l’unico pericolo per la Ue: anche gli Stati Uniti di Trump lo sono perché preferiscono un’Europa debole, divisa e manovrabile a una compatta e in grado di tener loro testa.
Anche così, i principali nemici della Ue non sono esterni ma interni e il loro potere è cresciuto al punto che non è esagerato affermare che le elezioni del 26 maggio saranno le più importanti dalla fondazione dell’Unione. È lì che si deciderà l’essere o non essere del progetto politico più ambizioso e necessario del XXI secolo, e forse dell’intera storia europea.
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Questa certezza - quella di una bontà intrinseca del progetto Ue - era accettata all’inizio del nostro secolo dalla stragrande maggioranza degli europei, ma è bastata la crisi del 2008, paragonabile per intensità solo a quella del 1929, a permettere ad alcuni demagoghi di approfittare della disperazione e della paura di così tante persone per convincere molti di loro che era meglio dimenticare il sogno europeo e rifugiarsi nuovamente in vecchie e illusorie certezze, tra cui il nazionalismo, che dopo il ’29 condussero al secondo suicidio dell’Europa.
Ciò detto, non lasciamoci ingannare: i principali responsabili del rischio al quale si trova esposta oggi l’unità dell’Europa non sono i nazional-populisti. Essi vogliono sì disintegrarla, ma sono la conseguenza, non la causa. La causa sono gli errori commessi da noi sostenitori di un’Europa unita.
Si può cominciare dall’errore principale dal quale sono derivati tutti gli altri. Parlo del fatto che il progetto europeo sia stato concepito fin dall’inizio come un progetto elitario. Difatti è stata una élite quella che, tra le apocalissi delle due guerre mondiali che devastarono il continente, ebbero l’intuizione visionaria di un’Europa nella quale popoli differenti con culture, lingue e tradizioni diverse, e che lungo secoli e secoli si erano a intervalli ammazzati a vicenda in guerre atroci, potessero vivere insieme pacificamente all’interno di una singola entità politica.
In questo momento è, difatti, solo una élite, peraltro molto indebolita dal rancore anti elitario alimentato dal nazional-populismo, ad accettare l’evidenza che solo un’Europa unita sarà in grado di preservare la pace, la prosperità e la democrazia nel nostro continente, salvandolo così anche dall’irrilevanza globale.
Questo è forse il nodo del problema: il progetto di un’Europa unita non è stato capace di passare da progetto delle élite a progetto popolare, vale a dire, a diventare una necessità pubblica percepita dai cittadini con la stessa urgenza con cui percepiscono le necessità private, perché non è diverso da esse.
La soluzione? È ovvio che non sia demolire la Ue, annacquandola o disarticolandola come vorrebbero fare i nazional-populisti dall’interno, ma di dotarla di tutta la forza possibile che invece fa paura ai nazional-populisti esterni. A questo fine diventa indispensabile trasformarla in uno Stato federale in grado di conciliare, in un esperimento storico senza precedenti, l’unità politica ed economica con la diversità linguistica e culturale. È il successo o il fallimento di questo esperimento a essere in gioco il 26 maggio.
© El País, 2019.
Traduzione di Marina Parada