I miti greci e i sexbot. I sex toys e l'archeologia. Dai tempi antichi di Laodamia alla serie tv come "Westworld" le macchine dalle sembianze umane hanno conquistato il nostro immaginario, le nostre speranze e paure. Ma c'è chi vorrebbe metterle al bando perché incoraggerebbero violenza e isolamento. Colloquio con Kate Devlin, esperta di intelligenza artificiale

I miti greci e i robot del sesso. Ha unito mondi lontani Kate Devlin, accademica e scrittrice britannica, archeologa di formazione, docente di Intelligenza artificiale sociale e culturale al King’s College di Londra. E ha mostrato che questi universi sono molto più vicini di quanto si creda. Si narra infatti che Protesilao, in partenza per la guerra di Troia nel giorno delle nozze, si fece modellare una statua a immagine della moglie, Laodamia, per poterla tenere ogni notte accanto a sé nel letto. Un oggetto inanimato in grado di sostituire l’essere vivente più amato. E risulta da studi archeologici che, sempre nell’antica Grecia, facessero uso di oggetti di forma fallica per procurarsi piacere sessuale. Sex toys, insomma. Nel suo saggio “Turned On: Science, Sex and Robots” (Bloomsbury), Devlin analizza le reazioni della società al cambiamento tecnologico, in particolare le implicazioni sessuali della relazione uomo-macchina. Temi complessi, di cui la studiosa ha parlato il 4 maggio nella conferenza annuale TedX Roma “Society 5.0”.

Cosa c’entra l’archeologia con i sexbot?
«I robot del sesso, la loro capacità di sedurre, fanno parte del mito, della leggenda, della fantascienza. Dai tempi antichi di Laodamia fino alle serie tv del nostro secolo come “Westworld”, le macchine dalle sembianze umane hanno conquistato il nostro immaginario, le nostre speranze e paure. Come risulta da pitture murali, scritti e tragedie, sappiamo con certezza che nell’antica Grecia venivano utilizzati sex toys, vibratori in particolare, facevano parte del comportamento sessuale normale. E nelle epoche successive hanno continuato a utilizzarli. L’interazione con oggetti e tecnologie per raggiungere il piacere sessuale, dunque, fa parte della storia dell’uomo».

Il suo è un libro sul sesso?
«Non parla solo di sesso. O di robot. Parla di intimità, tecnologia, computer, psicologia. Storia e archeologia, amore e biologia. Di futuro, vicino e lontano: utopie e distopie della fantascienza, solitudine e amicizia, legge e etica, privacy. Soprattutto, racconta cosa significa essere umani in un mondo di macchine».

Cosa vuol dire in concreto?
«Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia diventa sempre più importante. Da qui nasce il problema di come condividere le nostre vite con robot e dispositivi dell’intelligenza artificiale, non ancora senzienti ma sempre più simili a esseri umani. Basti pensare agli assistenti vocali: un software consente ad alcuni dispositivi di riconoscere e rispondere ai comandi vocali. Possono ricordarti la lista della spesa o regolare il riscaldamento e l’aria condizionata. Fornire previsioni del tempo, ricette, risultati sportivi. Siamo sicuri che nessuno rivolga domande oscene agli assistenti vocali? O che con loro dia libero sfogo a parole sporche? O che addirittura si innamori di loro? Ci siamo adattati in fretta a queste trasformazioni: ora entriamo in una fase nuova, molto interessante, in cui gli individui sono consapevoli che queste macchine non possono pensare al loro posto ma non sanno quale direzione prenderà il cambiamento».

Perché in molti hanno paura dei sexbot?
«Temono la tecnologia, poi le paure si sommano perché il sesso riguarda la sfera personale. Hanno paura di perdere il controllo, che il partner li sostituisca con una macchina, di restare soli».

Accoppiarsi con una macchina può essere considerato tradimento?
«Dal punto di vista tecnico non direi. E neanche legale: non si può chiedere il divorzio, equiparare il rapporto con un robot all’adulterio, perché non è una persona. Tuttavia non esiste una regola generale, ogni coppia fa storia a sé, i due partner dovrebbero parlarne. Del resto alcune coppie non vogliono usare sex toys nei loro rapporti e altre ne sono entusiaste».

Quasi tutti i robot del sesso hanno sembianze femminili. Perché?
«I sexbot rappresentano un’evoluzione delle sex dolls, le bambole di silicone. Inoltre, gli sviluppatori sono in gran parte uomini, così come gli utenti. Credo che l’unico prototipo maschile sia Henry, inventato da Abyss Creations’, finito sulla copertina del New York Magazine».

Un gruppo di attivisti porta avanti una campagna per la messa al bando delle bambole e dei robot sessuali, perché la loro diffusione incoraggerebbe l’isolamento e la cultura della mercificazione delle donne. Cosa ne pensa?
«Gli attivisti mettono sullo stesso piano le relazioni uomo-robot e cliente-prostituta. E dunque sostengono che la diffusione dei sexbot potrebbe incentivare la violenza sessuale. Non condivido questa visione, ma su un punto sono d’accordo: i sexbot, così come sono concepiti oggi, rappresentano il corpo femminile come un oggetto. E questo danneggia le donne, che già devono far fronte al “body shaming” quotidiano nei media, nei film, nella pubblicità e nella musica. Ma chiedere la messa al bando dei sexbot mi sembra davvero esagerato».

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