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Le miniere di diamanti africane in mano a Cosa Nostra

Vito Roberto Palazzolo
Vito Roberto Palazzolo

Gli interessi in Angola del tesoriere della mafia Vito Roberto Palazzolo. Che si definiva consigliere finanziario dello Stato

Vito Roberto Palazzolo
Gema Dourada. Diagema. Kupolu. Somicoa. Questi esotici nomi corrispondono ad altrettante società detentrici dei diritti di sfruttamento delle miniere di diamanti angolane, manovrate negli anni ’90 da Vito Roberto Palazzolo, all’ombra dell’allora presidente José Eduardo Dos Santos. Sì, proprio lui, il tesoriere di Cosa nostra, condannato in Italia e tornato da pochi mesi nel Paese d’adozione, il Sudafrica. Dove è conosciuto come Robert von Palace Kolbatschenko, cittadino sudafricano, e ora vaga libero con la moglie Tirtza Grunfeld, figlia di Eugene Grunfeld, mercante israeliano di diamanti.

Arrestato in Thailandia nel 2012 dopo più di vent’anni di latitanza, Palazzolo era stato estradato in Italia nel 2013, per scontare una condanna definitiva a nove anni per associazione mafiosa. Dal 2019 è uscito dal carcere, con un solo problema. A Palermo continua la caccia al patrimonio nascosto dal grande tesoriere di Cosa nostra, affiliato dal boss Bernardo Provenzano che lo considerava «un pupillo, dotato di grandi capacità nel mondo dell’economia», spiega la sentenza. La procura siciliana cerca in Angola, Sudafrica e Namibia investimenti per almeno 41 milioni di dollari. D’altra parte, nella sua carriera, Von Palace ne ha riciclati tantissimi: almeno 80 milioni di dollari, dagli Stati Uniti alla Sicilia, «provento del traffico di droga». E reinvestiti da questo «uomo d’onore della famiglia di Terrasini» soprattutto «in diamanti».

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L’idea dell’Angola come terra di conquista, a “Roberto l’Africano”, altro suo nomignolo, viene nei primi anni ’90, quando da tempo vive in Sudafrica, dove gode di appoggi politici e amicizie nella polizia nazionale. Con il suo nuovo nome tedesco, però, continua a tessere relazioni e contatti con politici italiani come Marcello Dell’Utri cui offre la propria amicizia e propone affari in Sudafrica e anche in Angola, come documenta la sentenza di Palermo.

Nel Paese dei Dos Santos, infatti, Palazzolo ha «un enorme potere e un sostegno politico ai massimi livelli», aggiungono i giudici antimafia. Lui stesso, intercettato, si definisce «il consigliere finanziario dello Stato angolano».

Per lanciarsi nel business dei diamanti, l’uomo d’onore ha creato tre offshore alle British Virgin Islands, attive già dal 1995: Ayres International, Cape International e Peregrine Finance. Nello stesso periodo Von Palace si attiva per ottenere i permessi di esplorazione mineraria in Angola. Ma non sa, il banchiere di Cosa nostra, che le sue telefonate sono intercettate dalla polizia italiana. Che registra ogni sua mossa: l’11 e 12 agosto 1996, in particolare, Palazzolo è «a Luanda per ottenere concessioni del governo angolano per l’estrazione di pietre preziose». Con «denaro di sospetta provenienza». E il contorno di un omicidio in una miniera di diamanti «intestata a von Palace».

La sua marcia nel continente nero si scontra però con il presidente del Sudafrica, Nelson Mandela, che ha creato una speciale unità d’indagine anti-crimine, diretta da André Lincoln, la sua guardia del corpo. Lincoln si trasforma in agente sotto copertura e avvicina Palazzolo, cercando di strappargli informazioni. E ci riesce: nel 1997 firma due dossier (nome in codice, Operation Intrigue) che rivelano le società minerarie angolane entrate nel mirino di Von Palace. Sono proprio Gema Dourada, Diagema, Kupolu, Somicoa. E hanno una caratteristica in comune: tra i loro partner compaiono politici ed ex generali angolani.

Palazzolo negozia le licenze per i diamanti con Endiama, la società di Stato. Già nel 1995 ottiene il 50 per cento di Gema Dourada, attraverso la offshore Peregrine. All’atto formale partecipa come testimone Roberto Mattei Santarelli, un italiano con precedenti: due arresti. Il primo in Namibia, per ricettazione. Il secondo a Roma, per «possesso di pietre preziose» per mezzo milione di euro. Palazzolo ha usato la sua «influenza sulle autorità governative» per salvarlo da un altro arresto in Angola. Anche le miniere di Kupolu, Sumicoa e Diagema poi finiscono dentro le società dei Caraibi. A quel punto Palazzolo monetizza. E trova un compratore: un gruppo estero che acquista le sue quote nelle offshore dei diamanti. Come testimoniano altri documenti scoperti dal centro giornalistico Irpi, però, è sempre il boss italiano ad assicurare «permessi firmati e approvati da Endiama», garantendo che «il ministro delle Miniere ha approvato il nostro progetto di Gema Dourada».

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A Luanda intanto si apre un giallo. Nell’ottobre 1997 l’agente Lincoln denuncia che «l’Fbi vuole reclutare Palazzolo in Sudafrica e in Angola»: un’operazione che sarebbe stata avallata «dal direttore Louis Freeh». Il poliziotto infiltrato comincia a sentirsi isolato. Sottolinea che alcuni colleghi sudafricani cercano di screditarlo. Una faida che diventa per lui un incubo: Lincoln viene processato e condannato in primo grado, nel 2002, con l’accusa-choc di essere stato corrotto proprio da Palazzolo. in appello però viene assolto da tutte le accuse. E nel 2010 è reintegrato nella polizia sudafricana. Oggi ha in corso una causa di risarcimento dei danni. Ma nessuno ha più continuato le sue indagini sui diamanti che univano la mafia italiana agli uomini del regime angolano.

L’Espresso ha chiesto un commento a Palazzolo, attraverso il suo avvocato Baldassare Lauria, ma la risposta è stata negativa. Silenzio assoluto. Forse per timore delle nuove indagini patrimoniali italiane. Ma in Sudafrica ha ancora protezioni? Non si può affermarlo con certezza. Però nel 2018 l’archivio storico del Sudafrica, in base a una legge ad hoc, ha chiesto alla banca centrale di avere accesso agli atti finanziari riservati che riguardano tre persone, tra cui Palazzolo. Niente da fare. Una decisione avallata anche da un tribunale. Ma che ha sorpreso gli esperti. Di fatto, Palazzolo è ancora intoccabile.

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