«Software e algoritmi? Possono esserci di grande aiuto, ma rischiano anche di trasformarci tutti in consumatori di uno stesso prodotto». Barbara Caputo, docente al Politecnico di Torino, dove dirige l’AI Hub ELLIS@PoliTo, e Principal Investigator all’Istituto Italiano di Tecnologia, da anni si dedica allo studio dell’Intelligenza Artificiale, in particolare tenta di rendere autonomi i robot nella ricerca delle informazioni in rete («creo degli algoritmi che fanno ciò che farebbe un uomo»). Di recente è intervenuta anche alla prima edizione della Biennale Tecnologia al Politecnico di Torino, dove studiosi provenienti da tutto il mondo si sono confrontati sul rapporto fra tecnologia e società (fino a oggi, 15 novembre, con interventi in streaming, ma sempre reperibili sul sito www. biennaletecnologia.it).
Professoressa Caputo, l’Intelligenza artificiale sta cambiando il nostro modo di vivere, lavorare, stare in mezzo agli altri e anche di creare o di consumare arte in senso lato. Partiamo dal teatro, un settore che negli ultimi anni si è rivelato molto vitale da questo punto di vista (penso ai vari spettacoli ospiti della sezione Digitalive del Romaeuropa Festival, a compagnie teatrali come Santasangre, o ad artisti come Roberto Latini): l’uso dell’Intelligenza artificiale è un’opportunità o una minaccia per chi crea?
«La commistione fra uomo e macchina a cui stiamo assistendo sui palcoscenici, con performance più simili ad installazioni visive con uomini e robot che interagiscono, credo sia molto stimolante e possa solo contribuire ad arricchire un certo tipo di linguaggio. Non credo, quindi, che sia una minaccia. Per quanto riguarda la capacità di un algoritmo di generare un testo - che sia un copione teatrale, una sceneggiatura cinematografica o un brano musicale - è vero che la macchina può sostituire l’uomo, ma a mio avviso si tratta di casi generati per attrarre attenzione (la Repubblica Ceca ha annunciato che a gennaio andrà in scena la prima opera teatrale interamente realizzata da un robot, ndr), con una qualità ben inferiore rispetto a ciò che può scaturire dalla mente di una persona».
Mi sta dicendo che, per esempio, anche se la Turandot lasciata incompiuta da Puccini o la Sinfonia n. 8 di Schubert oggi possono essere completate da un software, il risultato non sarà mai davvero emozionante?
«Esatto, mancherà sempre quell’unicità che solo l’artista può darci. Il robot che crea sarà un artista discreto, mai eccezionale. Oggi l’Intelligenza artificiale è uno strumento essenziale soprattutto per gestire in modo automatico la grande quantità di informazioni da cui siamo sommersi. Ognuno di noi ormai è in grado di autoprodursi un brano musicale, e quindi ogni ragazzo nella sua cameretta può produrre ogni giorno nuovi brani che rende disponibili a tutti, proprio come canta in questi giorni un concorrente di X Factor! L’Intelligenza artificiale permette di catalogare tutte queste informazioni a cui sarebbe difficile stare dietro. Pensiamo anche al settore della moda, un incrocio fra creatività e marketing. Un algoritmo può verificare qual è l’umore predominante sui social o il colore preferito dalla gente, che per un gigante della moda può essere di grande aiuto. Si va oltre l’istinto e alla creatività viene affiancato uno strumento nuovo».
Il Maxxi di Roma ha appena lanciato una call per artisti proprio sulla relazione fra arte contemporanea e Intelligenza artificiale (Re:Humanism Art Prize 2, scadenza 12 gennaio). Non solo. In arte esiste già un algoritmo che riesce a scovare analogie nascoste tra opere di epoche lontane (MosAic). In tutti questi casi i risultati si preannunciano interessanti, è d’accordo?
«Certo, possono nascere nuove modalità di produzione artistica o velocizzare procedure che altrimenti sarebbero lunghissime. Pensiamo anche ai restauri e all’uso del 3D nelle mostre. E poi anche l’opera d’arte può essere creata interamente dall’algoritmo, basta ricordare il “Ritratto di Belamy”, battuto all’asta da Christie’s un paio di anni fa, anche se con i limiti di cui parlavamo prima. Ma ragioniamo, invece, dalla parte di chi fruisce. La domanda da porsi è qual è il ruolo che l’Intelligenza artificiale ha nel crearci delle eco-chambers, proponendoci sempre cose che sono inclini ai nostri gusti. In un mondo in cui ogni giorno possiamo vedere un bel film mi devo affidare a qualcuno che possa fare una selezione per me. L’effetto collaterale è che l’offerta viene livellata, diminuendo così la possibilità di confronto. Cioè tutto diventa marketing e noi siamo solo dei semplici consumatori ai quali vengono suggerite sempre le stesse cose».
Anche nel cinema si corre questo rischio?
«Certo. Anche se dovendo fare un discorso sul rapporto fra Intelligenza artificiale e cinema è chiaro che emerge soprattutto un dialogo proficuo e positivo. L’uso dell’Intelligenza artificiale nel cinema è uno strumento in più. Poi è chiaro che anche in questo caso si può generare automaticamente una storia, ma come dicevo prima sarà sempre un prodotto discreto, mai eccezionale».
Quindi un pericolo, dall’applicazione al campo artistico dell’intelligenza artificiale, c’è.
«Che ci faccia il lavaggio del cervello, rischiando così di renderci incapaci di apprezzare la bellezza dell’inaspettato».