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Strisce allungate dalla luce, sagome che si muovono cercando il primo raggio di sole.
Sono i fantasmi di Bihac che si svegliano, allargano sulle spalle le coperte e camminano come lucertole verso qualcosa che intiepidisca quello che la notte ha gelato.
Imran ha diciannove anni, ha lasciato Jalalabad, in Afghanistan due anni fa, oggi vive in un edificio abbandonato nella zona industriale della città bosniaca.
Per spiegare perché ha lasciato il suo paese dice solo: «Taliban. Non ci fanno vivere». Poi, forse temendo che la parola “talebano” non evochi sufficiente preoccupazione in chi ascolta, elenca le persone che conosce vittime di un attacco, una bomba, un assalto: uno zio che andava a lavorare in ospedale, un cugino che andava ad accompagnare i figli a scuola, una vicina, mentre camminava per andare a comprare il pane. Tutti morti. Imran ci ha messo sei mesi per raggiungere la Bosnia.
Ora è fermo qui, a Bihac, da un anno e mezzo. Bloccato, tra un tentativo e l’altro di attraversare i monti e arrivare in Croazia, dunque Europa.
Quelli come lui, i camminatori, i migranti, i rifugiati, i senza casa, lo chiamano “game”.
Ci ha provato sette volte, senza successo, «mi hanno sempre riportato indietro. Tre volte senza picchiarmi, quattro dopo avermi derubato e colpito sulla schiena con le spranghe».
Funziona così, per tutti, dopo aver attraversato i monti: vengono catturati da forze ufficiali e non ufficiali della sicurezza croata che prendono tutto, telefoni, coperte, documenti.
Spesso vengono trasportati sulle rive di un fiume, dove viene dato fuoco alle loro cose, vengono denudati, picchiati e riportati al confine con la Bosnia, lasciati in cima alle montagne, o in mezzo ai boschi, o vicino ai corsi d’acqua.
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È la procedura.
L’ultima volta che l’hanno catturato in Croazia, Imran è rimasto senza giacca, senza soldi e senza scarpe. Come lui i suoi sei compagni di viaggio. Il primo centro abitato era distante otto chilometri.
Imran ha aspettato che passasse la notte e si è messo in cammino, a piedi nudi, per riattraversare la montagna e tornare al punto di partenza di quello che più di un “game” ormai è un sadico gioco dell’oca che non ha arrivi, ma eterni ritorni di una partenza senza destinazione.
«Nel percorso, hai mai visto persone mori..».
«A lot, a lot».
Tante, tante.
Risponde prima ancora di ascoltare tutta la domanda, e mima un corpo steso a terra, le mani che si agitano come a dire “non c’era più niente da fare”.
Uomini rimasti senza acqua o senza cibo. O forse troppo stanchi per affrontare dieci giorni di cammino e morti di freddo. Oppure qualcuno che si è perso. Succede quando i gruppi di migranti seguono lo smuggler che deve condurli di confine in confine e vengono sorprei dall’arrivo della polizia, magari in mezzo ai monti. Il gruppo si disperde, ragazzi e uomini cominciano a correre tra gli alberi, magari perdendo il telefono, o lasciando indietro lo zaino con l’acqua, il cibo e le coperte.
E quando il gruppo si ricompatta intorno allo smuggler manca una persona, o due. E di lui, di loro, non si sa più niente fino al passaggio del game successivo, del gruppo successivo, uomini che un passo dopo l’altro vedono un corpo tra le foglie e la neve.
Oppure, di chi si è smarrito, semplicemente non si sa più niente e basta. E quella fuga nei boschi si trasforma in una delle tante morti non registrate, che non fanno statistica e non fanno rumore.
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«Cosa fai se perdi tutto, nel bosco, Imran?».
«Prego, non posso fare altro. Mi è capitato di restare tre giorni senza acqua. Ma sono ancora qui. Aspetto che passi il dolore ai piedi e riproverò».
Negli ultimi anni, la Bosnia-Erzegovina è diventata una delle rotte migratorie miste più significative per le persone che cercano di entrare nell’Ue.
Soprattutto dopo il 2016, quando l’Unione Europea ha chiuso la rotta balcanica, e migliaia di rifugiati si sono accampati nei boschi bosniaci o in quello che resta dei palazzi in rovina, nelle zone industriali abbandonate o negli edifici che portano ancora i segni della guerra dei primi anni Novanta. Soprattutto nella parte nord occidentale del paese, nel cantone di Una Sana. Dall’altra parte dei morti c’è la Croazia. Ad aspettare chi ancora, dopo anni, tenta il “game” c’è la polizia, armata e con visori notturni per identificare le persone in cammino.
Dall’inizio del 2018 in Bosnia sono stati registrati circa 65.000 rifugiati, migranti e richiedenti asilo, le strutture di accoglienza riescono ad ospitare 6500 persone, e le organizzazioni umanitarie ne hanno contate almeno altre tremila che vivono al fuori dei centri di accoglienza, in campi improvvisati.
Nicola Bay è il direttore per la Bosnia di Drc, il Danish Refugee Council. Da mesi, con l’inverno implacabile che si avvicinava ed è arrivato, denuncia le condizioni in cui vivono i migranti e la mancanza di strategia del governo di Sarajevo.
A settembre Drc ha pubblicato un report sulla base di interviste alle persone che vivono negli insediamenti informali: un quarto di loro riesce a mangiare una volta al giorno, metà non ha accesso all’acqua, e il 92 per cento delle persone ha riferito di soffrire di vomito e diarrea.
«Facciamo assistenza medica d’urgenza negli insediamenti - dice Bay - ma è solo un modo per tamponare, non è una soluzione. È inaccettabile che non ci sia un sistema di accoglienza per ottomila persone in Bosnia, sono numeri che non costituiscono una crisi umanitaria, ma un fenomeno da gestire. Le autorità del paese non hanno individuato ancora, dopo anni, dei siti adatti per strutture recettive. Addirittura quelli che ci sono come vengono chiusi».
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Bay si riferisce al campo di Bira, che potrebbe ospitare duemila persone ed è stato chiuso per ordine delle autorità cantonali di Una Sana e del campo di Lipa, venti chilometri a sud di Bihac, pronto alla chiusura, che ospita altre 1300 persone.
Il campo di Lipa era stato aperto come centro temporaneo a marzo, all’inizio dell’emergenza Covid, quando è stato necessario trovare soluzioni per monitorare il contagio e la salute delle persone migranti.
Secondo gli accordi con le autorità cantonali, il campo di Lipa - fatto di tende e poche tensostrutture in mezzo ai monti - avrebbe dovuto essere attrezzato per l’inverno, con una fornitura di acqua e elettricità. Non è stato fatto. E senza elettricità e acqua è impossibile affrontare l’inverno così come è impossibile adottare misure igieniche anti-Covid. Perciò le istituzioni cantonali anziché migliorare le condizioni del campo, hanno deciso di smantellare le tende e chiuderlo.
Le persone che vivono a Lipa non hanno idea di dove passeranno l’inverno. Sono 1300 e andranno a unirsi ai tremila che già vivono all’addiaccio.
«L’intento delle istituzioni è quello di scoraggiare gli arrivi - dice Nicola Bay - ignorando ancora, dopo anni, che il cantone è il punto di passaggio per la Croazia e dunque per l’Unione Europea e che le persone che hanno attraversato tremila chilometri non si fermano a cinquanta chilometri dalla Croazia perché non ci sono centri di accoglienza. Sono qui perché vogliono raggiungere l’Europa e continueranno ad arrivare e a provarci».
Le autorità bosniache hanno a lungo negato la realtà, sperando che il fenomeno si sarebbe spostato altrove. Così non è mai stata pianificata una strategia nazionale per la gestione degli arrivi, e non sono mai stati identificati dei siti che potessero ospitare un sistema di accoglienza strutturato.
Eppure, nonostante la mancata gestione degli ultimi anni, il 16 dicembre la Commissione Europea ha adottato un pacchetto di assistenza aggiuntivo di 25 milioni di euro per sostenere la Bosnia nella gestione della migrazione, che vanno ad aggiungersi ai 60 milioni già ricevuti dal 2018.
All’inizio della crisi, nel 2016, in assenza di campi e centri di accoglienza, i bosniaci hanno aperto le case ai migranti. Nelle zone di confine non era difficile trovare giovani bengalesi o pachistani ospiti di anziane signore che permettevano loro di fare una doccia o ricaricare i telefoni, come non era difficile incontrare bottegai e contadini che a fine giornata distribuivano pane e coperte nelle tendopoli.
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Oggi il clima è cambiato. La propaganda anti-immigrazione, accentuata dall’emergenza Covid, ha esasperato gli animi degli abitanti, soprattutto a Velika Kladusa, dove i residenti, ad agosto, hanno bloccato la strada che porta in città per impedire l’ingresso dei mezzi che trasportavano migranti e richiedenti asilo.
Un mese dopo, uomini non ancora identificati hanno dato fuoco a una casa abbandonata dove viveva un gruppo di richiedenti asilo afgani.
Amad ha quarant’anni. Vive a Velika Kladusa, è uno dei fortunati che dorme nel campo Miral, l’unico della città. Può ospitare fino a seicento persone, ma quando fa freddo e nevica, come ora, di notte in tanti provano a saltare il cancello e trovare riparo almeno per la notte.
Amad è un attivista politico in Belucistan, una delle quattro province del Pakistan.
Racconta che suo fratello sia stato ucciso dalle forze di sicurezza pakistane, e suo nipote di 17 anni rapito mesi fa. Da allora la famiglia non ha piu’ sue notizie.
Amad e tre cugini per timore di essere rapiti sono fuggiti. Direzione Europa, con l’obiettivo di fare richiesta d’asilo.
Hanno provato ad attraversare i monti cinque volte. L’ultima un mese fa. Hanno camminato due giorni, poi sono iniziate le piogge e hanno aspettato nei boschi coprendosi con qualche pezzo di plastica e un sacco a pelo.
Quando hanno raggiunto la Croazia sono stati sorpresi da un gruppo di uomini armati, in uniforme verde, che hanno chiesto loro di spogliarsi, consegnare tutti gli oggetti personali e li hanno costretti a stendersi a terra, completamente nudi.
Li hanno prima picchiati, poi hanno restituito loro la biancheria intima, e li hanno caricati su un camion per trasportarli vicino al confine nelle mani di un altro gruppo di uomini, stavolta in uniforme nera e passamontagna.
Sono stati picchiati ancora, presi a calci e bastonate sulla schiena, prima di essere di nuovo caricati su un veicolo che li ha riportati al confine.
«Non avevamo più niente, né telefoni, né vestiti. Avevamo paura di muoverci, temevamo di essere ancora in Croazia, e che avremmo incontrato un altro gruppo di uomini armati».
Di quelle ore nel bosco i tre uomini portano ancora i segni. Non solo fisici.
Amad si sveglia di notte, sente una voce che grida: «Non puoi entrare qui, vai via».
Poi apre gli occhi e pensa: è tutto finito.
Dall’inizio dell’anno sono 15.672 i respingimenti registrati dalla Croazia.
Nel solo mese di ottobre sono stati 1934, piu’ di sessanta al giorno.
Secondo i dati di Drc almeno il 60 per cento delle persone ha subito violenza. A ottobre sono stati registrati 189 casi di “violenza inaudita” così li descrive l’organizzazione, in due casi si tratta di violenza sessuale da parte di uomini in uniformi nere senza segni identificativi, senza divise riconoscibili.
«I racconti delle persone riportate indietro sono tutti concordi in questo - dice Nicola Bay - vengono consegnati dalla polizia croata nelle mani di uomini in uniforme nera e passamontagna. Non possiamo sapere se siano membri della polizia croata o meno, ma possiamo desumere che operino in accordo con le autorità croate e le forze di sicurezza del paese. I “push back” rappresentano una violazione della legge europea. Non servono nuove norme, è necessario esigere il rispetto di quelle che ci sono già».
I respingimenti violano non solo la legge croata sull’asilo ma anche la legge europea e la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, nonostante le ripetute denunce e la preoccupazione espressa dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatovic, le autorità croate hanno sempre negato le accuse di violenze da parte dei funzionari di frontiera.
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Nel recente patto sulla migrazione la Commissione Europea propone che gli stati membri istituiscano meccanismi di monitoraggio delle frontiere per prevenire abusi, ma le organizzazioni umanitarie sono scettiche: «Al momento la proposta inserita nel patto sulla migrazione è solo confusa - dice Bay - è fondamentale che i meccanismi di monitoraggio siano indipendenti, non si può pensare che gli stessi governi o stati membri accusati di violare il diritto europeo siano incaricati di istituire il controllo sui respingimenti nelle zone di confine. E, soprattutto, c’è bisogno di trasparenza e sanzioni, e al momento non ne vediamo».
Così, mentre le organizzazioni in difesa dei diritti umani, come Amnesty International sporgono denuncia contro la Commissione Europea perché non ha affrontato le accuse di violazioni dei diritti umani, la Croazia continua a beneficiare di aiuti economici per il controllo dei confini, e nell’ottobre del 2019 la Commissione Europea ha valutato positivamente i progressi del paese verso l’adesione all’area Schengen.
Un anno fa la Commissione ha anche incrementato di 7 milioni di euro i fondi destinati alla Croazia per la gestione delle frontiere «finanziamento destinato a coprire i costi operativi di 10 stazioni di polizia di frontiera attraverso la fornitura di indennità giornaliere, indennità extra e attrezzature» si legge nei documenti della Commissione europea.
L’aumento di sette milioni porta il finanziamento globale per la Croazia a 124 milioni, tra programmi nazionali del Fondo asilo, migrazione e integrazione e del Fondo sicurezza interna 2014-2020.
Eppure, il Fondo Asilo non sembra funzionare. Visto che ai migranti che attraversano il confine, picchiati e derubati, non viene data la possibilità di fare domanda di protezione internazionale.
Come Mansour. Che ha lasciato Herat, Afganistan, quando aveva tredici anni. E ha viaggiato da solo.
Un caso come molti: una famiglia intera che punta sulla migrazione del più giovane, del più sveglio, come lui ha scommesso coi monti, perdendo, almeno fino ad ora, che di anni ne ha da compiuti da poco diciotto.
Mansour divide la stanza di un edificio abbandonato nella zona industriale di Bihac con sette ragazzi. Tutti afgani come lui.
La stanza è pulita, ci tiene a dirlo e mostrarlo Mansour, che si muove nello spazio e tra le persone col carisma di un capo.
Ne serve uno, sempre. Che parli inglese, che sia risoluto con lo smuggler. Che tenga i contatti con le organizzazioni umanitarie. Che dia forza agli altri quando gli altri la perdono.
In questo “game” tocca a Mansour, che ha uno zaino pieno di fette biscottate, acqua e cioccolato, si muove come un adulto e torna un ragazzo della sua età quando dice: studiare, vorrei solo studiare.
Mansour ha perso cinque volte il “game” ma ci riprova, il 17 dicembre è stato il giorno della sua nuova scommessa con I monti.
«Today we’ll go game».
Non si lavava da tre settimane. Ma la mattina della partenza ha scaldato l’acqua sul fuoco e si è fatto una doccia. Cioè si è lavato in una stanza che chiamano bagno, senza finestre e piena di immondizia.
«Today game, I had a shower».
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Prova ad entrare in Europa e si è lavato, è ordinato e pulito come quando si va incontro a un appuntamento col destino.
Prima di andare via prende un masso dal campo che circonda l’edificio, blocca la porta della stanza dove ha vissuto per mesi e salta dalla finestra, «così nessuno entra».
Non vuole tornare - dice - ma non si sa mai, «e se torno indietro voglio trovare la mia stanza come l’ho lasciata». Ordinata e pulita, come fosse una vera casa.
Chiede ai suoi compagni di cammino di mettersi intorno a lui, in cerchio.
Qualcuno ha gli occhi bassi, qualcuno guarda in direzione delle montagne, cioè della Croazia, cioè dell’Europa.
Pregano.
Mettono lo zaino in spalla e si allontanano, diventano sagome senza più ombre, sul finire della giornata, che si perdono nella nebbia, verso i boschi.