Archivio
febbraio, 2020

Conad, Auchan e la partita miliardaria dei supermercati sulla pelle dei lavoratori 

conad1-jpg
conad1-jpg

Con l'acquisizione del gruppo francese in grave crisi, il consorzio con base a Bologna è diventato il numero uno della grande distribuzione in Italia. Ma ci sono migliaia di lavoratori di troppo e un socio offshore

conad1-jpg


Aggiornamento del 13 febbraio 2020 - "Cassa intregazione per 5.300 dipendenti della ex Auchan Italia". È arrivata oggi pomeriggio una nuova preoccupante svolta nella complicata vicenda del riassetto delle attività del gruppo francese acquisite alcuni mesi fa da Conad. È quanto emerge dalla comunicazione che il gruppo con base a Bologna ha inviato a sindacati e ministero del Lavoro in vista dell'incontro in programnma domani a Roma tra l'azienda e Cgil, Cisl e Uil. I 5.300 dipendenti per cui è stata richiesta la Cig rappresentano il 60 per cento circa degli oltre 8 mila lavoratori ex Auchan in Italia. Il timore dei sindacati è che per molti di lavoro la Cassa rappresenti di fatto l'anticamera del licenziamento.  

*******************

Francesco Pugliese è un manager di successo. Sotto la sua guida il consorzio Conad è diventato il leader nazionale della grande distribuzione, un colosso che nel 2019 ha superato di slancio i 14 miliardi di ricavi. Adesso però Pugliese, 61 anni appena compiuti, è atteso alla prova più difficile di una carriera fin qui fortunata. Dovrà dimostrare che lo slogan che ha accompagnato la sua scalata è qualcosa di più di un semplice gioco di parole. Perché gli spot di Conad, quelli che testualmente recitano «persone, oltre le cose», da qualche mese fanno da sottofondo a un affare miliardario che ridisegna gli equilibri di mercato e allo stesso tempo minaccia il futuro di migliaia di lavoratori. Il gruppo con base a Bologna, marchio di eccellenza del movimento cooperativo, è chiamato a conciliare le promesse di una campagna pubblicitaria all’insegna dell’etica e dei buoni sentimenti, con la dura realtà di una ristrutturazione aziendale scandita a suon di tagli tra i dipendenti.

Tutto comincia a metà maggio dell’anno scorso, quando Conad annuncia l’acquisto della rete italiana della francese Auchan, da tempo in grave crisi. È un colpo grosso, almeno sulla carta. Passano di mano 270 punti vendita, compresi 45 ipermercati. Quanto basta per portare l’azienda guidata da Pugliese in vetta alla graduatoria nazionale di settore, scavalcando i cugini-rivali di Coop. In casi come questi, però, l’aritmetica delle quote di mercato conta fino a un certo punto. A più di sei mesi dall’annuncio non c’è ancora chiarezza sui numeri dell’operazione, ma tirate le somme, si può dire che al momento resta incerto il futuro di almeno tremila dipendenti ex Auchan.

Del resto, l’integrazione di due realtà così diverse non può che passare da un faticoso lavoro di taglia e cuci. Da una parte c’è un consorzio che associa 2.300 negozianti da un capo all’altro della Penisola, forte soprattutto al Centro e al Sud. Il concorrente transalpino invece si è sempre mosso con la logica monolitica della multinazionale. Senza contare che in molte regioni le due reti si sovrappongono e l’Antitrust, che ha già avviato un’indagine, potrebbe imporre chiusure e ridimensionamenti di punti vendita. Infine c’è la questione degli uffici amministrativi e degli 11 centri logistici legati ad Auchan, con oltre 500 dipendenti, che sembrano destinati a restare fuori dal perimetro del gruppo che verrà.

Tra tante incognite, un fatto è certo: i posti a disposizione nell’organico del nuovo campione nazionale dei supermarket sono molti meno di quelli che risultano dalla semplice somma degli addetti dei due gruppi destinati a fondersi. Da principio, in base alle indicazioni fornite da Conad, i lavoratori di troppo erano addirittura 6 mila, il 40 per cento circa dei 15.700 a libro paga dei francesi. Strada facendo, una metà circa degli ipotetici tagli è stata riassorbita, ricollocando una parte del personale del gruppo appena acquisito all’interno della rete dei negozi Conad e anche con la cessione di una trentina di market ad altre catene, come Esselunga e Carrefour. Restano in mezzo al guado tremila dipendenti. Un numero molto elevato, ennesima conferma di una crisi che nell’ultimo anno ha ridisegnato il sistema della grande distribuzione in Italia, con forti contraccolpi sull’occupazione.

PIANGE IL CARRELLO
Le cronache recenti registrano crac clamorosi come quello di Mercatone Uno, il supermercato del mobile con sede a Imola, che mette a rischio quasi 2 mila posti, mentre le gravi difficoltà della lombarda Grancasa costeranno altri 150 licenziamenti. Tirano la cinghia anche pesi massimi del settore come Coop, che mesi fa ha annunciato circa 500 esuberi, e la francese Carrefour che nel nostro Paese farà a meno di 580 dipendenti.

A lasciare il segno sui bilanci dei gruppi più importanti è stata in primo luogo la stagnazione economica che ha depresso i consumi. Nel 2018 il valore delle vendite al dettaglio è aumentato solo dello 0,2 per cento (dati Istat) e nel 2019, dopo un primo semestre in ripresa, l’indice è tornato far segnare un valore negativo: l’ultimo dato disponibile, quello di novembre, segnala un calo dello 0,2 per cento sul mese precedente.

La grande distribuzione, in crescita dell’1,5 per cento tra gennaio e novembre dell’anno scorso, ha retto complessivamente meglio rispetto alle piccole imprese, che hanno perso lo 0,7 per cento. Tra le grandi insegne, forti di centinaia di punti vendita, l’andamento del mercato ha però imposto nuovi modelli organizzativi. I dati confermano che i consumatori privilegiano i market di formato medio-piccolo, mentre perdono terreno le grandi superfici, gli ipermercati spuntati come funghi soprattutto nelle periferie dei grandi centri urbani.

01-jpg

Questi dati spiegano in buona parte la grave crisi che ha affondato Auchan. I francesi avevano puntato tutto o quasi sui supermarket di formato extralarge e ben presto si sono trovati a navigare controcorrente. I vertici del gruppo, che è controllato dalla famiglia Mulliez, hanno tardato ad aggiustare la rotta, anche per effetto di una struttura organizzativa che secondo gli analisti del settore si è dimostrata molto più rigida rispetto a quella dei concorrenti.

La fine è nota: i bilanci della filiale italiana di Auchan sono stati sommersi dalle perdite: 201 milioni nel 2017 e 83,5 milioni l’anno successivo, quando però i conti avevano beneficiato di quasi 300 milioni di proventi finanziari straordinari. Anche la controllata Sma è finita sotto la linea di galleggiamento, in rosso di oltre 200 milioni nel 2018.

FRANCESI IN FUGA
Non è una sorpresa allora, se il gigante della grande distribuzione con sede a Parigi, 51 miliardi di fatturato globale, ha preferito liberarsi della sua rete commerciale nella Penisola. L’affare è andato in porto a maggio dell’anno scorso, quando una società partecipata al 51 per cento dal consorzio italiano e per il resto dal finanziere Raffaele Mincione ha rilevato il controllo della filiale italiana di Auchan, ribattezzata Margherita distribuzione. La neonata holding si chiama Bdc e la quota di Mincione risulta intestata a una società lussemburghese, la Pop 18 che a sua volta è riconducibile alla Time and Life, un’altra società del Granducato che fa riferimento al finanziere.

L’inedita coppia di partner si è subito messa al lavoro per gestire il riassetto della complessa eredità di Auchan. «Abbiamo offerto una prospettiva di mercato a un gruppo che perdeva più di un milione al giorno», ripetono da mesi i manager di Conad, che amano descrivere l’acquisizione come un salvataggio nel nome del Made in Italy.

Va detto che pur di trovare un acquirente, i francesi non hanno badato a spese. Dai conti del gruppo si scopre che l’anno scorso la holding transalpina, oltre a svalutare nel proprio bilancio le attività italiane per 815 milioni, ha versato nella casse della società in vendita circa 495 milioni a copertura delle perdite previste per il 2019. L’addio all’Italia è quindi costato ai francesi oltre 1,3 miliardi. Conad invece è riuscita ad allargare la propria rete di punti vendita praticamente a costo zero, rilevando le attività di un concorrente con i conti ripuliti dalle pesanti passività del passato. La dote da quasi mezzo miliardo garantita da Auchan si è infine rivelata decisiva per convincere la squadra di vertice del consorzio cooperativo a dare via libera all’operazione.
02-jpg

In questo scenario a dir poco complicato, Pugliese si è mosso controcorrente e ha saputo approfittare delle difficoltà della multinazionale francese per conquistare nuove quote di mercato. A fine 2019, secondo le ultime stime, Conad aveva già quasi raggiunto Coop in vetta alla graduatoria nazionale, con il 13,4 per cento circa delle vendite della grande distribuzione. La nuova acquisizione potrebbe garantire un progresso di altri tre o quattro punti percentuali e il consorzio bolognese diventerebbe così di gran lunga il leader di settore.

La partita, però, rischia di andare ai tempi supplementari. Il 20 gennaio scorso l’Antitrust ha annunciato una nuova e più approfondita indagine segnalando che in alcune zone della Penisola le quote di Auchan e Conad, sommate insieme, supererebbero di gran lunga il 50 per cento. A giudizio dell’authority, anche valutando gli assetti di mercato complessivi, l’aggregazione dei gruppi potrebbe «ostacolare in modo significativo la concorrenza». Resta ancora da definire, quindi, l’assetto organizzativo del nuovo gruppo e di conseguenza anche il numero dei lavoratori che a giochi fatti passeranno dall’azienda francese al consorzio di Pugliese. Al momento i tagli confermati, quelli per cui sono già state avviate le procedure di mobilità, sono circa 800, per la precisione 817, come si legge nei più recenti comunicati di Conad.

GRANDI MANOVRE
Il freddo bollettino della crisi elenca località e numeri. A Rozzano, alle porte di Milano, non ha un futuro la direzione amministrativa di Auchan con i suoi 456 impiegati. Stessa sorte per decine di dipendenti degli uffici di Roma, Ancona, Brescia, Catania, Vicenza, per citare solo i più importanti. Questo bilancio provvisorio non comprende però i punti vendita, le centinaia di market sparsi per l’Italia. Qui il quadro si complica, per via della struttura stessa del consorzio Conad, che nasce dall’alleanza di sei grandi cooperative distribuite su tutto il territorio nazionale. Queste coop, a loro volta, rappresentano circa 2.600 commercianti, a cui fanno capo 3.600 negozi delle più varie dimensioni, in buona parte però concentrati nel formato medio piccolo, quello che, come detto, sta resistendo meglio alla trasformazione del mercato.

In pratica, quindi, ogni market fa storia a sé. «È una vertenza nazionale che riguarda migliaia di lavoratori, ma le trattative sindacali si svolgono per lo più su base regionale», spiega Ivan Notarnicola della Fisascat-Cisl di Milano metropoli. Tocca infatti al singolo imprenditore associato a Conad valutare l’opportunità e la convenienza di allargare la propria rete con le attività messe in vendita da Auchan. E anche se l’acquisizione va in porto non è detto che l’organico del punto vendita venga trasferito per intero al compratore. L’incertezza è massima, quindi, con i sindacati che da settimane chiedono invano informazioni dettagliate sui passaggi di proprietà dei negozi.

In uno scenario così frammentato non è una sorpresa che l’integrazione tra i due gruppi vada per le lunghe. A più di sei mesi dalla firma dell’intesa, che risale al 31 luglio, non è ancora chiaro quanti siano i negozi che continueranno l’attività e quanti invece sono destinati a chiudere i battenti.

Secondo i dati forniti da Conad, a fine gennaio su un totale di 275 market della rete Auchan retail, erano una settantina quelli che avevano cambiato insegna. Le incognite maggiori riguardano i 45 ipermercati, più difficili da rilanciare perché i consumatori, come detto, privilegiano i market più piccoli. L’alternativa alla chiusura sarebbe una drastica ristrutturazione degli spazi, con la cessione o l’affitto ad altri operatori di una parte delle superfici di vendita.

In altre parole, l’integrazione delle ex attività francesi sotto l’insegna del gruppo italiano darà il via anche a un walzer immobiliare. Si spiega così l’alleanza con il finanziere Mincione. Toccherà a lui piazzare i punti vendita che, in tutto o in parte, resteranno ai margini del gruppo una volta terminato il riassetto. Con l’obiettivo, ovviamente, di riuscire a guadagnare qualcosa anche dai vuoti a perdere dei grandi magazzini Auchan.

L'edicola

In quegli ospedali, il tunnel del dolore di bambini e famiglie

Viaggio nell'oncologia pediatrica, dove la sanità mostra i divari più stridenti su cure e assistenza