La sensazione di vulnerabilità di fronte al virus, mentre scrivo ancora senza un antidoto, crea una profonda angoscia in tanti angoli del pianeta. L’alimentano i media non certo avari di notizie sui danni provocati dal killer inafferabile. Nei laboratori gli danno la caccia cercando un vaccino. Nell’attesa che lo si trovi, il virus evaso dalla provincia cinese di Hubei, miete vittime anche vicino a noi. Risparmio la morale che si può trarre dall’immunità di cui gode (per ora) il coronavirus. Un’immunità che è una beffa per la scienza del XXI secolo: una minaccia micidiale, sia per gli individui, sia per l’economia mondiale. Mi guardo bene dal paragonare quel che accade oggi a quel che accadde quattro secoli fa e che Alessandro Manzoni ha descritto nel suo romanzo. I fatti di questi giorni sono definiti un’infezione diffusa oppure una grave crisi sanitaria. C’è chi azzarda, forzando al momento la realtà, anche l’espressione epidemia. Dimenticando cosa indicò quella parola. L’epidemia storica, raccontata in particolare in due capitoli, il XXXI e il XXXII, dei Promessi Sposi, culminò nel 1630. Non ho resistito alla tentazione di rileggere quelle pagine, una cronaca anche letterariamente esemplare: «S’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno nella strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi».
Manzoni racconta due secoli dopo la strage basandosi su “Ragguaglio” di Alessandro Tadino, allora membro del Tribunale di Sanità, e su quel che aveva lasciato di scritto il protofisico Lodovico Settala. I cronisti dell’epoca si danno da fare per individuare il soldato che entrando a Milano con uno zaino pieno di abiti comperati o rubati ai mercenari tedeschi ha contribuito a diffondere il contagio mortale. Si sarebbe trattato di Pietro Antonio Lovalo che alloggiava presso dei parenti vicino a Porta Orientale, e che morì dopo tre giorni di forte febbre all’ospedale. Avendogli scoperto il bubbone sintomo della peste sotto un’ ascella, i medici fecero bruciare tutto quello che aveva con sé. Secondo il sacerdote Giuseppe Ripamonti fu invece un certo Pier Paolo Locati, di Chiavenna, a portare il virus della peste a Milano. Tadino e Ripamonti non sono d’accordo neppure sulle date di ingresso dei due in città. La controversia sull’origine dell’epidemia non è mai stata risolta. Come adesso, nei nostri giorni, per il coronavirus, così secoli fa regnò l’incertezza sul portatore del contagio.
Oggi si sa il luogo di partenza del coronavirus, si ritiene venga da Wuhan, nell’Hubei, la provincia cinese più colpita. Nel ’600 il contagio fu portato in Lombardia dai lanzichenecchi, dalle truppe tedesche mercenarie di Albrecht von Wallenstein, arrivate in Italia dalla Valtellina e dirette a Mantova, dove era in corso la lotta per la successione tra Francia e Spagna. Un tempo i portatori di virus erano i soldati. Oggi sono civili pacifici, turisti, commercianti, tecnici. Il virus adesso viaggia in aereo o su un piroscafo. Le due situazioni non sono ovviamente paragonabili: sarebbe un’imperdonabile forzatura. La rilettura del Manzoni è puramente letteraria.
Le incertezze iniziali sul pericolo incombente durarono a lungo. Alessandro Tadino, dopo una visita in Valsassine, informò il governatore Ambrogio Spinola del rischio che tra i lanzichenecchi in arrivo ci fossero molti appestati. La risposta fu che «le preoccupazioni della guerra erano più pressanti». Pochi giorni dopo, nonostante l’annunciato pericolo, con grande partecipazione popolare fu festeggiata la nascita del primogenito di Filippo IV, re di Spagna. Dal mese di marzo dell’anno successivo, nel 1630, la peste cominciò a mietere sempre più vittime. In maggio il caldo estese il contagio al punto che il lazzaretto non era più in grado di accogliere ammalati. Il ritmo delle morti a Milano era di quaranta al giorno. Il tribunale ordinava di bruciare tutto ciò che poteva essere fonte di contagio; sequestrava le abitazioni; relegava intere famiglie nel lazzaretto. Credendo si trattasse di abusi delle autorità la gente insultava Alessandro Tadino e Senatore Settala, incaricati di arginare la peste. La paura provocata dall’aumentare delle vittime fece nascere tra la gente la convinzione che alcuni uomini spargessero apposta unguenti venefici. E cominciò così la caccia agli untori. Nulla di tutto questo accade oggi. Ma le assurde aggressioni ai cinesi non sono mancate. La tristezza dell’argomento è stata compensata dalla rilettura delle chiare pagine di Alessandro Manzoni. È stato un salto a ritroso nella storia irripetibile mentre viviamo un presente inquietante.