Pubblicità
Economia
marzo, 2020

Coronavirus, ecco il mondo nuovo che ci aspetta quando ne usciremo

La Gran Via a Madrid
La Gran Via a Madrid

Stop alla globalizzazione. Meno consumi e viaggi. Scuola e lavoro a distanza. Frontiere più alte tra gli Stati e produzione nazionale di tutti i beni essenziali. Spesa pubblica concentrata su ambiente e sanità. Perché dopo l'emergenza non possiamo più farci trovare impreparati

La Gran Via a Madrid
Che mondo sarà, dopo? Immersi come siamo nell’angoscia del presente, non è facile delimitare con il pensiero i contorni di un futuro che ci appare incerto, indefinito. La necessità di far fronte all’emergenza finisce per costringere lo sguardo entro l’orizzonte dell’immediato. Eppure, con il passare del tempo, mentre si accumulano dati e notizie su un disastro senza precedenti per l’economia globale, diventa sempre più importante capire dove ci porterà la terribile tempesta che stiamo affrontando. E così, negli ultimi giorni, molti studiosi si sono spinti a descrivere lo scenario futuribile della nuova normalità, ovvero il mondo che ci attende quando ci saremo liberati dell’incubo Coronavirus.

Su un punto tutti gli osservatori sembrano d’accordo: l’ordine di grandezza dei danni provocati dal Covid 19 è paragonabile a quello di una guerra. Qualcosa di molto più pesante anche rispetto alla pur grave recessione innescata dai crack finanziari del 2008-2009. Lo stop alle attività produttive provocherà un crollo del Pil che nei Paesi dell’area dell’euro, secondo la banca d’affari JP Morgan, dovrebbe toccare il 22 per cento nel secondo trimestre di quest’anno. Per gli Stati Uniti le stime di Goldman Sachs prevedono un calo del 24 per cento. Jp Morgan non esclude un parziale recupero già nel corso dell’anno, ma di sicuro ci vorrà tempo per riavviare il sistema. Fabio Sdogati, professore di economia internazionale al Politecnico di Milano, disegna due scenari. In quello più ottimistico, una crescita faticosa e molto lenta potrebbe tornare entro un anno. «Ma non escludo - dice Sdogati - una lunga stagnazione tra il 2021 e il 2022: le famiglie contrarranno in maniera permanente la propria propensione a consumare, le imprese quella ad investire. Il governo rimarrà la sola fonte potenziale di stimolo della domanda e quindi, in ultima istanza, dell’attività produttiva».

La benzina per la ripresa, quindi, non potrà che arrivare dalle casse dello Stato. All’enorme aumento della spesa pubblica necessario per superare l’emergenza di queste settimane si sommeranno nei prossimi anni nuovi pesanti esborsi per trainare la ripresa. «Servirà uno stimolo permanente», ha sintetizzato il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman in un intervento pubblicato dal New York Times. In prospettiva, però, è il sistema stesso che sembra destinato a funzionare secondo modalità profondamente diverse da quelle che siamo abituati a conoscere. Sarà il “next normal”, come l’hanno definito in un articolo Kevin Sneader e Shubam Singhal, partner della grande società di consulenza internazionale McKinsey. Secondo i due autori, una volta usciti dalla fase acuta della pandemia, non è escluso che il virus torni ad attaccare l’umanità. I leader politici e i capi azienda potrebbero quindi essere chiamati a risolvere un dilemma complicato e drammatico allo stesso tempo: come proteggere vite umane senza compromettere del tutto la produzione di beni e servizi? Lo scontro tra governo, Confindustria e sindacati che tra alti e bassi prosegue da giorni in Italia è la dimostrazione che trovare un compromesso è quanto mai complicato.

Lo stesso rapporto tra capitale e lavoro, tra mondo della finanza ed economia reale, pare avviato a trovare un nuovo equilibrio nel mondo che verrà, un mondo profondamente segnato dall’esperienza della pandemia. «Questa volta non credo proprio che si ripeterà quanto abbiamo visto dopo la grande crisi del 2008, quando tutto è ripreso nel giro di pochi anni come se nulla fosse successo», argomenta l’economista francese Jean Paul Fitoussi, professore emerito dell’Istituto di Studi politici di Parigi, critico feroce delle politiche di austerità di bilancio. «Avremo un riequilibrio della spesa pubblica verso la sanità e il welfare in generale. E questo non soltanto nel breve termine, con l’obiettivo di superare l’emergenza. Serviranno più investimenti per combattere future possibili pandemie. Questa tragedia ci sta insegnando che non possiamo affidare al mercato la salute dei cittadini».
Jean-Paul Fitoussi

Nella società post coronavirus diventerà quindi più difficile fare a meno di quelle reti di sicurezza che i tagli ai bilanci degli Stati negli anni scorsi hanno in larga parte ridimensionato. D’altra parte, la consapevolezza che l’umanità potrebbe essere costretta ad affrontare nuovi contagi farà crescere la richiesta globale di sicurezza. Il distanziamento sociale a cui siamo costretti in questi giorni di massimo pericolo, potrebbe diventare uno stile di vita indotto dal timore di trovarci esposti ai virus. Un articolo pubblicato dalla Techonology Review del Mit di Boston evoca la cosiddetta “shut in economy”, neologismo che descrive uno scenario in cui prevalgono le attività che si svolgono prevalentemente online, senza contatto diretto tra le persone. Così, per esempio, lo studio via internet guadagnerà terreno rispetto a quello nelle aule scolastiche, i film in streaming soppianteranno i cinema tradizionali, che tra l’altro potrebbero essere costretti ad allargare gli spazi tra gli spettatori.

«Ci troviamo di fronte a un cambio d’epoca. Relazioni interpersonali e stili di vita sono destinati a mutare profondamente», riassume lo storico dell’economia Giuseppe Berta, docente all’Università Bocconi. Se poi dai comportamenti individuali si passa a considerare la società nel suo complesso, le conseguenze della pandemia nel lungo termine potrebbero essere riassunte in parola: “slowbalization”. Questo termine è stato coniato poco più di un anno fa, nel gennaio del 2019, dal settimanale britannico “The Economist”, che voleva così descrivere il rallentamento su scala mondiale della globalizzazione. «Le società si chiudono in se stesse e cercano in proprio le soluzioni ai loro problemi», questa è la china che rischiamo di imboccare, dice Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis.

«Eppure - secondo Valerii - proprio questa pandemia dimostra che solo un coordinamento il più possibile allargato tra gli Stati è in grado di sconfiggere il contagio». Intanto, già in queste settimane di terrore globale è venuta meno ogni illusione di un coordinamento europeo. L’Ue ha faticato a tenere il passo con gli eventi e anche la Bce si è mossa con ritardo e dopo mille incertezze. I muri degli egoismi nazionali sono tornati a fortificare i confini dei singoli Stati. «L’Europa si è suicidata», commenta amaro Fitoussi. «E ora che l’emergenza ha spazzato via le norme sui vincoli di bilancio e sugli aiuti di Stato, l’istituzione di Bruxelles sembra un involucro vuoto, priva di compiti e soprattutto di un’anima». Ricostruire l’Unione, una volta fuori dal tunnel, non sarà facile.
Il riflesso condizionato della chiusura delle frontiere per combattere ognuno la propria battaglia non è detto che si esaurisca insieme al virus. Secondo Valerii, «l’aumento delle disparità di reddito causato dalla crisi economica potrebbe finire per rafforzare i vari sovranismi sparsi per il continente». Le ricadute saranno pesanti sul commercio internazionale, che dava già segni di rallentamento anche prima che la pandemia si diffondesse in ogni angolo del mondo. Negli ultimi due decenni, le filiere produttive si sono allungate a dismisura. Le fabbriche del mondo occidentale, dalle medie aziende ai gruppi multinazionali, hanno stretto rapporti con fornitori a migliaia di chilometri di distanza. Si spiega anche così l’aumento esponenziale del commercio che su scala planetaria è passato da un valore di 6 mila miliardi di dollari nel 2000 ai 19 mila miliardi registrati dalle statistiche della Banca Mondiale nel 2018. La macchina degli scambi ha di molto rallentato la sua velocità per effetto del coronavirus. E pare improbabile che possa tornare a correre al ritmo degli anni d’oro della globalizzazione.

«Le drammatiche difficoltà nel rifornimento di medicinali in queste settimane sono la conferma che è stato un grave errore delocalizzare buona parte della produzione di farmaci in Cina e in India», afferma Giovanni Dosi, ordinario di Economia all’Istituto superiore Sant’Anna di Pisa. «Non possiamo affidare al mercato e a Big Pharma la salute pubblica», conclude Dosi.

In prospettiva, quindi, è probabile che le merci viaggeranno di meno. E lo stesso vale per le persone. «Il coronavirus - spiega Berta - ha messo fine al mito della mobilità illimitata. Il timore di nuovi contagi ridurrà di molto anche nel futuro prossimo il popolo dei viaggiatori abituali». Come dire che il business delle vacanze, azzerato in queste settimane di emergenza, difficilmente riuscirà a riprendere quota in tempi brevi. E per l’Italia, in cui il turismo, compreso l’indotto, vale circa 13 per cento del Pil, l’impatto sul sistema Paese rischia di rivelarsi particolarmente pesante. Un’altra eredità della pandemia con cui dovremo abituarci a convivere nel futuro prossimo. Nella speranza di riuscire a liberarcene per sempre.

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità