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Attualità
aprile, 2020

«L'Europa per andare avanti deve trovare il coraggio di avere paura»

TO GO WITH AFP STORY BY ALAIN JEAN-ROBERT
Spanish writer Javier Cercas poses in Paris on September 17, 2015. AFP PHOTO / JOEL SAGET        (Photo credit should read JOEL SAGET/AFP/Getty Images)
TO GO WITH AFP STORY BY ALAIN JEAN-ROBERT Spanish writer Javier Cercas poses in Paris on September 17, 2015. AFP PHOTO / JOEL SAGET (Photo credit should read JOEL SAGET/AFP/Getty Images)

Per resistere alla crisi della pandemia bisogna fare quel che deve essere fatto e andare avanti. In guerra, diceva Orwell, anche le brave persone fanno cose brutte. L'intervento del grande scrittore spagnolo

TO GO WITH AFP STORY BY ALAIN JEAN-ROBERT Spanish writer Javier Cercas poses in Paris on September 17, 2015. AFP PHOTO / JOEL SAGET (Photo credit should read JOEL SAGET/AFP/Getty Images)
Appartengo alla prima generazione di europei che non ha vissuto una guerra, almeno non una guerra tra grandi potenze, perché non dimentico quella dell’ex Jugoslavia. Questo fatto sorprendente potrebbe avere inoculato in noi la profonda convinzione che, una volta liberatici da certi macigni del passato - in Spagna, ad esempio, del terrorismo dell’Eta - saremo vissuti al riparo dalle catastrofi che hanno colpito i nostri antenati. Era, in ogni caso, un ottimismo infondato che è iniziato a creparsi l’11 settembre 2001, quando l’islamismo radicale presentò inaspettatamente a New York il suo biglietto da visita, e diventò ancora più fragile con la non meno inattesa crisi del 2008. Ciò che nessuno poteva aspettarsi è che finisse di frantumarlo una piaga di biblica evocazione che sta confinando tutti noi nelle nostre case per un tempo indefinito. Una cosa è chiara: l’unica caratteristica prevedibile della storia è la sua imprevedibilità.

Ivan Krastev afferma che la crisi del coronavirus rafforzerà il nazionalismo in Europa. Non sembra una previsione avventata. Le grandi crisi degli ultimi due secoli hanno avuto questo effetto: quella del 1929 e, ovviamente, anche quella del 2008, l’unica nel nostro secolo paragonabile per dimensioni a quella precedente.

La ragione del fenomeno è palese. Una crisi profonda genera paura, e il nazionalismo si presenta come l’antidoto ideale contro la paura quando offre, di fronte all’incertezza, il rifugio di una comunità legata da vincoli di sangue. Il problema è che questo rifugio, oltre a essere irrazionale e illusorio, non ci protegge da alcunché o ci protegge assai peggio del rifugio razionale dell’essere cittadini che è costruito sui vincoli della legge. Ne è prova evidente il fatto che in Europa ogni rafforzamento del nazionalismo ha scatenato conflitti ancora peggiori di quelli che lo avevano generato.

È accaduto con la crisi del 1929 che sfociò nella Seconda guerra mondiale. Non è avvenuto con un impatto pieno dopo quella del 2008 perché, sebbene la Ue non sia quella che alcuni di noi vorrebbero che fosse - uno stato federale - essa ha tuttavia rallentato la rinascita del nazionalismo, proprio il fine per cui è stata fondata. Sarà in grado di continuare a farlo?

Se la crisi del coronavirus assumerà una dimensione economica simile a quella del 2008, come teme Christine Lagarde, la presidentessa della Bce, sarà la Ue in grado di resistere a due crisi consecutive di tale calibro, considerando che la prima è stata a un passo dal travolgere l’euro? È questa adesso, a mio avviso, la domanda da un milione di dollari, perché di una cosa possiamo essere certi: i grandi problemi di oggi sono transnazionali, come l’attuale crisi insegna ancora una volta, mentre per risolverli disponiamo quasi esclusivamente di strumenti nazionali. Ciò equivale più o meno a tentare di aprire una cassaforte a testate. A peggiorare le cose, c’è l’uso deprimente che i politici fanno dei pochi strumenti transnazionali a disposizione, come ha dimostrato ancora una volta la reazione lenta, titubante, ingenerosa, insoddisfacente e timida della Ue alla pandemia. Inoltre, da quando essa è scoppiata, sento dire spesso che le crisi peggiori tirano fuori il meglio di noi. Ecco un’altra dimostrazione di ottimismo infondato. Almeno, questa è la conclusione che ho tratto dalla crisi del 2008, e soprattutto dalla crisi catalana, che è stata essenzialmente una sua conseguenza. Di fatto, pensando a quest’ultima, continua a venirmi in mente la frase di George Orwell: «Dove sono le brave persone quando accadono cose brutte?».

È naturalmente una domanda retorica: Orwell, che aveva combattuto in guerra, sapeva che quando accadono cose brutte, le brave persone restano, con pochissime eccezioni, nascoste o silenziose, quando non fanno addirittura cose brutte. Quest’ultima non è un’affermazione ottimistica, ma ciononostante mi auguro che, per una volta, dimostreremo che è falsa.

Walter Benjamin scrisse che la felicità consiste nel vivere senza paura. In questi giorni, da quando è scoppiata la pandemia, per l’Europa vivere senza paura non è possibile (almeno senza paura per la vita di molte persone). E non dovrebbe farlo: il coraggio non consiste nel non avere paura - ciò è temerità - ma nel controllarla, fare ciò che deve essere fatto e andare avanti. Ora come ora è di questo che si tratta.

Traduzione di Marina Parada

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