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Ma c’è chi si batte per mantenere in vita quest’antica, preziosa, umanissima arte morente. E non alludiamo alla solita Verona, la città di Romeo e Giulietta, la “capitale mondiale degli innamorati” dove pure arrivano valanghe di biglietti indirizzati all’eroina shakespeariana. Siamo invece in Abruzzo, terra, da proverbio, “forte e gentile”, alla periferia degli atlanti degli affetti e delle passioni più o meno corrisposte.
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Qui, a Torrevecchia Teatina, in provincia di Chieti, sorge l’unico museo al mondo dedicato alla lettera d’amore. È ospitato all’interno del palazzo settecentesco Valignani, ed è stato inaugurato quasi dieci anni fa. Ogni anno viene visitato da migliaia di turisti, grazie alla semplice e invincibile forza del passaparola amoroso. Tutti si attardano a leggere le circa 20 mila lettere esposte, risalenti a varie epoche e provenienti dai quattro angoli del pianeta. Le collezioni e le rarità si susseguono. Epistolari storici della prima guerra mondiale o degli anni venti e trenta del novecento. Dialoghi poetici e incandescenti tra amanti anonimi sotto il fascismo.
Un assortimento di cartoline d’amore d’antan, di fine ottocento e illustrate a mano: c’è stato un periodo in cui siamo stati i più grandi distributori in materia nel globo. Due sale sono consacrate alle migliaia di epistole informali e foglietti sparsi che l’oceano di fedeli radunati a San Pietro stesero e offrirono a Giovanni Paolo II nelle ore della sua agonia e morte: vergate in tutte le lingue del mondo, deposte intorno alla bara, sono il frutto di una donazione cospicua dei papaboys. Anche la devozione religiosa popolare può essere una dichiarazione d’amore. Una stanza è riservata all’emigrazione: immagini e concetti affettuosi espressi in un italiano basico e lontano, ma profondi e densi e carichi di pathos.
Si passa dai nostri migranti in Argentina di cent’anni fa alla più recente fuga dei cervelli della generazione Erasmus: e naturalmente la lingua cambia. Nella sala centrale, quella più vasta, trovano spazio un numero incalcolabile di lettere d’amore: piovono dall’alto, a cascata, all’altezza del viso dei visitatori. È come se volassero: ondeggiano, volteggiano, oscillano appena, ma sono ancora in viaggio da un continente all’altro dell’anima. Non mancano i lasciti d’autore, come i ricami di pensieri teneri tessuti ad hoc dallo scrittore Ugo Riccarelli. E, tra le testimonianze più interessanti, le raccolte epistolari donate in maniera spontanea dalla gente comune. Qualche letterina imbevuta nell’inchiostro della speranza arriva dalle carceri: il cuore non conosce prigioni, né ragioni.
«Perché abbiamo creato questo museo? Perché le lettere d’amore, ai giorni nostri, non si scrivono più e questo accade perché non esistono più le distanze», racconta all’Espresso Massimo Pamio, poeta, ideatore e direttore artistico della struttura. «Un tempo, vivendo a 500 chilometri l’uno dall’altra, si era impossibilitati a raggiungersi fisicamente, almeno a breve. Oggi certe lontananze le colmi in un’ora: basta prendere un aereo o un treno ad alta velocità. Non c’è così più bisogno di comporle, certe lettere, tanto arriveremo a destinazione prima noi. Ed è poi scomparso il gusto e il brivido dell’attesa. La nostra idea era quella di metter su un museo piccolo, ma vivo. Un luogo magico per sognare e riscoprire la forza che regge l’universo, e abita dentro ognuno di noi: l’amore. Con questo museo abbiamo voluto conservare uno strumento del passato che può servire a criticare il presente».
Insomma, è l’apologia di una specie in via d’estinzione: «Cosa fa chi scrive una lettera d’amore? Seleziona la carta giusta, prende la penna, si concentra, medita e immagina quella determinata persona e a lui o a lei dedica quelle precise parole, che gli sono o le sono più consone e con cui entra immediatamente in empatia. Scava, trova gli aggettivi, i verbi e i sostantivi perfetti soltanto per lui/lei. Usa, evoca i codici linguistici e simbolici di coppia. Un’operazione che dilata il tempo e lo spazio, e che avvicina». Brindano, da qualche parte, a quest’iniziativa, c’è da scommetterci, il giovane Werther di Goethe e la Beatrice di Dante, Petrarca e l’Anna Karenina di Tolstoj, Flaubert e Prévert, Abelardo ed Eloisa e gli altri immortali personaggi letterari immolati sull’altare di Cupido.
«Noi potremmo tracciare una sorta di storia del sentimento d’amore, di come si sia evoluto nel corso del tempo», continua Pamio. «L’amore vive nel tempo. Negli ultimi vent’anni, per esempio, a trasformarsi drasticamente non è stato solo l’idioma, il modo di scrivere, che si è fatto semplice e scarno; ma anche i sentimenti, di pari passo con l’intera società. È tramontato il pudore, che era uno degli elementi chiave dell’amore. Non si arrossisce più. No, noi non proviamo e manifestiamo i nostri sentimenti come gli uomini di 20, 100, 300 anni fa».
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La stessa nascita di questo museo è stata un atto d’amore. Le lancette dell’orologio tornano indietro alla metà degli anni novanta. Massimo Pamio è sulla ferrovia vesuviana con alcuni amici e sta andando a Pompei. Durante una sosta, sale una ragazza con una minigonna vertiginosa e capelli rossi lunghissimi. Lui le si siede accanto, attacca bottone, le dice che sta organizzando una mostra d’arte a Napoli.
Un colpo di fulmine. I due iniziano a scriversi con assiduità lettere, inizialmente di simpatia e amicizia. Si rivedono, si frequentano e proseguono quello che nel frattempo si è evoluto in un serrato epistolario d’amore. Lei si chiama Giuseppina Verdoliva (per tutti, Pina), e si accende in un lampo in entrambi l’idea inebriante: «Perché non organizziamo un concorso internazionale dedicato alla lettera d’amore?». Un genere letterario ormai finito in soffitta. I due si fidanzano, si sposano, e subito, nell’anno 2000, ecco debuttare il festival fantasticato, che quest’estate giunge alla sua ventesima edizione.
L’appuntamento è a Torrevecchia Teatina dal 6 al 9 agosto. «L’anno scorso avemmo ospite Pupi Avati, che dichiarò: qui va in scena l’Italia migliore». Anche le missive partecipanti al premio sono custodite nel Museo Lettera d’Amore. «Ci scrivono generalmente di più le donne, dai 25 ai 60 anni», racconta ancora Pamio. «A volte trattano l’amore in senso lato: chi si rivolge al figlio morto, chi a un congiunto disabile, chi a un oggetto-feticcio. Prendono la penna i bambini, e c’è chi scruta l’orizzonte impenetrabile dell’aldilà. Quest’anno si è parlato molto di lockdown: c’è stato forse più tempo per scrivere e per amarsi, chissà».
L’amore nei suoi mille volti, dal misticismo all’erotismo. Per dirla con Roland Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso”. «Già alla prima edizione abbiamo ricevuto la bellezza di 1200 elaborati, molti dall’estero. Anno dopo anno, non avendo altri locali a disposizione, stipavamo tutte le lettere partecipanti a casa nostra», raccontano Massimo e Pina. «Il nostro appartamento di Chieti straripava: buste e foglietti ovunque, nel bagno, in camera da letto. Quando ci fu il terremoto dell’Aquila, con quella scossa interminabile, pensammo bene di metterci in salvo rifugiandoci sotto il letto. Ma fu un tentativo inutile: non c’era posto, perché era stracolmo di lettere…».
È stato quello il segno che la misura era colma, che il sentimento più importante non poteva essere rinchiuso tra quattro mura domestiche. Era ora di fare un museo, in memoria dei tempi lenti ma gloriosi quando l’amore andava a francobolli. E quando tutti scrivevano lettere d’amore: lo statista, l’artista, lo scienziato, l’uomo della strada. Le penne straordinarie, come John Keats a Fanny Brawne («Non posso vivere senza di te, mi dimentico di ogni cosa, ma quando ti vedo di nuovo la mia vita sembra fermarsi qui, non vedo nient’altro. Mi hai assorbito») ed Ernest Hemingway nientemeno che a Marlene Dietrich («Non riesco a dire come ogni volta che metto le mie braccia intorno a te, io mi sento a casa»).
Un omaggio a un rito espressionistico, se vogliamo, ma mai volgare, nella libertà di esprimere qualsiasi desiderio. Una liturgia privata e binaria, e però connessa con l’universo degli universi interiori di ogni tempo. Anche oggi che nemmeno le “love songs” sono più quelle di una volta. Perché, come scrisse San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: «L’amore non avrà mai fine».