Un vecchio si arrampica su un sentiero che taglia il muro di un canyon. Intorno a lui non c'è nessuno, né persone né animali. Il silenzio è spettrale. L'uomo, con i suoi abiti che rimandano a mille anni fa, sembra lontanissimo da noi nel tempo, nello spazio e soprattutto nel modo di vivere. Non abbiamo niente in comune con lui, penseremmo a prima vista. Invece almeno due tra gli eventi che segnano gli anni Venti di questo secolo ci toccano nello stesso modo, noi europei e i Bakhtiari, pastori erranti dell'Iran: il Covid-19 e il riscaldamento globale.
ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER GRATUITA ARABOPOLIS
È una storia lontana e vicina quella raccontata da “Contagion” di Arman Gholipuor Dashtaki, in concorso al Trento Film Festival. La più antica kermesse dedicata alla montagna e a chi ci vive inizia il 30 aprile in doppia veste: in presenza, nel Multisala Modena, e in streaming, dove i film saranno disponibili fino al 16 maggio (sulla piattaforma online.trentofestival.it).
Torna in mente la frase di Tolstoj sulle famiglie felici e infelici: tutti i popoli del mondo davanti al coronavirus si assomigliano, eppure ognuno è infelice a suo modo. I Bakhtiari, il più numeroso gruppo nomade iraniano, vivono in tende tra i pascoli, allevano pecore e capre, e seguono ancora i ritmi di vita che hanno affascinato il Leopardi del “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia”. Eppure anche tra loro le notizie sul virus vengono accolte come nel resto del mondo: con incredulità («Ci mentono sempre»), ironia («I prodotti cinesi si rompono subito: neanche questo durerà molto», fatalismo («Dio prende chi vuole, Koronà o non Koronà»).
Tutta particolare è però la paura che il virus impedisca loro la migrazione annuale. Le strade vengono chiuse con massi, famiglie e animali sono bloccate in pascoli che le temperature ogni anno maggiori rendono inabitabili sempre prima. Il blocco della circolazione deciso dal governo risveglia nei più anziani un ricordo orribile: quello della sedentarizzazione forzata decisa dallo Scià Reza Pahlavi, il “Taqkhte Qadu” che obbligò i Bakhtiari a bruciare le tende e a costruire case di pietra, forzandoli a fermarsi in terreni che d'estate diventano inabitabili, e facendo morire dal caldo bambini e animali.
Alla fine i pastori decidono di obbedire alla tradizione e di forzare la legge: «Le pecore sono allegre, sentono che stiamo per partire», assicurano i pastori. Spostano massi, scavalcano frane con i pickup, si arrampicano con le greggi su scale scolpite nella roccia, guadano fiumi rischiando la vita per salvare un agnello rapito dalla corrente e finalmente raggiungono i pascoli estivi. La vita continua, i bambini giocano, le donne sorridono, i pastori cantano improvvisando strofe sulla situazione: il “Koronà” ancora non li ha raggiunti. Il caldo però sì: le montagne non sono del tutto imbiancate, le chiazze di neve lasciano scoperti ciuffi d'erba destinati a seccare, tempi e luoghi della migrazione dovranno cambiare.
I registi arabi si lamentano spesso di riuscire a produrre, e a far vedere in Occidente, solo i film sui temi che il pubblico e la critica occidentali si aspettano da loro: guerra, donne oppresse, miseria, terrorismo, fanatismo religioso... Qui a Trento invece c'è di tutto: documentari e biopic in arrivo da diversi paesi della galassia araba hanno i temi più diversi. Le imprese di contrabbandieri (“Holy Bread” di Rahim Zabihi, sui portatori clandestini tra Iran e Iraq) o di donne alpiniste (la marocchina Bouchra Baibanou che scala l’Everest in “Al Qimma” di Mehdi Moutia, la climber iraniana Nasim Eshqi in “Climbing Iran” di Francesca Borghetti). Per finire con i meravigliosi paesaggi del Kashmir, minacciati dallo scioglimento sempre più precoce delle nevi: "Chaddar" di Minsu Park segue il cammino di una bambina che va a scuola percorrendo per l'ultima volta un fiume ghiacciato che sta per sciogliersi.