Davvero la letteratura può salvare l’umanità dall’estinzione? Abbiamo girato la provocazione lanciata nel suo ultimo saggio da Carla Benedetti ad Antoine Volodine, autore francese di origine russa che nasconde la sua identità dietro a uno pseudonimo e a un nugolo di eteronimi, insieme ai quali ha dato vita a una corrente letteraria che ha battezzato “post-esotismo”. Dopo “Terminus radioso”, “Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima” e “Black village”, è uscito da poco “Streghe fraterne”, tradotto come i precedenti da Anna d’Elia per le edizioni 66thand2nd.
In Italia Volodine è ancora un autore di nicchia, ma chi lo conosce lo ama. I suoi romanzi distopici sono popolati da personaggi borderline che vagano, come gusci vuoti inzeppati da un papier-maché di passioni e sentimenti, in un day after vagamente post-sovietico in cui la natura ha ripreso il sopravvento, generando piante dalle forme e dai nomi misteriosi. Gli abbiamo girato la recente intervista a Carla Benedetti e una griglia di domande sui temi del saggio letterario-ecologista della studiosa pisana. E lui ha risposto come un fiume in piena.
Molte persone pensano che la tecnologia salverà il mondo dalla catastrofe climatica. Carla Benedetti invece ritiene che possa farlo la letteratura. Lei cosa ne pensa?
«Cercherò di rispondere in modo onesto, ma devo prima di tutto precisare che non lo farò dall’alto di una qualche autorità in materia di ambiente, di ecologia o di società. Quando parlo dei miei libri, dei nostri libri post-esotici scritti da voci diverse – firmati Manuela Draeger, Lutz Bassmann, Elli Kronauer o Volodine – parlo con cognizione di causa e mi sento in diritto di sviluppare gli argomenti che vi sono trattati. Ma lei oggi mi pone delle domande su qualcosa che va oltre i miei libri, perché sono uno scrittore che è stato pubblicato, che è iscritto nel mondo contemporaneo della letteratura, della poesia e delle idee. Ora, mi è molto difficile ammettere che gli scrittori possano avere un’opinione di qualche valore, al di fuori dei loro libri, o almeno delle opinioni che si debbano ascoltare con deferenza, anche quando parlano di argomenti d'attualità. In uno dei miei libri tradotti in italiano, “Scrittori”, io prendo di mira volentieri la figura tradizionale dello scrittore così come appare nei media, nei romanzi o nei film. Una figura che ispira rispetto, come se la parola dello scrittore fosse segnata dal genio, da una lucidità superiore e da un modo originale di affrontare i problemi. Io mi rifiuto, al contrario, di riconoscere un'autorità nella parola di uno scrittore intervistato su questioni generali, perché nella maggior parte dei casi si limita a ripetere quello che l’opinione pubblica ha già espresso ma con parole pompose e un autocompiacimento evidente. Gli autori descritti in “Scrittori” non corrispondono a questo ritratto: sconosciuti, asociali, disprezzati, malati mentali, analfabeti, sono spinti a scrivere o a prendere la parola da una forza interiore que non riescono a definire. Sono come dissidenti o artisti di “arte grezza”. E non immaginano nemmeno per un istante di poter essere dei “maîtres à penser”. Neanche io».
«La maggior parte delle opere post-esotiche si situano in un mondo che non è molto distante dal nostro, ma che è molto chiaramente un “mondo di poi”. Piove, si respira male, fa caldo giorno e notte, gli esseri umani sono rimasti in pochi o sono spariti del tutto. I sopravvissuti che attraversano i nostri romanzi sono soprattutto uomini e donne tormentati dagli orrori del XX secolo e da quelli dell’inizio del XXI. Il “mondo di poi” è una deformazione onirica della realtà contemporanea più che una profezia letteraria. Una deformazione onirica di immagini e avvenimenti che tutti i lettori conoscono. Quel che a noi interessa è mostrare personaggi che conservano nell'infelicità una profonda umanità: il senso dell’amore, la compassione, l'altruismo e anche la fedeltà a un ideale umanista e rivoluzionario che non esiste più. I nostri sopravvissuti non fanno economia di comportamenti di violenza estrema, possono avere crisi di comportamenti selvaggi, e potremmo sottolineare in loro il fatalismo, il pessimismo e la fede nell'irrazionalità, l’attaccamento a religioni primitive come lo sciamanesimo, cosa che non li rende certo dei marxisti esemplari, ma, fondamentalmente, non hanno rotto del tutto con i valori per noi essenziali di fraternità e di generosità».
Alcuni suoi libri sono ambientati in un “day after” che fino a qualche anno fa sarebbe stato descritto come “post-atomico”. Oggi lo definiremmo “post-catastrofe climatica”. Lei come lo vede?
«Descrivere il “dopo” in modo onirico o son realismo magico permette di non chinarsi sulla catastrofe, sull’infelicità e il crollo della specie. Voglio dire che il nostro proposito non è quello di mettere in scena quello che (nei nostri romanzi) ha condotto l’umanità alla sua autodistruzione e che (nella realtà) rischia di avvenire davvero: lo stravolgimento del clima, la “guerra nera” di tutti contro tutti, gli stermini, gli orientamenti politici suicidi, i disastri genetici. Noi ci tuffiamo nel dopo senza passare attraverso la fase sinistra che lo ha preceduto. Al massimo, questa tappa di guerra nera è presente nei ricordi, nei sogni dei nostri personaggi. La loro memoria contiene ancora i resti degli abomini e delle sofferenze che hanno condotto all’estinzione dell’umanità e dell’umanesimo».
«Eliane Schubert, per esempio, in “Streghe fraterne”, ricorda i viaggi della sua compagnia teatrale in quell'universo da fine dei tempi che ha preceduto il suo rapimento da parte di banditi: città spopolate, uomini e donne cupi, senza speranza, miserabili, una società distrutta. Kree, in un recente romanzo di Manuela Draeger, “Kree”, si ricorda delle lunghe marce sotto un cielo nero, sul ciglio di fosse comuni dove riposano milioni di cadaveri, Le vecchie centenarie di “Angeli minori” sono le uniche abitanti del loro continente e si ricordano eventi nati dall’universo sovietico e post-sovietico. Gli eroi e le eroine di “Terminus radioso” ripetono tra sé come un vecchio film le immagini della Seconda Unione Sovietica, crollata e svanita».
«È così che la memoria del passato, a volte nostalgica, a volte impregnata di incubi, costruisce i personaggi dei nostri romanzi e, idealmente, li lega ai nostri lettori e alle nostre lettrici. Perché non si tratta di un elemento di descrizione psicologica come gli altri. È invece il motore stesso dell'esistenza dei nostri personaggi. Poeticamente, letterariamente, pittoricamente noi ci sforziamo in ogni pagina di tendere delle passerelle tra questa memoria falsata, questa memoria fantasma, e la memoria collettiva del XX secolo e del nostro presente. Man mano che si svolgono le immagini e i ricordi che tormentano i nostri personaggi, lettori e lettrici possono così ritrovare le proprie paure e le proprie vergogne. Si rivela così l’inquietante stranezza dei sogni, ma anche la realtà imperdonabile, il fallimento dell’umanesimo».
Lei scrive romanzi distopici, firma con nomi diversi, dedica saggi ai suoi eteronimi: questo può sembrare un modo per chiudere se stesso e i lettori in un mondo fittizio. Eppure i suoi libri non sembrano staccati dalla realtà: anzi a me sembra che rientrino nel genere di libri che Carla Benedetti considera capaci di determinare non un cambiamento immediato ma un totale mutamento di prospettiva...
«Tornando al valore della parola dello scrittore, rimanderò al cuore della narrativa post-esotica, dove tutte le voci sono voci di prigionieri o di prigioniere politici, voci di sconfitti, di sfiniti o di morti. Di fronte al loro presente carcerario, di fronte al presente reale e all’ineluttabile disfacimento di ogni cosa, gli scrittori post-esotici non fanno nessun proclama e non inviano nessun messaggio. Non pretendono di avere il diritto a una profezia apocalittica, non hanno la pretesa di credere che i loro scritti di prigionia possano avere un ruolo nei destini del mondo. Si accontentano di scrivere storie, di creare immagini e anche, in molti libri ma in particolare come succede al coro delle streghe di “Streghe fraterne”, di giocare poeticamente con la violenza e la rabbia delle donne, le eterne vittime. Scrivono, raccontano, si incarnano e, mettendo in scena uomini e donne che sono sopravvissuti, trasformano in fiction il loro presente e il loro passato di sopravvissuti».
«I nostri primi libri sono stati pubblicati in un mondo bipolare, il mondo della guerra fredda tra Occidente e Urss. L’Urss in quel periodo ci sembrava eterno, malgrado Gorbatchev e Cernobyl. Allora non non eravamo preoccupati per le guerre di religione, gli scontri di civiltà né per i disastri climatici che pure già si annunciavano. Gli avvertimenti degli ecologisti ci sembravano benintenzionati ma stravaganti. Gli scrittori post-esotici immaginavano il mondo di poi avendo in mente la catastrofe che significava per loro il fallimento del loro combattimento per la rivoluzione mondiale, ma speravano sempre, per il seguito, la nascita concreta di un pianeta rosso, egalitario, libertario e felice. Oggi la nostra ideologia resta egalitaria, ma forse ci siamo ripiegati con più forza sulle immagini delle rovine, dei campi di sterminio, dei campi di rifugiati e dei gulag, coscienti che la storia non ci porterà ad un sogno felice ma che è e sarà un eterno ritorno all’orrore. Noi lamentiamo lo slittamento irrimediabile verso un avvenire che sarà peggiore e, in fondo, le prospettive sono cambiate, perché sono aggravate dall’imminenza della catastrofe ecologica. L’attuale crollo delle condizioni di vita di miliardi di persone, il caos geopolitico, gli orientamenti tecnologici suicidari aprono la strada a una rapida estinzione animale e noi ce ne rendiamo conto oggi, mentre erano solo speculazioni poco credibili quarant’anni fa. Detto questo, la nostra ispirazione prende la sua forza e la sua varietà nei soprassalti politici e negli abomini del secolo scorso molto più che nella paura del riscaldamento del pianeta. Per noi altri, la battaglia è persa, come lo era fin dai nostri primi scritti. Lo scenario di questa sconfitta permanente è leggermente diverso, tutto qua».
Ma lei è preoccupato dai cambiamenti climatici? L’aggravarsi della situazione negli ultimi anni ha influenzato i suoi romanzi?
«Politicamente i nostri personaggi non hanno codificato il loro sistema di rappresentazione dell’umanità, lo sfondo della loro infelicità. Ma forse sono diventati un po’ più pessimisti nei nostri ultimi romanzi evidentemente per influenza della realtà, dell’attualità contemporanea e di una più amara certezza dell’estinzione a breve termine della nostra specie. Eppure, nell’universo del disastro che li circonda, i nostri personaggi – Kree, Eliane Schubert, Mevlido, Kronauer e decine d’altri – per quanto siano schiacciati dal destino, sono estremamente resilienti. Prendono la loro forza da una ostinazione animale a proseguire il cammino costi quel che costi, ma non solo da questo. Non hanno rinunciato a delle fedi superate, a speranze obsolete che illuminavano l’esistenza dei combattenti d’altri tempi: o, almeno, le trasformano in preghiere magiche, e preservano i loro discorsi entusiasmanti. Mentre il naufragio dell’umanità intorno a loro è totale, continuano ad avere una dignità umanista, e mantengono una rotta che è quella di ritrovare l’essere amato, di un umile ritorno alla bellezza e al bene. Accettano di essere individui perduti e sfiniti, soldati sconfitti e, allo stesso tempo, in qualche modo, seguono modelli di coraggio, di sacrificio e di resistenza che appartengono a un’altra epoca, in cui il nemico capitalista o totalitario era definito chiaramente. Queste figure di vinti resilienti trasportano in sé nella morte questo attaccamento a una lotta finale mai conclusa, un attaccamento reso poetico dai loro sogni, dal desiderio continuo di relazioni umane, di generosità, di collaborazione di fedeltà amorosa».
«Fino alla morte, sì, e anche oltre. Come sapete, le narrative post-esotiche non tengono conto della frontiera tra la vita e la morte. Il decesso non mette fine all’esistenza, morire non significa nulla, dall’altra parte la vita continua e tutto resta uguale, è un elemento fondamentale delle nostre storie. Daltro canto, i comportamenti dei personaggi non cambiano. Eliane Schubert, all’inizio di “Streghe fraterne”, racconta la sua storia e risponde a chi la interroga anche se è stata uccisa da un bandito. Eliane Schubert, Mevlido in “Sogni di Mevlidò”, Kronauer in “Terminus radioso”sono figure emblematiche del nostro universo fittizio. Attraversano un mondo naufragato senza mai sapere se sono vivi o morti. Continunano il loro cammino come se la durata davanti a loro fosse infinita, avendo in mente principi di coraggio, resistenza, bellezza e fedeltà. Vanno più lontano, non crollano davanti all’infelicità, e nel cuore della loro resilienza, oltre le loro lontane ma inalterabili convinzioni politiche, c’è la messa in pratica di una filosofia molto semplice: ogni secondo strappato al nulla è un miracolo».