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Le registe francesi conquistano premi e botteghini ma sono sempre pagate meno degli uomini

Céline Sciamma, Chloé Mazlo e le altre: oggi in Europa tre registe su dieci sono transalpine. Attivissime, lodatissime, ricercate. Ma stipendi e budget però restano di serie B

Cominciamo con una constatazione. Il 30 per cento delle registe operanti nelle otto principali cinematografie europee è francese, o comunque fa film francesi. È un fatto non un’opinione, lo dicono i dati elaborati dal CNC-Centre National du Cinéma. Del resto la patria di Alice-Guy Blaché, pioniera del cinema attiva fin dal 1896, e di Agnès Varda, è da sempre molto sensibile alla parità di genere, non solo a parole ma attraverso regolamenti e fondi di sostegno economico specifici. Anche se in 73 anni a Cannes, sembra incredibile, una sola donna ha vinto la Palma d’oro, Jane Campion con “Lezioni di piano”, per giunta ex-aequo con il cinese Chen Kaige per “Addio mia concubina”.

Proseguiamo con un’altra contraddizione. Benché le autrici francesi siano nell’insieme le più attive e coccolate d’Europa, continuano a essere pagate assai meno dei loro colleghi maschi. E questo vale anche per le sceneggiatrici, le scenografe, le costumiste eccetera, che mediamente incassano il 42 per cento meno dei colleghi. Ironicamente le donne vincono in busta paga solo se fanno le segretarie d’edizione, mestiere-chiave da sempre a quasi assoluto monopolio femminile, bisognerebbe capire perché. Si vede che anche sulla Senna la libertà di creazione è una cosa, la parità salariale un’altra.

Ma non è tutto. Se nell’ultimo decennio le registe attive in Francia sono passate dal 20 al 26 per cento del totale (nel 2019, 69 film prodotti su 301 erano firmati da donne e nove da coppie uomo-donna, certifica sempre il CNC), i budget dei loro film restano sensibilmente inferiori a quelli dei colleghi maschi. Non solo perché non esiste nessun Luc Besson donna (per fortuna) ad alzare la media, ma perché le donne, in decisa crescita soprattutto nel settore documentari, tendono a disertare le grosse macchine spettacolari per concentrarsi sul cinema d’autore. Con risultati a volte sorprendenti se il massimo incasso internazionale di un film francese nel 2020 alla fine è “Ritratto della giovane in fiamme” di Céline Sciamma, storia dell’amore fra una pittrice e la sua modella nella Francia del 1770, film magnifico ma non proprio il classico blockbuster, seguito con deciso distacco da “L’ufficiale e la spia” di Roman Polanski e da “I miserabili” di Ladj Ly.

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Se questa è la situazione Oltralpe, si capisce che i “Rendez-vous”, l’annuale appuntamento col nuovo cinema francese che si terrà a Roma dal 9 al 13 giugno per poi proseguire a Bologna e Torino, puntino molto sui nuovi talenti al femminile. Inserendoli per giunta nella più ampia problematica dell’inclusività. Diretti come sempre da Vanessa Tonnini, i “Rendez-vous” quest’anno infatti non si limitano a rendere omaggio a dive appartate come l’indimenticata Emmanuelle Béart, la protagonista di “Un cuore in inverno” e di tanti altri grandi film anni Novanta, che sarà a Roma per presentare il suo ritorno al cinema dopo decenni di teatro, “L’étreinte”. O a nuove scoperte come Laure Calamy (la Noémie di “Chiami il mio agente!”), protagonista dell’esilarante western femminista “Io, lui, lei e l’asino”, ovvero “Antoinette dans les Cévennes”. Ma mette insieme tre nomi che sono quasi il simbolo di questa attenzione parallela alla parità di genere e alla diversità culturale.

Parliamo della tunisina Kaouther Ben Hania, autrice di un bellissimo film arrivato in finale agli Oscar, “L’homme qui a vendu sa peau”, e delle libanesi Danielle Arbid e Chloé Mazlo, registe rispettivamente di “Passion Simple” (dal romanzo di Annie Ernaux) e del sorprendente “Sous le soleil d’Alice”, tenera rievocazione del Libano dalla fine degli anni Cinquanta alla guerra civile interpretato da Alba Rohrwacher e dal grande scrittore e commediografo libanese Wajdi Mouawad, l’autore di “Incendies”, la straziante pièce portata al cinema da Denis Villeneuve come “La donna che canta”.

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Quello che resta il secondo cinema al mondo per prestigio, consumi e botteghino è infatti il primo per apertura e inclusività. Nelle produzioni e coproduzioni francesi infatti non si parla solo inglese ma arabo, spagnolo, tedesco, italiano. E russo, mandarino, ebraico, portoghese, romeno, turco, farsi. Una vocazione cosmopolita che sembra l’opposto di quanto accade a casa nostra, dove si moltiplicano i film in dialetto sottotitolati, mentre in Francia i film parlati in lingue locali sono una rarità assoluta.

Anche la strada dell’inclusione però non è certo lastricata d’oro. Come ricorda la regista di “L’homme qui a vendu sa peau”, storia di un profugo siriano che riesce a espatriare in Belgio facendosi tatuare da un celebre artista un enorme visto Schengen sulla schiena. Cosa che facendone una (costosa) opera d’arte vivente lo sottrae alle norme su rifugiati e migranti. Ma precipita il personaggio in un bizzarro incubo a cavallo fra black comedy e horror esistenziale.

«Non esattamente ciò che ci si aspetta da un’araba!», sorride Kaouther Ben Hania. «È stato forse lo scoglio più arduo da superare per riuscire a finanziare il film. Perché qualcuno che viene dalla Tunisia, paese assente dalle mappe dell’arte contemporanea, dovrebbe sapere qualcosa di musei e gallerie? Cosa mi autorizzava a parlare della Siria? Mi occupassi di musulmane e dei loro diritti piuttosto! Ma io non avevo nessuna intenzione di farmi chiudere in gabbia. Il mio film è una fiaba, anche se realistica, parla il linguaggio del mito, non quello dell’inchiesta. La Siria oggi rappresenta l’orrore assoluto. In un altro momento magari il protagonista sarebbe venuto da un altro Paese. E se ho accostato la tragedia dei rifugiati al mercato miliardario dell’arte contemporanea è proprio per provocare un cortocircuito fra mondi che nessuno associa ma che invece coesistono».

Il primo spunto di “L’homme qui a vendu sa peau” del resto nasce da una mostra dell’artista belga Wim Delvoye, che una quindicina d’anni fa tatuò un’opera sulla schiena di un volontario svizzero, Tim Steiner. «L’idea di esporre un essere umano non è certo una novità», prosegue Ben Hania. «Evoca gli zoo umani coloniali di una volta», come quello mostrato in “Venere nera” da un altro cineasta tunisino, Abdellatif Kechiche. Anche se oggi l’accento cade più sul cinismo, la mercificazione e la disuguaglianza offensiva che separa la miseria in cui vive il protagonista dal mercato internazionale dell’arte. «Tutto questo però era solo un punto di partenza», riprende Ben Hania: «Come ha ben capito lo stesso Delvoye, che appare nel film nei panni dell’agente assicurativo costretto a pensare a come coprire questa opera d’arte vivente dai mille rischi che corre... Una grande prova di umorismo da parte sua».

La satira sociale comunque è solo uno dei molti lati del film. «Per me era essenziale uscire dai soliti cliché con cui vengono rappresentate le vittime», racconta Ben Hania. «La protagonista del mio film precedente, “La bella e le bestie”, era una donna, e già in quel caso ero stata attenta a non mostrare la violenza di cui era oggetto. Qui invece avevo l’opportunità di esplorare visivamente e emotivamente un concentrato di mascolinità disfatta, un maschio senza soldi, senza fortuna, emarginato, castrato dal neocapitalismo e dal sistema in cui viviamo».

Giustamente premiato a Venezia, l’esordiente Yahya Mahayini dà al suo profugo-opera d’arte, costretto anche a sventare le manovre di un’infida Monica Bellucci, una forza venata di sarcasmo che rovescia l’immagine di chi è chiamato solo a suscitare la nostra pietà. Viene il dubbio che in queste strategie di decostruzione ci sia qualcosa di eminentemente femminile - ma è solo un’ipotesi, per carità.

Nel frattempo Kaouther Ben Hania ha già messo mano a un’altra impresa paradossale: quasi il “making of” di un film che non si farà mai. «Lo spunto è da documentario, il resto meno», spiega la regista. «Si tratta del rapporto tra una tunisina e due delle sue quattro figlie che hanno seguito i fidanzati arruolandosi nell’Isis. Nel film compaiono i personaggi reali, ma anche le attrici destinate a interpretarle che cercano di capire come dar vita ai loro “modelli”, e di rispondere alle loro più o meno tacite richieste, in un gioco di specchi destabilizzante». L’avventura continua insomma. L’unica certezza è il budget, che sarà (statisticamente) del 40 per cento inferiore a quello che avrebbe ottenuto un uomo. Anche questo significa fare film, oggi, per le donne.

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