Paolo Sorrentino: dal paradiso all’inferno, andata e ritorno. O quasi. Diciamo che dopo l’inferno al massimo c’è il purgatorio e quel purgatorio è il cinema - forse. A stringerlo in una battuta questo è l’itinerario che racconta “È stata la mano di Dio”, il film con cui il prolifico regista napoletano torna nella sua città, dove non aveva più girato dai tempi del suo esordio, il bellissimo “L’uomo in più”. E cerca anche di chiedersi perché non avesse più girato niente in un luogo così ricco di memorie e di immaginazione. La risposta è questo film generoso e imperfetto, sbilanciato e tumultuoso, sincero fino alla sfacciataggine e insieme bugiardo come il suo nume Fellini. Anche se in modo diverso, perché le vie della creazione (e della reinvenzione autobiografica) sono infinite, e ognuno deve trovare la propria.
Ma torniamo allo schema dantesco (Dante è citato spesso, quasi quanto Maradona), che ha il suo punto di frattura nel tragico incidente domestico in cui i genitori del regista persero la vita. Prima della tragedia tutto è iperbole, divertimento, dismisura, come i film di Sorrentino non hanno smesso di ricordarci, ma con una sfumatura di gioia e di cieca fiducia nella vita destinata a sparire con l’ingresso nella vita adulta. È a questa gioia, a questa fiducia persa per sempre, che l’Amarcord di Sorrentino deve i suoi momenti migliori.
Ed ecco i genitori di Fabietto (così si chiama il futuro regista ancora adolescente), Toni Servillo e Teresa Saponangelo, vivere come eterni adolescenti innamorati (malgrado qualche crepa, e che crepa…), circondati da un branco di amici e parenti pantografati dal rimpianto e dalla memoria. Ecco la zia Patrizia, così desiderabile e svitata (Luisa Ranieri), che fa disperare il marito geloso e violento (Massimiliano Gallo). Ecco quella Napoli pagana che in apertura è un sogno intravisto all’alba da un elicottero in volo sul mare, e di notte un luogo in cui San Gennaro può scendere da una vecchia limousine e portare la prosperosa zia Patrizia in un palazzo losco e molto felliniano…
Ecco parenti prodigiosi e a volte un po’ mostruosi consumarsi nell’attesa di un miracolo cui nessuno, padre in testa, sembra credere: l’arrivo a Napoli di Maradona. Ecco la mamma buontempona tormentare con crudeli scherzi telefonici i vicini cretini (e trentini, colpa imperdonabile nel Regno di Napoli), mentre la zia chiattona e zitella si presenta con un fidanzato molto malconcio ma accolto dai parenti senza ombra di pietà (qui fioccheranno proteste e anatemi: con il body shaming oggi non si scherza più). Ecco nobildonne risentite e maldicenti (ma a tempo debito generose), gite al mare arricchite da incontri e episodi apertamente mitici, contrabbandieri pronti a insegnare a Fabietto cosa significa libertà.
Poi nientemeno che Fellini in persona (intelligentemente ne sentiamo solo la voce), a Napoli in cerca di comparse, con conseguente corte dei miracoli in sala d’attesa frugata avidamente dallo sguardo di Fabietto, che già sogna di fare il regista anche se si vergogna a dirlo. E troverà il coraggio di buttarsi solo dopo il provvidenziale incontro con Antonio Capuano (altro episodio autentico, anche se l’interprete scelto somiglia assai poco al vero regista). Ma qui siamo già nell’Inferno post-incidente, che trascina anche il film in una dimensione diversa, vicina ai lati più esteriori e meno convincenti del cinema di Sorrentino.
Come se l’urgenza del dire, la difficoltà di confrontarsi col trauma, spingesse il regista verso una dimensione più declamatoria ma decisamente meno convincente. Accumulando dialoghi fin troppo espliciti, scene non sempre necessarie, simbolismi alla fin fine ridondanti. Anche se il primo a saperlo naturalmente è il regista, che nel lungo incontro con Capuano si sente dare un consiglio (o un ordine) meno enigmatico di quanto sembri: “Non ti disunire!”. Cioè resta te stesso. E ancora prima trova te stesso. Racconta ciò che hai da raccontare. Non strafare, sia pure per eccesso di talento. E: “Non andare a Roma, solo i cretini vanno a Roma!” (citiamo a memoria).
Sappiamo come sarebbe andata. A Roma Sorrentino c’è andato eccome. In questo senso “È stata la mano di Dio” è anche un modo per stilare un primo, provvisorio bilancio.