All’inizio di aprile, quando i leghisti gli suggerirono di non andare subito a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi perse le staffe. Cominciò a dare i numeri. Strillò varie volte: «Ora o mai più!». Una scena imbarazzante. «Ha perso il controllo ... Si è comportato da bambino capriccioso», osò dire poi Francesco Speroni ai giornalisti. In quello scatto di nervi già si rivelava la prima grande malattia della Seconda Repubblica: il provvidenzialismo. Cioè la generale tendenza a vedere in Berlusconi, politico esordiente, non solo il principale vincitore (col 21 per cento dei voti) di una battaglia elettorale, ma l’unico essere vivente in grado di salvare l’Italia dalla dannazione.
Lui, poveretto, non ha colpe. Si sente, sì, uomo della Provvidenza; si sente Destra e Sinistra, fascismo e antifascismo; ma se ha la feroce convinzione che il governo sia cosa esclusivamente sua, è anche perché una scelta coppia di furbacchioni lo ha persuaso dell’esistenza di un’investitura simil-divina. Il primo è stato Achille Occhetto, che già mercoledì 30 marzo sentenziava: «Spetta al capo dello Stato dare l’incarico a Berlusconi». Buon secondo, giovedì 31, Gianni Agnelli: «È sempre il leader del partito che ha avuto più voti a presiedere il governo». In realtà questa presunta regola in Italia fu cancellata nel lontano 1979, quando la Dc aveva un ricco 38 per cento.
Essa non valse né per Spadolini né per Craxi, né per Amato, né per Ciampi; e nessuno lo sa meglio di Berlusconi, che in uno spot elettorale del 1987 esaltò le qualità di Bettino presidente del Consiglio, benché il Psi fosse solo il terzo partito. Ma ora, si sa, c’è la Seconda Repubblica. Le liturgie cambiano. Cambia la Costituzione materiale. Ti chiami Silvio? Hai il 21 per cento? Basta e avanza perché il presidente della Fiat si permetta di dire pubblicamente che il capo dello Stato deve mandare a palazzo Chigi te e solo te. E tu hai diritto di procedere come uno schiacciasassi, senza nemmeno fare le consultazioni. Sei o non sei l’unto del Signore?
Sia fatta la volontà di Occhetto, sia fatta la volontà di Agnelli, sia fatta la volontà di Scalfaro. Guai ai perfidi leghisti che hanno preteso di esprimere un desiderio non previsto. Lunga vita al presidente Berlusconi, animo nobile che prima fa cacciare Luciano Violante dall’Antimafia e poi impedisce che venga cacciato dalla sua casa di Torino. Ma sia consentito annotare che la travolgente forza di quel non travolgente 21 per cento è la spia di qualcosa che non funziona. A meno che non si ritenga applicabile alla politica la legge enunciata da Enrico Cuccia per la finanza: i voti non si contano, si pesano. Se è così, “nulla quaestio”. Se invece l’anomalia c’è, se è sbagliato che i voti di Berlusconi pesino di più, occorre dire a quale groviglio di stranezze, a quale sciocchezzaio la Seconda Repubblica rischia di dare luogo. Anche a costo di passare per matti.
1. Il governo a furor di popolo
Già molte settimane prima delle elezioni Umberto Bossi aveva dichiarato di non volere i missini al governo né Berlusconi alla presidenza. Eppure, quando lo ha ripetuto dopo il voto, è stato trattato come uno squallido traditore. Sergio Romano ha parlato di «dichiarazioni burlesche», di «spettacolo indecoroso e umiliante». Saverio Vertone ha descritto Bossi come «un personaggio che non avrebbe tenuto la scena nella valle di Neanderthal per più di due settimane». Se questi erano i fini dicitori della liberaldemocrazia, figuriamoci gli altri, gli amici o dipendenti di Berlusconi. Sì, con l’aggressione a Bossi il premiato laboratorio Italia ha sperimentato una nuova forma di governo: il governo a furor di popolo. Lo schema di funzionamento è semplice. Per prima cosa, il padrone dei mass media indica il bersaglio. Subito dopo, i mass media gli si avventano contro. Poi, i sondaggi fatti in casa proclamano che i mass media hanno ragione e che la loro vittima ha torto (indagine del Tg4 di Emilio Fede su Bossi, mercoledì 6 aprile: 40 mila telefonate, l’80 per cento contro il leader della Lega). Infine, il padrone dei mass media si erge a interprete della volontà popolare. Applausi.
2. La tirannia dei sondaggi
A proposito di sondaggi. Perfino Giuliano Ferrara, quel mercoledì 6, ha dovuto dire che Berlusconi «non può restare arroccato con i sondaggi d’opinione, ripetendo: il governo o le elezioni». Gli arzigogoli della Diakron possono entrare a pieno titolo nello sciocchezzaio della Seconda Repubblica. Sulla base di essi, col più melenso dei sorrisi, nel suo spot di fine febbraio Berlusconi dichiarò che «un italiano su tre ha già deciso di votare Forza Italia». Era una balla: non si trattava di un italiano su tre, come si è visto, ma di uno su cinque. Però serviva a fabbricare il mito della vittoria immancabile. Chi elaborò quelle cifre oggi siede in Parlamento. Ci saranno altri numeri, altre raffiche di percentuali.
3. Il dissenso come malattia mentale
Scriveva martedì 12 Montanelli che «i mezzi di comunicazione di Berlusconi, e soprattutto le televisioni, sono alla mercé di killer che contro i nemici, o ritenuti tali, vomitano regolarmente accuse e insulti da codice penale». Forse il vecchio Indro esagerava. Ma certo la campagna contro Bossi ha segnato una svolta impressionante. Per la prima volta in Italia un dissenso politico è stato presentato, si spera inavvertitamente, come un caso da manicomio. Roba da Unione Sovietica di Leonid Breznev. “Bossi: perché fa il pazzo”, titolava in copertina il berlusconiano “Epoca”. “Bossi da legare”, faceva eco in copertina il berlusconiano “Panorama”. Intanto a “Qui Italia” il berlusconiano Giorgio Medail raccoglieva e mandava in onda pareri come questi: «È un clown da circo», «un pulcinella», «uno scemo qualsiasi». Viva la gente.
4. La faziosità come valore
È il più vociante alleato di Berlusconi, Marco Pannella, a teorizzare il giornalismo di parte. Martedì 12 aprile egli si è esibito in una spettacolare difesa del direttore del Tg4: «Emilio Fede, operando in una rete privata e non di servizio pubblico, fa benissimo il suo mestiere. Egli non è tenuto all’imparzialità, né alla compiutezza dell’informazione. La sua appassionata soggettività, la sua appassionata parzialità servono molto l’informazione... ». Dal punto di vista giuridico, Pannella dice una bestialità: l’articolo 1 della legge Mammì afferma che «il pluralismo, l’obiettività, la completezza e l’imparzialità dell’informazione ( ... ) rappresentano principi fondamentali del sistema radiotelevisivo che si realizza con il concorso di soggetti pubblici e privati», il che vuol dire che Fede ha esattamente gli stessi obblighi di un direttore di tg Rai. Dal punto di vista politico, quello di Pannella è invece un annuncio importante. Il sedicente libertario fa capire quale musica verrà suonata, nei prossimi mesi e anni, per tutti i Bossi che non si allineeranno.
5. Abbasso lo straniero!
Pannella è anche l’animatore di un’offensiva contro la stampa estera che non tesse le lodi del nuovo potere; o meglio, come dice lui, contro il «fascismo antifascista» e il «sinistrismo partitocratico» che «hanno caratterizzato per un trentennio la cooptazione dei corrispondenti stranieri in Italia da parte del ceto dominante». È un cocktail di provincialismo e di intolleranza che ricorda il Craxi degli anni Ottanta, le richieste di allontanamento dell’uomo di “Le Monde” a Roma, Philippe Pons.
Martedì 5 aprile Pannella ha anche scritto a “L’Espresso” una lettera contro la corrispondente di “The Economist”, Tana de Zulueta, accusata di falso per averlo definito in un’intervista alleato del Msi. In effetti Pannella non è alleato del Msi, ma alleato dell’alleato del Msi, cioè di Berlusconi: ognuno può valutare come la differenza sia pregnante. Soprattutto dopo che l’ottimo Marco si è pronunciato, lunedì 4, per «un accordo non soltanto fra il centro e la destra di Alleanza nazionale, ma anche con la sinistra liberale e libertaria», cioè la sua. Il guaio vero è che Pannella fa scuola: lunedì 11 perfino il “Corriere della Sera” ha pubblicato un dossier su «errori, forzatura e falsità» della stampa estera.
6. I partiti satelliti
Un altro aspetto parasovietico della nascente Seconda Repubblica è la presenza, intorno al partito-guida, di una costellazione di partitucci e partitini che solo grazie a Forza Italia hanno potuto far eleggere qualche parlamentare. Nei momenti di tregua essi servono a dare l’illusione che vi sia una destra plurale, che la monocrazia di Berlusconi non sia tale. Quando infuria la battaglia si mettono docilmente agli ordini del comando supremo. Così, se Berlusconi pronuncia la più aberrante delle minacce: «O il mio governo subito o nuove elezioni», ecco che Ccd e Udc e Lista Pannella in coro ripetono: «Elezioni! Elezioni!». Un caso limite di satellizzazione si è verificato mercoledì 23 marzo, quando Berlusconi in persona ha rivolto alla nazione un appello a favore della Lista Pannella: «Invitiamo gli elettori a valutare la possibilità di esprimere concretamente ovunque possibile tale sostegno». Un partito che invita a votare per un altro partito non si era mai visto in Occidente.
7. L’ombra della plutocrazia
Ma forse, più che di monocrazia berlusconiana, si dovrebbe parlare di plutocrazia. Già da mesi è chiaro che il vero Palazzo di fine secolo è una settecentesca villa di Arcore. Se poi il futuro presidente del Consiglio agita lo spauracchio di elezioni ultra anticipate, non è solo perché pensa di avere il vento in poppa; ma soprattutto perché sa che solo lui è in grado di pagarsi, anche subito, una nuova campagna elettorale da decine di miliardi. Tutti gli altri partiti hanno le casse a secco. A Berlusconi basta prendere soldi dalla tasca sinistra, la Fininvest, e spostarli nella destra, Forza Italia. La Seconda Repubblica è il mercato di un compratore unico.
8. Verso uno Stato-azienda
Che Forza Italia fosse un partito-azienda si sapeva, anche se c’è voluta Tiziana Parenti, lunedì 11 aprile a Fiuggi, per costringere Berlusconi ad ammettere le sovrapposizioni fra il movimento e la Fininvest. Ma dopo il voto i comportamenti sono sempre più sfacciati. Carlo Scognamiglio è stato consigliere della berlusconiana Mondadori. Dei tre membri della delegazione di Forza Italia spedita a trattare con Lega e An, uno, Cesare Previti, è stato finora consigliere d’amministrazione Fininvest; un altro, Vittorio Dotti, addirittura consigliere delegato per gli affari legali. Berlusconi evidentemente si fida solo di chi è comparso nei libri paga Fininvest. Appare certo che la stessa categoria verrà incaricata di occupare lo Stato.
9. La politica modello Biscione
Arrivano fuori tempo massimo, purtroppo, gli sforzi di chi vuole evitare commistioni fra gli interessi di Berlusconi imprenditore e i doveri di Berlusconi uomo di governo: l’uomo ha già sottoposto agli elettori, che non lo hanno bocciato, un programma che quelle commistioni esplicitamente prevede. Forza Italia propone misure urgenti per l’edilizia, settore dove opera l’Edilnord. Propone di rilanciare subito la domanda dei beni di consumo durevoli (a cominciare dall’auto), settore decisivo per Publitalia. Propone di aprire, nelle pensioni e nella sanità, ampi spazi alle assicurazioni private, settore dove è presente la Mediolanum. Non sarà certo un blind trust, né altro rispettabile marchingegno, a impedire che le aziende di Berlusconi traggano profitto dalle scelte del governo Berlusconi.
10. Zitti e Cuccia
Del resto, una cosa è chiara: la Seconda Repubblica non ha ancora affrontato i problemi di 57 milioni di italiani, ma quelli dell’onorevole Berlusconi li ha già risolti. Lo scorso autunno, l’astuto Silvio spiegò a un famoso giornalista che dietro la sua scelta di darsi alla politica c’erano due ragioni: «Vogliono farmi fallire, e mettermi in prigione». Oggi, primavera ’94, Cuccia ha già accettato di farsi carico del collocamento in Borsa di aziende Fininvest, cioè - per parlare chiaro - del salvataggio della Fininvest. E martedì 12 aprile su Canale 5 Vittorio Sgarbi chiedeva, sarcastico: «Che fine hanno fatto quelli del pool Mani pulite?». Allegri, cittadini d’Italia. La dittatura del sorriso finto è già cominciata.
Questo articolo con il titolo originale “La dittatura del sorriso finto” è stato pubblicato sull’Espresso il 22 aprile 1994