In questi tempi assuefatti allo sperpero i fratelli Dardenne praticano un’arte rara: quella della concentrazione. Dove altri aggiungerebbero una scena, loro asciugano e comprimono. Dove molti vorrebbero un dialogo, a loro basta uno sguardo. Se la norma prevede una spiegazione, meglio limitarsi a un’allusione. Eppure nei loro film nitidi come cristalli tutto è così chiaro e incalzante che non si vorrebbe svelarne nemmeno un fotogramma. Lasciando allo spettatore l’affanno e il piacere (paradossale) di scoprire da sé questa nuova puntata all’inferno.
Rovesciando il motto di Calvino («Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»), i due registi belgi conducono infatti dai tempi de “La promessa”, 1996, una ricognizione pietosa e insieme spietata dei lati più oscuri del presente. Mettendo sempre al centro i personaggi e la loro lotta per la sopravvivenza, sicché sentimenti e psicologie affiorano dai fatti, non viceversa. Ed ecco Tori e Lokita, lui 10 anni, lei 16, due migranti africani che come capiremo sono approdati in Belgio via Italia e hanno una sola speranza di farcela. Passare per fratelli, di modo che pure lei ottenga i documenti concessi a lui in quanto bambino-stregone minacciato in patria.
Altro non diremo, anche perché qui il “plot” conta solo per come prende forma, scaturendo da una rigorosa sequenza di fatti. Fra trafficanti di droga e di esseri umani, chiese usate come luoghi segreti d’incontro, e molto altro, ogni scena aggiunge dunque un’informazione (e un’emozione) al legame struggente che unisce questi due ragazzini, capaci di cantare “Alla Fiera dell’Est” in un ristorante con voci da usignolo, e un attimo dopo di vendersi o spacciare. Ogni inquadratura rivela e nasconde, perché il voyeurismo è in agguato e davanti all’orrore lo sguardo non può che ritrarsi. Mentre ogni primo piano, soprattutto di Lokita, riporta il cinema di questi due grandi ritrattisti verso gli scritti di Lévinas sulla profondità inesauribile del volto umano. Coniugati a un senso del ritmo, dell’azione, del movimento (fisico e affettivo) che fanno di “Tori e Lokita” anche un atipico, moralissimo, straziante anti-thriller calato come una sonda nelle viscere dell’Europa. In sala dal 24. E c’è pure chi dice che fanno sempre lo stesso film.
“Tori e Lokita”
di Jean-Pierre e Luc Dardenne
Belgio, 88’, dal 24 novembre