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Calcio, atletica e non solo: tutte le sanzioni del mondo dello sport alla Russia e agli oligarchi di Putin

Dopo vent’anni di investimenti miliardari Mosca e i suoi big si vedono estromessi dalle competizioni professionistiche. Da Abramovič a Usmanov, il repulisti investe la fabbrica del consenso. Ma non tutti saranno colpiti

Questo articolo è pubblicato senza firma come segno di protesta dei giornalisti dell’Espresso per la cessione della testata da parte del gruppo Gedi. Tutte le informazioni qui
 

Sintesi di tutte le ipocrisie, il mondo dello sport professionistico affronta la tragedia della guerra in Ucraina con riluttanza, fra un colpo al cerchio e uno alla botte, districandosi fra i buoni sentimenti e le masse di denaro più o meno pulito che hanno gonfiato la bolla dello sport professionale negli ultimi vent’anni.

 

Domenica 13 marzo il Chelsea ha affrontato e battuto in casa il Newcastle. I tifosi dei Blues hanno evitato di invocare il nome del loro presidente Roman Abramovic come avevano fatto in trasferta contro il Burnley otto giorni prima, mentre il resto dello stadio dedicava un minuto di applausi alle vittime dell’invasione russa. Il Chelsea sarebbe in vendita per tre miliardi di sterline ma, dal 10 marzo, non può più incassare né tre miliardi né un solo penny per l’intervento del premier Boris Johnson contro sette oligarchi russi con interessi nel Regno Unito, fra i quali lo stesso Abramovic, che in diciannove anni di guida dei Blues ha vinto 21 trofei, compresi cinque campionati e due Champions league.

 

La guerra e la pressione sull’oligarca, che si era proposto per le mediazioni russo-ucraine, hanno messo in secondo piano l’avversario dei Blues nella partita di una settimana fa. Il Newcastle è controllato dal fondo sovrano dell’Arabia Saudita, un paese impegnato in una guerra sporca con lo Yemen con il contributo di armi italiane. Il giorno prima del match con il Chelsea i sauditi hanno eseguito 81 condanne a morte, senza parlare dell’orrendo assassinio del giornalista Jamal Khashoggi. Ma questo non pare avere impressionato nessuno.

 

È la legge dello sport professionistico: pecunia non olet. Almeno finché il finanziatore non la combina troppo grossa. È il caso di Vladimir Putin. Il democratore russo ha trascinato nei danni collaterali della guerra la sua platea di oligarchi e i suoi atleti, da anni accusati di doping di Stato e privati della bandiera alle manifestazioni internazionali.

 

Lo sport si è mosso in ordine sparso ma, alla fine, coeso. Dura da subito la linea dell’Uefa e dell’Eurolega di basket, anche il volley, l’atletica leggera, il rugby, lo sci alpino, il ciclismo hanno escluso le squadre russe e bielorusse. La polarizzazione imposta dal conflitto ha convinto anche la Fifa, la federcalcio mondiale, a escludere la Russia dai playoff per i mondiali invernali che si giocheranno a fine anno in Qatar, nonostante il presidente Gianni Infantino avesse ricevuto nel maggio 2019 la medaglia dell’Ordine dell’Amicizia dalle mani di Putin per il buon lavoro svolto durante il mondiale russo del 2018.

 

Sui singoli atleti c’è stata più incertezza. Il moscovita Daniil Medvedev, tennista numero uno della classifica Atp, si è espresso a favore della pace. Allo stesso tempo si è augurato di potersi esibire quanto prima con la bandiera russa. Alla fine, ha pagato di più il collega Novak Djokovic, espulso dagli Internazionali di Australia per le sue posizioni no-vax.

 

Un esperto di diritto dello sport consultato da L’Espresso, senza minimamente simpatizzare per Putin, fa notare le difficoltà giuridiche delle sanzioni. «Era evidente che il ricorso della federcalcio russa contro l’Uefa al Tas di Losanna per l’esclusione della nazionale e dei club sarebbe stato bocciato. Per gli statuti dello sport la politica è un fattore principe di inquinamento, figurarsi la guerra. Più controversa legalmente è la vicenda di Abramovic, obbligato a pagare senza potere incassare e neppure vendere».

 

Le sanzioni Uefa hanno messo in moto il calciomercato bellico. Il club di Abramovic non è il solo destinato a perdere i suoi campioni. L’Uefa ha sospeso fino a fine giugno tutti i contratti dei calciatori impegnati in campionati russi e ucraini. Fino a quella data possono essere ingaggiati da altri club europei.

 

Rimangono i casi delle singole società. Lo Schalke 04 ha annullato il lungo contratto di sponsorizzazione con il colosso statale russo Gazprom, che ha foraggiato a lungo l’Uefa, incluso l’Euro 2020 vinto dagli azzurri di Roberto Mancini. Maxim Demin, che controlla il club di terza serie Bournemouth, non sarà sanzionato da Johnson in quanto cittadino britannico.

 

Non sono previste sanzioni neanche per i francesi dell’As Monaco e i belgi del Cercle Bruges, entrambi di Dmitrij Rybolovlev, oligarca con doppio passaporto russo e cipriota che nel 2010 fu costretto a vendere il colosso minerario Uralkali a oligarchi vicini a Putin e che sostiene le vittime della guerra con donazioni alla Croce rossa monegasca. Oggi Uralkali fa parte del gruppo Uralchem di Dmitrij Mazepin. Suo figlio Nikita, pilota di Formula Uno per la scuderia Haas finanziata dal padre, è stato escluso dai Gp. Bocciato anche l’autodromo di Sochi.

 

Sulla strada di Abramovic è Valeriy Oyf, proprietario dell’Arnhem, il club di Eeredivisie olandese che ha da poco affrontato la Roma in Conference league. Oyf si è dimesso dal cda e ha annunciato la vendita. Non è detto che ci riesca ma la guerra ha mostrato che i tempi d’oro degli oligarchi russi nello sport sono finiti già da qualche anno, segno di un interesse del Cremlino verso forme di azione meno sottili.

 

Una decina di anni fa lo sport professionistico mondiale era molto più segnato dalle emanazioni affaristiche di Putin. Alisher Usmanov, oligarca di origine uzbeka proprietario dell’Arsenal fino al 2018, figura nell’elenco dei sanzionati sia dall’Ue sia dalla Gran Bretagna. Le sue società (Usm, Megafon) hanno dovuto abbandonare la sponsorizzazione dell’Everton. Usmanov, accreditato di un patrimonio vicino ai 18 miliardi di dollari, risulta tuttora commendatore della Repubblica italiana, nominato da Sergio Mattarella il 10 ottobre 2016 su proposta del presidente del consiglio dei ministri Matteo Renzi.

 

Il banchiere Vladimir Antonov aveva comprato il Portsmouth, poco prima di essere arrestato nel novembre 2011 per la bancarotta di due istituti di credito in Lituania e di essere costretto a vendere.

 

In Nba si era affacciato Mikhail Prokhorov, diventato ricco con le privatizzazioni delle miniere d’oro e oggi accreditato da Bloomberg di un patrimonio di 14 miliardi di dollari. Prokhorov, ex senatore e candidato indipendente alle presidenziali russe del 2012 vinte da Putin per la terza volta, ha comprato i New Jersey Nets per traslocare la franchigia oltre il fiume Hudson a Brooklyn, fino alla vendita nel 2019. I tifosi romanisti non avranno dimenticato Suleiman Kerimov, interessato al club giallorosso nella transizione dalla famiglia Sensi e proprietario dell’Anzhi Makhachkala, club del Daghestan passato dai fasti dell’ingaggio dell’ex interista Samuel Eto’o alla terza divisione russa. Anche il nativo di Odessa Leonid “Len” Blavatnik, con doppio passaporto britannico-statunitense e attuale titolare dei diritti tv della serie A con Dazn, aveva tentato di prendere il West Ham. Più duraturo è stato l’investimento di chi ha comprato in patria. È il caso di Leonid Fesun, vicepresidente di Lukoil e patron dello Spartak Mosca, di Sergej Galitskij (gruppo Magnit) fondatore nel 2008 del Fc Krasnodar, e infine dell’ucraino Rinat Akhmetov dello Shaktar Donetsk, sostenitore pentito dell’ex presidente filorusso Viktor Yanukovic che Putin vorrebbe rimettere ai comandi. Oggi Akhmetov si proclama fedele alla causa ucraina e dichiara di avere subito un danno patrimoniale da otto miliardi di dollari a causa della guerra.

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