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Cultura
aprile, 2022

Ci voleva la guerra in Somalia per unire coreani del Nord e del Sud: ed è subito thriller

Mogadiscio dilaniata dagli scontri. Mentre diplomatici dei due Paesi fratelli e nemici cercano una via di scampo. In un nuovo film da maestro di Ryoo Seung-wan. Dalla newsletter de L’Espresso sulla galassia culturale arabo-islamica

La voce del muezzin si spande nell’aria di Mogadiscio e il combattimento improvvisamente si ferma. Tacciono le armi, si spengono i motori delle jeep. È una magia ma dura poco: pochi secondi e il corteo in fuga per le strade della città ricomincia a essere inseguito da camionette su cui si affollano soldati improvvisati, anche bambini, pronti a scaricare i loro mitra sulla scia di quel gruppo di auto semidistrutte. La meta? L’ambasciata italiana dove c’è, forse, l’ultima speranza di salvezza per un gruppo di persone unite dalla paura ma divise dall’ideologia come lo sono la Corea del Nord e quella del Sud.

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Siamo in Somalia nel 1991, e lo scontro tra i due Stati asiatici, “fratelli-coltelli”, si combatte anche in Africa senza esclusione di colpi. Ma quando improvvisamente un colpo di Stato rovescia il governo di Siad Barre e scoppia la guerra civile, i diplomatici delle due Coree si ritrovano a lottare fianco a fianco, insieme alle loro famiglie, per salvarsi la vita sfruttando i contatti con il blocco occidentale e con quello comunista. Una storia vera e poco conosciuta che diventa, per il regista Ryoo Seung-wan (“The Unjust”, “The Berlin File”, “Veteran”, “The Battleship Island”), l’occasione per mescolare una tensione da thriller al ritratto del contrasto tra culture: mondi vicini ma nemici come quelli delle due Coree, oppure lontani come Estremo Oriente e Africa islamica.

Il risultato, “Escape from Modadishu”, presentato in questi giorni come evento speciale al Feff, il Far East Film Festival di Udine (qui il trailer) e presto in sala distribuito da Tucker Film, è una pagina di storia raccontata a ritmo di block buster, che unisce la tradizione del film d’azione orientale e occidentale in un omaggio alla capacità di immedesimazione che è propria solo del grande schermo. Come spiega con passione e precisione in questa lunga intervista.

La preproduzione di “Escape from Mogadishu” è stata particolarmente complicata: avete dovuto ricostruire Mogadiscio in Marocco, e la guerra civile somala in un contesto completamente diverso. Ci racconta come è andata?

«In questo momento non è possibile viaggiare dalla Corea in Somalia, dove si è effettivamente svolta la storia. Io sono un regista che ama girare il più possibile in luoghi reali, quindi questo è stato un grosso problema per me. Ecco perché abbiamo cercato una soluzione il più possibile vicina a Mogadiscio. Volevo un posto che avesse una cultura architettonica simile a quella di Mogadiscio, quindi abbiamo esaminato diverse possibilità, a partire dal Kenya. Ma poiché dovevamo girare un film, dovevamo anche considerare le condizioni di lavoro. Ecco perché il Marocco è diventato uno dei finalisti. Dato che è vicino all'Europa, sarebbe stato più facile trovare soluzioni se ci fossimo imbattuti in problemi tecnici. E poiché è una delle location preferite da Hollywood, lì c'erano già tecnici esperti e di talento. Inoltre, lo spazio che avremmo utilizzato era uno dei luoghi usati per “Black Hawk Down”, una storia ambientata in quegli stessi posti tre anni dopo quello che accade in “Mogadishu”.

«Tuttavia, durante le riprese di “Black Hawk Down” avevano portato enormi quantità di materiali per alterare completamente lo scenario. Quindi, quando siamo arrivati lì, non riuscivamo a vedere nulla che ricordasse Mogadiscio, perché lo spazio era tornato al suo stato originale. Allora, il responsabile delle location ci ha indicato una piccola città vicino al mare e lì abbiamo trovato posti che ricordavano la Mogadiscio che avevamo visto nei materiali d’epoca. Questa piccola città portuale del Marocco, Essaouira, aveva le caratteristiche perfette per ricostruire Mogadiscio. Il più famoso scenografo coreano, insieme al team di produzione locale, ha scelto questo luogo come location e insieme hanno avviato un allestimento su larga scala per riprodurre l'aspetto di Mogadiscio al momento della nostra storia. Tutto lo staff si è impegnato a riprodurre la tragica situazione di quegli anni, e alla fine sono riusciti a creare un set assolutamente realistico. Abbiamo iniziato sporcando i pavimenti per nascondere l’aspetto originale, e abbiamo finito per modificare la moschea locale usando la computer grafica. Non volevamo che ci sfuggisse nemmeno un piccolo dettaglio: per questo abbiamo tutti lavorato con cuori di artisti e mani e piedi di operai. Questa è stata la cosa più importante».

Non sarebbe facile girare un film su una storia che coinvolge in questo modo diplomatici della Corea del Nord e del Sud se non fosse successo davvero. Ma è evidente che le cose non sono andate esattamente così. Come è riuscito a trasformare una storia reale in una trama che risponde perfettamente ai canoni di un film d’azione?

«Non ho mai pensato a questo film come a un film di genere, fin dall'inizio. Se avessi cercato di aggiungere gli elementi di un film di genere, avrei aggiunto eventi più drammatici, sequenza dopo sequenza, spingendo i personaggi in situazioni estreme senza dar loro tregua. Ma per me era importante far provare al pubblico l'ansia e la paura che i personaggi stavano provando. Invece di seguire le regole di un genere, ho voluto seguire gli stati psicologici fondamentali. Ecco perché ho pensato che scene troppo drammatiche sarebbero diventare una distrazione. Nella realtà, le persone del Sud e del Nord hanno trascorso insieme oltre 12 giorni. Ma dal momento che per raccontare la storia io avevo solo due ore, che è quanto dura la maggior parte dei film, dovevo comprimere gli eventi. Nella realtà, le due parti si incontrano all'aeroporto, e quando l'ambasciatore sudcoreano convince quello del Nord, si recano all'ambasciata sudcoreana per stare insieme prima della fuga. Io ho accorciato questa situazione, e ho ridotto il tempo che hanno passato insieme, perché concentrarsi sulle situazioni individuali avrebbe dato meno tempo per esprimere la psicologia dei personaggi. Per questo ho semplificato la situazione e mi sono concentrato sull'espressione degli stati d’animo».

Le scene d’azione sono particolarmente coinvolgenti. Ci può raccontare come sono state realizzate? Sembra che si svolgano diverse scene allo stesso tempo: dietro gli attori in primo piano ci sono gruppi che rappresentano scene di violenza, scippi, aggressioni. L’impressione è che le comparse abbiano recitato le loro scene a ripetizione, in modo indipendente, mentre i protagonisti recitavano la loro scena in primo piano…

«Come ho detto prima, le scene d'azione di questo film dovevano essere girate in modo diverso rispetto a quelle che si vedono nei film di genere. Perché questa non è una storia di eroi: è una storia di persone spaventate che fanno del loro meglio per aiutarsi a vicenda a fuggire mentre affrontano la violenza fisica, quindi la loro reazione davanti alla violenza era più importante degli aspetti tecnici delle scene d'azione. Nei film di eroi, la violenza serve a dare una sorta di catarsi e di piacere, questo film invece doveva rappresentare la violenza come violenza fine a sé stessa. Ho dovuto considerare situazioni più realistiche e pensare a come avrebbe reagito il pubblico. Per questo la recitazione delle comparse è particolarmente importante nelle scene più violente. Il sorriso di un bambino che ti punta contro una pistola fa più paura di centinaia di spari. La guerra in questa situazione è una guerra senza vincitori. Ci sono solo vittime.

«Volevo che le scene d'azione di questo film provocassero ansia e paura, non divertimento. Volevo che colpissero il pubblico al cuore. Molte persone dicono che l'inseguimento in macchina è impressionante, ma non ho usato nessuna tecnica particolare per creare una scena coinvolgente. Ho deciso di fare riprese lunghe per far vedere meglio come le persone reagiscono quando si concentrano sulla fuga in una situazione di impotenza. Ovviamente è stata una scena tecnicamente molto difficile, ci sono voluti molti tentativi e molti errori prima di arrivare al risultato finale. La scena non sarebbe stata possibile senza l’esperienza dello staff coreano e marocchino, e senza il lavoro durissimo di tutti gli attori. Lavoravamo in un ambiente difficile, ma avevamo ben chiari l’obiettivo e il percorso per arrivarci, e questo ha reso possibile girare quelle scene».

“Escape from Mogadishu” è un film su uno scontro tra civiltà su molti livelli. Ho notato capitalismo contro comunismo nello scontro tra Corea del Sud e del Nord; scontro tra religioni (anche se l’Islam in realtà compare solo quando la preghiera del muezzin garantisce una breve tregua); e Africa contro il resto del mondo. Ce ne può parlare? Ci sono altri confronti più nascosti?

«La mia intenzione era proprio questa. È questo che mi ha fatto innamorare di questa storia. Però più che sullo scontro tra civiltà, mi sono concentrato sui singoli conflitti. Qui ci sono conflitti tra regioni, sistemi e persino tra individui che stanno dalla stessa parte. Tuttavia, quando ti trovi di fronte al disastro della guerra, gli elementi che hanno causato quei conflitti non possono salvarti. Le tue convinzioni, la tua religione o i tuoi desideri non possono darti alcun aiuto per sopravvivere. Nel periodo in cui si svolge il film, la Corea del Sud e quella del Nord si consideravano vicendevolmente i soggetti più disprezzabili della terra. Questo scontro esiste ancora oggi. Tuttavia in una terra lontana, in Africa, nel mezzo di una guerra, quei nemici erano le uniche altre persone con cui potevano parlare senza bisogno di un interprete. Conflitto e ironia convivono. Conflitti e ironia sono gli elementi che considero i più importanti durante la realizzazione di un film».

Questo è decisamente un film che va visto sul grande schermo. Pensa che riuscirà a riportare gli spettatori al cinema, dopo mesi passati a guardare schermi più piccoli? Il covid però ci ha anche abituati a vedere sui computer film che non vengono distribuiti nelle sale occidentali. Pensa che questa apertura a favore del cinema meno conosciuto resterà anche in futuro?

«Questa è una domanda molto difficile per me. Vengo da una generazione che è cresciuta sognando al cinema, ed è ancora una grande emozione per me guardare un film sul grande schermo. Ma il mondo sta cambiando e anche le generazioni. Oggi, i giovani genitori usano gli smartphone per far smettere di piangere i loro figli. Questi bambini piccoli si ritrovano a guardare una quantità di video delle dimensioni di un palmo sin dalla più tenera età. Sono più abituati a vestirsi per il mondo virtuale che per la vita reale. Cosa potrebbe significare il cinema nel 21° secolo? Devo ancora trovare la risposta. Di certo, il concetto di film del 20° secolo non funziona più per il mondo che affrontiamo ora. Anche nel mio caso, non uso più la pellicola quando faccio film. Ma questo significa che i film hanno meno valore? Solo perché troviamo più comodo guardare i video sui nostri computer e ci siamo abituati a questo, i cinema perdono valore?

«Viviamo in un mondo in cui possiamo facilmente guardare qualsiasi opera d'arte dei maestri del Medioevo. Ma quando guardiamo queste riproduzioni, io credo che possiamo imparare molto sui dipinti, ma non possiamo godere e apprezzare davvero l'opera d'arte. Questo perché quello che stiamo vedendo non è l'originale. Se qualcuno mi chiedesse se ha senso parlare di “opera d'arte originale” quando si parla del cinema, che è iniziato nell'era della riproduzione meccanica e ora è passato all'era della riproduzione digitale, io risponderei assolutamente di sì. I registi, me compreso, si recano ancora sul posto per dirigere e registrare il suono, seguendo l'intero processo e gli standard in vista delle proiezioni nei cinema. Il mio lavoro originale è completo nel momento in cui viene proiettato sul grande schermo. Il cinema diventa un punto di riferimento e l'ambiente più ottimale per proiettare il film, anche considerando il livello di luminosità del proiettore, il volume del sonoro, le dimensioni della sala che influenzano gli altoparlanti e i suoni di Dolby Atmos e altro ancora. Se stai guardando la proiezione del mio film in uno spazio di questo genere, allora ti stai godendo l'originale. Non ho mai girato i miei film per soddisfare gli standard della proiezione su un computer o sullo schermo di un telefono. Questo sarebbe un duplicato, sono solo informazioni sotto forma di simboli video e audio.

«Tuttavia, è impossibile insistere solo sulla proiezione nei cinema visto che ci sono molti luoghi che non hanno sale disponibili. E mi sono piaciuti innumerevoli film che ho visto in Tv, o in VHS, DVD e Blu-ray. Penso che debba essere inteso come un aspetto della diversità. Per vederlo positivamente, possiamo consolarci pensando che la qualità è migliorata rispetto alle versioni TV e VHS di un tempo. Ma da quando è arrivata il Covid, stiamo assistendo a così tanti cambiamenti nelle nostre vite… Non so proprio prevedere come cambierà il destino dei film dopo la pandemia. Essere connessi tramite Internet ci fa pensare di essere più intimamente connessi, ma avere inondazioni di informazioni porta a un giudizio alterato. Alla fine, viviamo in un mondo in cui chi ha un capitale enorme sarà in grado di conquistare il pubblico più facilmente, vincendo la guerra del marketing. Se non siamo aperti ad accettare la diversità, nessun mezzo potenzialmente in grado di offrire opzioni diversificate sarà davvero in grado di fornirle.

«Non conosco la risposta a questa grande domanda. Sto solo pensando al mio prossimo film. Sto solo facendo del mio meglio per non produrre più spazzatura da aggiungere alle enormi quantità di spazzatura che noi umani produciamo nelle nostre vite. Faccio solo del mio meglio per fare film che meritino di essere guardati dal pubblico nei cinema. Per me, questo è l’essenziale».

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