La sua terrazza è un lembo di Salento nel quartiere Prati, a Roma. Sul pavimento le “chianche”, le lastre di pietra leccese che brillano al sole, tutto intorno vasi di piante grasse, a terra le “fiasche”, i tipici bottiglioni verdi. «Le ho ereditate dai miei nonni, facevano il vino», dice Beatrice Rana, orgogliosa della sua terra. Tra una tournée e l’altra, infatti, la grande pianista leccese, 29 anni e un bel numero di premi, ritaglia uno spazio per “Classiche Forme” (17-23 luglio, sesta edizione), il festival internazionale di musica da camera da lei ideato per musicare i luoghi d’arte e le campagne del Salento tra memorie d’infanzia, cultura contadina ed eccellenze storiche. Attorno a sé raduna amici provenienti da ogni parte del mondo, talenti e star affermate, che si esibiscono in luoghi non convenzionali: antichi chiostri, masserie, abbazie, biblioteche. Da qui comincia la nostra chiacchierata, in cui la concertista riflette sulle questioni di genere, sul ruolo della donna nel mondo della musica e nella società, sui compositori russi e la guerra.
Beatrice Rana, con quale spirito nasce il festival “Classiche Forme”?
«Quest’anno si intitola “Contrasti”, in ragione dell’apparente contrasto tra i luoghi che musichiamo e i repertori che presentiamo. Di solito la musica classica trova spazio sui grandi palcoscenici, in “ClassicheForme” invece i concerti si svolgono nei luoghi iconici del Salento più autentico. Il festival è nato in un frantoio ipogeo, poi l’abbiamo portato nelle masserie, in un chiostro, in campo aperto tra gli ulivi. È un modo per coniugare le mie due grandi passioni: la musica, ovvero la mia professione, e la mia terra, il Salento, dove ho vissuto fino a diciotto anni prima di trasferirmi in Germania».
Si sente legata al Salento?
«Paradossalmente ho imparato ad amare di più la mia terra quando me ne sono andata. La musica mi ha portato in giro per il mondo, amo tantissimo viaggiare, ma oggi sono davvero riconoscente nei confronti del Salento».
È cresciuta insieme a sua sorella Ludovica, anche lei musicista, violoncellista. Che rapporto avete?
«Un rapporto molto viscerale, di solidarietà e sorellanza in senso stretto come si direbbe oggi. Siamo sempre state compagne di avventura, fin da piccole, e la musica ci ha unite ulteriormente, suoniamo spesso insieme e siamo l’una la migliore amica dell’altra. E anche la peggiore nemica se c’è qualcosa che non condividiamo: ce ne diciamo di tutti i colori finché non troviamo un accordo».
Lei è nata in un paesino, Arnesano. E oggi è una donna di successo. La sua storia sfata molti luoghi comuni.
«Quando si parla di Sud tutti immaginano una società patriarcale e maschilista, ma chi conosce meglio il Salento e la Puglia sa che la nostra società è profondamente matriarcale. Penso alla mia famiglia, a modi di dire come: “Vado a casa di mia madre” anche se si va da entrambi i genitori. Non so in quale maniera, consapevole o meno, questo aspetto abbia influito sulla mia vita. Certo, mi ha aiutato il fatto di avere dalla mia parte due genitori musicisti, che non hanno mai posto limiti alla mia immaginazione. Detto questo, sono felice di essere una donna del terzo millennio: cinquant’anni fa per una ragazza come me sarebbe stato impensabile fare la pianista».
La storia della musica classica è stata scritta dagli uomini: compositori, interpreti e direttori d’orchestra. Per quale motivo?
«In realtà le compositrici sono sempre esistite, ma non potevano pubblicare musica con il proprio nome. Mi viene in mente Fanny Mendelssohn, una donna meravigliosa, sorella del famoso compositore tedesco Felix Mendelssohn. Lei pubblicava i propri lavori con il nome del fratello, un po’ come Emily Brontë. Oppure un tempo le compositrici usavano degli pseudonimi. Per quanto riguarda i direttori d'orchestra, invece, credo che il motivo del ritardo sia culturale. La figura di leader, capo dell'orchestra, è sempre stata maschile, legata all’idea di comando».
Oggi la situazione è cambiata?
«C’è ancora molto da fare, la battaglia non è ancora finita. Penso alle recensioni in cui mi definiscono “bella e brava”: gli verrebbe mai in mente di descrivere un interprete maschile “bello e bravo”?»
È favorevole alle quote rosa?
«Da donna mi sento offesa quando sento parlare di quote rosa: credo che una persona debba raggiungere posizioni di rilievo per merito, non per legge. Tuttavia, mi rendo conto che questo argomento serve a scuotere le coscienze, la sensibilità dell’opinione pubblica. In futuro riusciremo a trovare un equilibrio di buon senso, perché una cosa è certa: uomini e donne devono avere le stesse le stesse opportunità».
Già da qualche tempo, tuttavia, le soliste hanno molto spazio. È una moda?
«La mancanza di equità infatti non riguarda le strumentiste, ma compositrici e direttrici d'orchestra. Nel mio piccolo, sono reduce da una tournée in Germania in cui ho suonato il concerto di Clara Schumann, donna favolosa dell'Ottocento, piena di talento, che scrisse questo concerto all’età di 14 anni. Arrivata alla maggiore età si sposò e accantonò la sua attività. “Scrivere musica non è compito di noi donne. Come faccio a pretendere una cosa del genere?”, disse».
Come si può invertire la rotta?
«Quando ho iniziato a fare i primi concorsi pianistici avevo otto o dieci anni. A vincere erano sempre la bambine: diligenti, brillanti, brave. Ma crescendo il loro numero si riduceva drasticamente. Ancora oggi all’età di vent’anni la proporzione è del tutto a favore dei maschi. E non è un problema solo italiano».
Perché accade?
«Non riesco a dare una spiegazione precisa. Forse la disillusione perché non esistono tante figure femminili di riferimento: oggi le pianiste, tanto per fare un esempio, rappresentano solo il 10 per cento del totale».
Nel mondo della musica è in corso una guerra di genere?
«Forse è un po’ esagerato definirla così. Il caso di Clara Schumann, tuttavia, dimostra che anche nel mondo della musica si avverte la necessità di un cambiamento culturale. Oggi c'è maggiore consapevolezza della questione di genere delle programmazioni artistiche, anche se molto resta da fare. L'altro giorno su Twitter ho visto la classifica del numero di lavori femminili programmati dalle orchestre americane, ancora il divario è fortissimo».
A proposito, nelle prossime settimane attraverserà gli Stati Uniti per una lunga tournée. Cosa si aspetta?
«Sono molto eccitata all’idea. Il pubblico americano è molto caloroso, spesso mi hanno applaudito con standing ovation. Sono già stata a marzo scorso, alla Carnegie Hall di New York, un luogo straordinario. Per la prima volta ho suonato nella sala grande, incredibile pensare che lì siano passati tutti, da Vladimir Horowitz a Miles Davis».
In America eseguirà esclusivamente brani di due autori russi: Petr Ilic Cajkovskij e Sergej Rachmaninov. Non ha pensato di modificare il programma dopo lo scoppio della guerra in Ucraina?
«Assolutamente no. I veri crimini di guerra, secondo me, consistono nel fare vittime ingiustificate, e oscurare i compositori russi significherebbe fare una vittima ingiustificata. La musica russa è straordinaria, fondamentale, e nel festival “ClassicheForme” ospiteremo anche un duo di musicisti ucraini. Il palcoscenico è un luogo pacifico, magico, in cui le bassezze umane non esistono».