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Opinioni
giugno, 2022

Pena e carcere non sono sinonimi: questo sistema è lo specchio della nostra inadeguatezza

Il dibattito è incattivito dalla questione mafia, che va affrontata con durezza. Ma sovraffollamento e recidiva si contrastano anche con il ricorso a misure alternative. Solo che la politica preferisce alimentare solo la pancia dell’elettorato

L’indifferenza che ha accolto la recente offerta referendaria, lo scetticismo che al di là delle tattiche di interesse ha salutato il varo della riforma Cartabia, si nutrono del medesimo sentimento. Ovvero la sostanziale sfiducia nella capacità della istituzione Giustizia di rispondere alle attese della collettività. Colpa di un clima generale di caduta di apprezzamento verso tutto ciò che evoca il Palazzo. Colpa della politica, avviluppata in una crisi di sistema della quale l’agonia di populismi e leaderismi è la manifestazione acuta della patologia. Colpa della magistratura che non ha saputo offrirsi come casa di vetro, depauperando quel capitale di consenso, anche sguaiato, che aveva ottenuto durante l’ondata repressiva degli anni Novanta, intestandosi un compito di palingenesi sociale, in nome di una delega più mediatica che popolare.

 

La vicenda di Luca Palamara, ex presidente dell’associazione nazionale magistrati, sul mercimonio delle nomine e la condanna in primo grado della presidente delle misure di prevenzione del tribunale di Palermo Silvana Saguto, sul cerchio magico dei gestori dei patrimoni confiscati stanno lì a dare la misura di quanto marcio ci sia ancora da quelle parti.

 

Ma se dici Giustizia dici soprattutto tempo. Perché è l’unica misura della effettività di risposta alle attese. Vale per le vittime e vale ancora di più per gli indagati-imputati. Non è concepibile che occorrano lustri per vedere definita la propria posizione. E per decretare con sentenza di chi è il torto e di chi la ragione. Non c’è alternativa a massicci investimenti in uomini e risorse per sveltire un sistema farraginoso, gravato da una mole di pendenze che rendono utopistica l’obbligatorietà dell’azione penale, dal momento che, come ha scritto l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, un pm ha una mole di processi otto volte superiore rispetto a quella di un collega europeo.

 

E la questione tempo vale anche nel comparto civile, dove soluzioni sono in campo (si attendono i decreti attuativi), per snellire e deflazionare il contenzioso che cresce come un mostro famelico, capace di divorare destini e imprese. 

 

In campo penale, a misurare il tempo è anche l’orologio del carcere. Se la qualità di un Paese si misura sulla capacità di reprimere e redimere, il nostro, a ragione galleggia in bassa classifica, come l’Europa ci ricorda almeno dal 2013 (Cedu, sentenza Torregiani).

 

In un rincorrersi altalenante di pugni di ferro e carezze le nostre carceri sono lo specchio della nostra inadeguatezza. Proviamo a svuotarle con misure deflattive, accompagnate da contumelie e invettive sulla in-effettività della pena e le imbottiamo di detenuti sull’onda di pretese emergenze, frutto della rappresentazione di pericoli che il ceto politico dominante, accarezzando il pelo di una parte del Paese, avverte strumentalmente come tali. È accaduto con le droga e con l’immigrazione. Con il risultato di vanificare ogni tentativo di far calare l’indice di sovraffollamento per il quale scontiamo un numero di suicidi elevatissimo e significative pronunce europee sui trattamenti inflitti. La privazione della libertà è la pena, non la privazione dell’igiene, delle cure, di pasti decenti, di un ambiente decoroso, la negazione dell’affettività. Per non dire dello scandalo dei bimbi, denunciato da L’Espresso, a cui si è posto rimedio, e dei pazienti psichiatrici in carcere, per i quali c’è ancora molto da fare.

 

Grava sulla serenità del dibattito il peso di opinioni che parlano alla pancia dell’elettorato più che alla testa di una democrazia matura e l’ipoteca del tema mafia che provoca indignate levate di scudi all’insegna del rigorismo, spesso inconcludente.

 

Il numero di detenuti, oggi 55 mila, si abbassa riducendo ulteriormente quello delle fattispecie di reato punite con il carcere. Più di quanto già fatto nel 2016. Dal momento che oggi più della metà dei condannati a vario titolo sta in cella e un terzo per pene inferiori a tre anni. Come ha ricordato Luigi Manconi, da tempo impegnato per il superamento del carcere, si tratta di una percentuale che non ha eguali in Europa. Va colpita quella che uno studioso come Giovanni Fiandaca definisce «l’inflazione penalistica», ossia «l’eccesso quantitativo di figure di reato nel nostro ordinamento. Una quantità che neanche noi studiosi conosciamo, ci basiamo su stime approssimative che oscillano tra 50mila, 60mila».

 

Il ricorso a pene alternative e a meccanismi di riparazione del danno avrebbe un effetto sanzionatorio ben più incisivo se solo si smettesse di associare la gattabuia a un sentimento di pacificazione sociale. Non è la cella ma la pena, la risposta di Giustizia. E la sua efficacia. Tanto più che l’obiettivo è la rieducazione del condannato. Presuppone un percorso di recupero per restituire alla società una persona e non un delinquente più incattivito di prima. Basterebbe da solo a illuminare le scelte del Parlamento, il rapporto sulla recidiva, che è di uno a tre. Confrontando il dato di chi ha scontato misure alternative e di chi è stato dentro. E nel confronto con altri Paesi il tasso di recidiva è sensibilmente minore dove c’è meno carcere.

 

Anche il percorso di recupero richiede tempi, modi e personale. E investimenti sulle opportunità. A cominciare dal lavoro. Non ha alcun senso immaginare il carcere per periodi brevi di totale inattività, come ha scritto di recente il Garante Mauro Palma su questo giornale.

 

La questione dell’ergastolo e della sua contraddittorietà rispetto all’obiettivo del recupero, per converso, viene sempre affrontata partendo dalla paura, condivisa e condivisibile, che si spalanchino le porte delle celle per stragisti pluriomicidi che non hanno dato alcun contributo di verità alla ricostruzione delle loro malefatte.

 

Gli ergastolani mafiosi sono 750 su un totale di 1800. Per loro, a certe condizioni, bisognerebbe avere il coraggio di stabilire una volta per tutte che la loro condizione di reclusi non è negoziabile, se non in cambio di una effettiva dichiarazione di resa. La normativa emergenziale incarnata dal 41 bis non è la vendetta dello Stato alla recrudescenza stragista degli anni Novanta, ma la constatazione che le consorterie mafiose vivono di relazioni e ordini da eseguire, di una fluidità di comunicazioni che vanno recise prima di potere immaginare qualsiasi altra azione di recupero.

 

La minima soglia per iniziare a discutere di ergastolo ostativo dovrebbe essere la piena, completa, esaustiva e riscontrata ammissione delle proprie responsabilità. E una convinta, reale, riparazione del danno compiuto a cui fa riferimento Fiammetta Borsellino nell’intervista di Piero Melati. Una operazione di verità innanzitutto che ribalta il piano sul quale si è instradata la discussione sul punto. Perché è il condannato che deve dimostrare di essere cambiato e non lo Stato. Diverso l’ambito degli ergastolani comuni per i quali le maglie dovrebbero ulteriormente allentarsi. Venti o trent’anni sono una vita. Un lasso di tempo così ampio in cui è possibile il cambiamento. Se la pena è l’ammontare del proprio debito, questo deve potersi estinguere.

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