«L’amore è la soluzione». Ascoltando Manuel Vilas, 60 anni, scrittore e poeta spagnolo tra i massimi, viene in mente per assonanza il suo collega egiziano Ala al-Aswami che conclude ogni suo scritto con la frase: «La democrazia è la soluzione».
Tra le due “soluzioni” la distanza è evidente. Il personale e il politico si sarebbe detto un tempo, nei casi citati declinati in parallelo a differenza dello slogan che li voleva, al minimo, due facce della stessa medaglia. Vilas era sul palco del Bergamo Festival, la città-martire della prima ondata del Covid-19, e con il suo vitalismo vagamente epicureico proponeva come antidoto alle grandi emergenze contemporanee, la pandemia e la guerra, parole dolci come amore, appunto, bellezza, felicità, vita.
Partendo da un aneddoto personale. «Durante il confinamento, che in Spagna è stato particolarmente duro, io guardavo le notizie alla televisione per 5-6 ore al giorno. E mi dicevo: ci deve essere pur qualcuno che non è stupido e idiota come me e non guarda le news quando c’è una catastrofe. Siccome sono anche un grande appassionato di cinema mi sono rivisto 5-6-10 volte “Casablanca”. E ho trovato la risposta nella scena in cui l’altoparlante dei nazisti annuncia l’ingresso a Parigi, la presa della capitale francese. I due protagonisti, Ingrid Bergman e Humphrey Bogart si dicono: “Il mondo cade a pezzi e io e te ci siamo innamorati”. Ecco, ho pensato, la ricetta sicura per non perdere la speranza e non cedere alla paura durante una tragedia collettiva, guerra, crisi economica, totalitarismi, pandemia: innamorarsi. Così ho scritto “I baci” (in Italia uscito con Guanda, ndr)». Per prevenire qualunque obiezione circa la mancanza di una dimensione sociale aggiunge: «Io non sono un politico, un sociologo o un intellettuale. Sono uno scrittore e credo che la responsabilità della letteratura sia difendere la vita dai suo nemici. Per la letteratura è più importante difendere la vita dell’ideologia perché le ideologie hanno un potere di alienazione mentre ciò che conta è la libertà individuale».
Il che non significa, tuttavia, che Manuel Vilas non abbia una solida visione politica se ha preso una netta posizione contro la Russia e a favore dell’Ucraina e, in questo, eccolo avvicinarsi al Ala as-Aswani: «Per forza. L’Occidente ha una cultura democratica che dobbiamo tenere per cara e davanti a sé c’è chi la contrasta. Un capo di governo occidentale deve dare spiegazioni al suo popolo altrimenti non viene rieletto. Dall’altro lato c’è Putin che non deve dare nessuna spiegazione. Dunque ci troviamo in una condizione di debolezza che tuttavia non ci deve deviare dai nostri principi».
Ma se questo è persino scontato, lo spagnolo inserisce una ulteriore considerazione che allude alla sfera del personale. «Per il leader di un governo europeo il piacere è governare. Per godere di questo bisogno deve soddisfare il proprio popolo. Dunque conosciamo il piacere dei nostri uomini politici. Ma qual è il piacere di Putin?». Troppo facile rispondere: «Il potere». E sveltamente Vilas rincara: «Sì, ma è accompagnato da un risentimento personale verso l’Occidente da cui si sente umiliato e ciò crea per lui una difficile situazione psicologica».
Con cui giocoforza ci dobbiamo confrontare partendo da una situazione di svantaggio per via delle lungaggini decisionali che il nostro sistema sconta per sua natura. Vilas aggrotta le ciglia e si interroga: «Il problema è: cosa facciamo noi tolleranti con gli intolleranti? Vogliono distruggere la democrazia e noi siamo obbligati a difenderla. Non possiamo immaginare che la difenda soltanto il governo, ogni cittadino si deve sentire chiamato in causa. Cosa dovremmo fare? Esercitare le nostre libertà al massimo, giudicarle un valore irrinunciabile».
Abbiamo commesso degli errori ovviamente se si è creato uno spazio in cui si è infilata la possibilità di aggredire la democrazia. «Abbiamo negoziato con Paesi non democratici da cui ora dipendiamo economicamente. Con certi Paesi non si possono fare affari. La Russia, ad esempio, ora ci impedisce di prendere le decisioni che dovremmo prendere perché ci rifornisce di petrolio e di gas. E dunque viviamo in una situazione di sospensione non essendo liberi ed è una condizione penosa. Putin non vuole cittadini liberi, ti invita a bere un caffè e dentro ci mette il polonio... Putin non capisce l’Occidente, non capisce il cinema americano, il cinema italiano. Non capisce i Rolling Stones o i Beatles. Se vede un film di Fellini non lo capisce, anche se gli sembra che sia un nemico. Possiamo capire Putin solo capendo che lui non capisce».
Esiste, tra noi e il “mondo russo”, secondo Manuel Vilas, una diversità irriducibile, non siamo alla stessa ora sull’orologio della storia. «Gli europei sono persone sofisticate. E la guerra è la cosa meno sofisticata. Noi siamo dedicati al piacere della vita, nessuno vuole prendere un fucile e sparare. La guerra mi pare il Medioevo, ma già la pandemia era una regressione al Medioevo».
La forma di resistenza più alta, secondo la concezione dello scrittore, sta nella letteratura che è un’arma della libertà, il trionfo della bellezza, un ausilio ai lettori contro l’alienazione: «Lo stesso Kafka parlava di obbligo all’allegria, senza mediazioni, senza rimandi. Un uomo, o una donna, arrivano ai 40 anni e si dicono: io non mi sento libero ma magari più avanti... A 45 anni si confessano: ho un lavoro che non mi piace, il mio matrimonio non mi soddisfa, magari più avanti... A 50 si ripetono: non sono ancora libero, lo sarò domani... E infine a 60: ormai ho 60 anni, avrei dovuto prendere una decisione ma a quest’età non posso divorziare, non posso cambiare lavoro. E abbiamo una sola vita».
Il titolo del più famoso libro di Vilas è “In tutto c’è stata bellezza” (sempre Guanda). In una delle frasi più famose di Dostoevskij ricorre la stessa parola: «La bellezza salverà il mondo». Eppure il grande russo ha anche scritto: «Troppi anni di pace nuocciono all’umanità». Come se la guerra fosse un lavacro della Terra. Come si conciliano le due cose? «Dostoevskij è un grande scrittore e come tutti i grandi scrittori è pieno di contraddizioni perché la vita è una contraddizione. Io lo amo ma ho idee diverse. Credo nella felicità e nella fraternità universale. La bellezza salverà il mondo se la vivremo sino in fondo, se non è astratta, se ci entriamo dentro».
Sempre ne “In tutto c’è stata bellezza” c’è una frase un po’ scioccante circa la verità, un valore che (ipocritamente?) tendiamo ad inseguire. Scrive Vilas: «Non diciamo mai tutta la verità perché se la dicessimo manderemmo in pezzi l’universo, che funziona attraverso ciò che è ragionevole, ciò che è sopportabile». Merita una spiegazione. «Se noi dicessimo alla moglie, al figlio, al miglior amico tutta la verità automaticamente distruggeremmo il matrimonio, la paternità, l’amicizia. Ci sono verità non comunicabili che non si possono dire nemmeno a se stessi. C’è un abisso nel genere umano e la letteratura cerca di esplorare l’abisso. La letteratura è il luogo dove posso dire ciò che non posso dire alla moglie, al figlio, all’amico. Recentemente è morto un mio amico scrittore, uno che aveva fortuna con le donne. Al funerale sono arrivate trenta donne tutte convinte di essere la sua fidanzata. Aveva avuto una vita occulta meravigliosa, molto vicina al senso dell’umorismo». C’è una morale da trarre? «Sì. Siccome nei libri si decritta l’animo umano, chi legge è tendenzialmente buono. Chi legge molti libri alla fine sarà molto buono. E nel caso di tradimento del partner potrà capire. È questo il regalo della letteratura: aiuta a capire».
Della nostra letteratura che lo ha aiutato a “capire” cita Dante, Petrarca, i poeti del ventesimo secolo, Tomasi di Lampedusa, il cinema: «Amo Fellini, è presente anche nel libro che sto scrivendo. Ho vissuto sei mesi a Roma ed ero ossessionato dalle immagini del suoi film». E non disdegna di scendere nel pop: «Per me è stata un mito, anche un mito erotico, Raffaella Carrà, la regina della tv, icona della classe medio-bassa spagnola da cui provengo».
C’è un’ultima sua frase, Vilas, che dovrebbe spiegare. Lei ha detto, durante la pandemia, che «abbiamo sostituito Dio con la scienza». Vecchia questione. Non possono convivere? «Intendo dire che abbiamo sostituito un fanatismo con un altro fanatismo. Chiedevamo agli scienziati la soluzione. Ma la scienza non ha una soluzione, non sa cosa facciamo qui, qual è l’origine della vita. Arriva a darci lo smartphone ma non risolve l’enigma fondamentale. In pandemia ci hanno detto che dovevamo lavarci le mani, grazie tante. Poi è vero che è arrivato il vaccino... Quando ci dice che a 800 milioni di anni luce c’è un pianeta simile al nostro a me sembra una battuta: cosa me ne faccio?».
Meglio l’amore... «Esatto. È quello che voglio dare al lettore, scegliendo le parole giuste. Perché è l’amore l’esperienza più importante della nostra vita».