Casablanca: basta il nome per scatenare ricordi e nostalgia anche in chi nella città marocchina sulle coste dell’Atlantico non ci ha mai messo piede. È comunque la città che ha dato il titolo al leggendario film con Ingrid Bergman e Humphrey Bogart e a un indimenticabile racconto dalla raccolta “Il gioco del rovescio” di Antonio Tabucchi, il mitico centro di traffici e trame della Seconda Guerra Mondiale diventato negli anni Sessanta, la capitale di pionieristici interventi di cambiamento di sesso.
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Per mantenere intatta l’immagine di “Casa” (con l’accento sulla a), per difendere i suoi palazzi antichi dalle distruzioni provocate dallo sfruttamento immobiliare, è nata alla fine del Novecento la fondazione “Casamémoire”. Ha una attività a dir poco varia: dopo essere partita da manifestazioni di piazza contro i progetti di demolizione, oggi organizza mostre, convegni e tour culturali e offre agli studiosi una biblioteca con volumi rari che riguardano anche le costruzioni degli architetti italiani nelle colonie in Libia e Africa Orientale, da fine Ottocento al 1945.
Tra i palazzi di cui si occupano ci sono edifici diroccati e altri ancora in forma. È in rovina l’Hotel Lincoln, un edificio in stile neo-moresco sormontato da una grande cupola costruito nel 1917 e ormai in rovina. Nei suoi anni di gloria ospitava appartamenti, un lussuoso emporio e un hotel. Era una delle icone della Casablanca coloniale, costruita con grandeur francese. È infatti con l’arrivo dei francesi che la città, che ha radici preistoriche ma che fino a quel momento era surclassata dalle città regali di Fez e Marrakesh, acquista importanza.
Dal 1912 il generale Hubert Lyautey, che governava la regione, incarica l’urbanista Henri Prost di ridisegnarne la pianta: il risultato è una città divisa rigidamente in settori differenti, con le zone residenziali separate da quelle commerciali e dello svago, che costeggiavano una versione ridotta degli Champs-Élysées, e soprattutto con i marocchini a distanza dai francesi. La zona francese era modernissima, con cinema all’ultimo grido, e appartamenti con ascensori e acqua calda, inseriti in edifici all’ultima moda, in pieno stile Art Deco. Gli architetti francesi sperimentavano a Casablanca e ripetevano in patria le innovazioni che si erano dimostrate migliori.
E anche dopo la fine del protettorato, el 1956, la grandeur rimase. La Banque du Maroc, costruita nel 1937, ha cambiato nome in Bank Al-Maghrib, ma non ha cambiato i pavimenti di marmo, i lampadari di vetro di Murano e l’enorme soffitto di vetro. Alcuni edifici però sono stati demoliti negli anni Settanta e Ottanta: come il cinema Vox, che aveva 2000 posti da record nel 1935, o la piscina Orthlieb, che al momento della costruzione, nel 1934, era la più grande del mondo, e che è stata distrutta per far posto alla gigantesca moschea Hassan II. Poi, nel 1995, le ruspe distrussero una spettacolare costruzione del 1928, Villa Moqri, e fu il colpo finale, quello che spinse un gruppo di intellettuali e architetti nati a Casablanca, guidati da Jacqueline Alluchon, a fondare Casamémoire.
La prima vittoria è stato l’Hotel Lincon: doveva essere demolito ma sono riusciti a farlo inserire nella lista dei Palazzi storici – è stato il primo edificio del Novecento ad entrarci – e a salvarlo dalla demolizione – anche se ormai era tardi per difenderne le strutture danneggiate dal tempo e dall’incuria. Va verso un restauro massiccio che ne salvaguarderà la facciata e sarà diretto da Tarik Oualalou, che è stato uno dei fondatori di Casamémoire prima di tornare alla professione.
Ora i palazzi protetti sono un centinaio. Tra gli ultimi, ha ricordato la presidente, Rabea Ridaoui, «ci sono la Scuola Italiana des Roches Noirs e il palazzo Cosyra, sul boulevard d’Anfa: li abbiamo aggiunti proprio quest’anno». Però all’inizio la battaglia non era condivisa da tutti i “casaouis”, come vengono chiamati gli abitanti del posto: «Mi sono sentito dire spesso che non era la “nostra” eredità, che era un’eredità dei colonizzatori», ha raccontato Lahbib El Moumni, segretario generale dell’associazione. Che ribatte: «È vero, sono palazzi lasciati dal periodo coloniale ma oggi sono nostri, non sono francesi. Li dobbiamo difendere perché fanno parte della nostra storia. Non dimentichiamoci che è stato il lavoro dei marocchini a costruirli!».
Dal 2009, Casamémoire organizza in primavera un weekend di riscoperta dei palazzi coloniali, le “Journées du Patrimoine”, con tour guidati attraverso quella che è ormai la capitale economica del Marocco. I tour non si limitano a far vedere le meraviglie dei quartieri abitati dai francesi. I visitatori vengono portati anche in giro per i quartieri che in epoca coloniale erano abitati dai marocchini: erano costruiti con cura, così che i contadini trapiantati in città lavorare nelle fabbriche o nei cantieri non sentissero la tentazione di tornare in campagna, una volta messi da parte un po’ di soldi. Ma al centro del quartiere un grande orologio scandiva le ore per garantire che nessuno arrivasse al lavoro in ritardo.
Il successo dei tour guidati aumenta di anno in anno: le guide erano ua dozzina nel 2009, oggi sono 200, con migliaia di clienti. Il comune ha riconosciuto l’associazione come consulente per tutte le questioni che riguardano l’architettura coloniale. E ormai si è fatta strada l’idea che conservare la Casà coloniale è una arma per assicurare il futuro della città. Con un sogno, rivelato dalla la presidente Ridaoui: «Che Casablanca arrivi presto ad avere il posto che merita nella lista del patrimonio culturale dell’Unesco».