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Cultura
ottobre, 2023

Il piacere sublime di leggere Cormac McCarthy. Fino alle soglie dell'eternità

Cormac McCarthy
Cormac McCarthy

“Stella Maris” e “Il passeggero”, gli ultimi due romanzi dello scrittore americano, non sono solo due labirinti di stupefacente bellezza. Ma la conferma che l’autore ambiva al silenzio mistico

Fra tutti i meravigliosi libri di Cormac McCarthy, prima che uscisse l’ultima prova, ovvero il dittico formato da “Il passeggero” e “Stella Maris”, il mio preferito era “Suttree”. Certo, mi ero innamorato di questo scrittore assoluto leggendo la Trilogia della frontiera, ma poi l’epopea di Suttree si era presa il posto più alto. Complice era stata anche una casualità assolutamente personale: avevo iniziato a leggere il romanzo mentre ne scrivevo uno ambientato sul fiume proprio come “Suttree” e quindi, temendo di esserne influenzato, temendo soprattutto di sentirmi inadeguato, ne avevo rimandato la lettura. Che poi mi fulminò. Mi fulminò fra l’altro per una ricchezza espressiva sconfinata che nella sua versione italiana aveva trovato l’esperta più capace a renderla nella sua bellezza: Maurizia Balmelli. Ora, benché non l’abbia mai incontrata, è a lei, traduttrice appassionata, che in questi anni di attesa della nuova opera mccarthyana io ho sempre chiesto novità.

 

Sedici anni sono passati dalla pubblicazione di “La strada”, fino all'uscita sempre rimandata e infine avvenuta poco prima della morte dell’autore novantenne. Anni in cui pochissimo trapelava e le scarse notizie erano sempre avvolte dal mistero che McCarthy ha mantenuto sul proprio lavoro. Del resto, proprio nel mistero si nascondeva tutta la bellezza vitale dell’attesa, il desiderio famelico di sapere, quell’amore che si prova per uno scrittore vivente ma irraggiungibile, classico ben prima che il tempo possa inserirlo nel canone. Adesso che il dittico è uscito e Maurizia Balmelli lo ha tradotto con capacità sconvolgente, le parole fra di noi si sono esaurite in due frasi di meraviglia, sbalordimento, brivido. Perché ci è parso chiaro che McCarthy, chiudendo la sua inarrivabile carriera di uomo e scrittore, ha finito con il mostrarsi per ciò che nessuno avrebbe creduto che fosse. Ovvero un mistico.

 

La cover del romanzo "Stella maris" di Cormac McCarthy

 

Ci sarà tempo per sviscerare adeguatamente quest’ultima doppia opera sublime. Intanto, per favore, leggetela. In tempi così difficili, in cui il pensiero unico a cui si è consegnato il vecchio Occidente sembra depositario di semplici verità anche sui temi più complessi, affrontare un’opera di simile altezza è un dovere, certo, ma soprattutto un piacere assoluto. Si tratta del piacere sublime di una lettura che non fa sconti, che chiama il lettore a volare molto in alto, a farsi domande e a cercare risposte, a mettersi in crisi e infine a fare silenzio, come silenzio fa ovunque McCarthy attraverso i due fratelli Bobby e Alicia Western: il primo, assoluto protagonista de “Il passeggero”; e la seconda, assoluta protagonista di “Stella Maris”. Leggete questo capolavoro di ricchezza e complessità infinite e lasciatevi portare alle soglie del silenzio mistico. Potrete esserne sconvolti, soddisfatti, insoddisfatti, delusi. Ma, dopo, non sarete gli stessi. Sarete cambiati. Avrete qualcosa dentro che non vi abbandonerà più, qualcosa che – vi piaccia o meno – non saprete e non potrete dire. E non solo perché di ciò che non si deve dire si deve tacere. Ma anche perché l'amore assoluto è inaccessibile e la sua manifestazione è un lampo e un silenzio e la sua vera portata è la dissoluzione.

 

Non so quanti scrittori si stiano confrontando col gigante comparso nelle librerie di questo tempo stanco, moralista, noioso. So che, leggendo qua e là, non molti hanno davvero accettato la sfida. La sfida infatti è assoluta e non ammette parziali prese di posizione. Dunque pretende semmai una severa distanza dalle cose, prima che qualche seria riflessione possa essere tentata. Nella mia piccola esperienza, in questi giorni, casualmente e molto velocemente, ho parlato con Giorgio Montefoschi, Emanuele Trevi e Matteo Meschiari. Oltre che scrittori molto diversi fra loro, si tratta di tre grandi lettori, capaci di raffinate, profonde, mai scontate critiche. Ora tutti e tre hanno confermato l'impressione che con questo dittico McCarthy si riveli un mistico, Trevi semmai propendendo per una forma di platonismo.

 

La cover del romanzo "Il passeggero" di Cormac McCarthy

 

Parlo di loro non per cercare conferme. Ma per dire l’emozione e lo schianto con cui alcuni di noi stanno facendo i conti. Le storie raccontate dai due libri, come accade sempre con McCarthy, non ha senso anticiparle. E non tanto per evitare quel mostro che i nostri tempi additano in quell’aborto di parola che è spoiler, quanto perché i labirinti a cui veniamo consegnati sono insondabili, non narrabili, non parafrasabili, semplici labirinti in cui perdersi. Di fondo, del resto, “Il passeggero” racconta l’amore assoluto che Bobby prova per Alicia, mentre Stella Maris racconta l'amore assoluto che Alicia prova per Bobby. Figli di un uomo che ha partecipato al Progetto Manhattan, sono entrambi geniali a loro modo. Solo che il genio di Alicia la spinge al di là di ogni regola accettabile e condivisibile. Così “Il passeggero” può per forma essere considerato un classico libro mccarthyano. Mentre “Stella Maris” scardina quel che c’era da scardinare. Si manifesta nel susseguirsi di incontri fra lo psichiatra e Alicia: un lunghissimo impossibile dialogo, fino a un epilogo struggente che rispecchia l’epilogo del “Passeggero”. Bobby infatti si spinge verso un silenzio di ascesi. Alicia verso il silenzio definitivo.

 

È lo stesso addio che McCarthy ha voluto dare ai suoi lettori, avviandosi, con la sua ultima doppia fatica, nel silenzio che inevitabile prende il sopravvento su tutte le tecniche e le conoscenze a cui l’autore aveva dedicato una vita. Alla fine, per lui come per la sua opera c’è solo il nulla e l’abbandono. E tuttavia è lì, proprio in quell’assoluto e in quella dissoluzione corporea che infine irrompe l’eternità.

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