«Ho l’impressione che questo libro mi protegga dall’orrore, dall’esplosione di violenza, da qualcosa che mi è insopportabile, che mi fa sentire impreparata. Mi sembra uno strumento di resistenza, un mezzo che mi permette di conservare un po’ di speranza, un briciolo di fiducia nel futuro». La frase finale dell’intervista a Zeina Abirached sembra fatta in questi giorni ma risale a settembre. Quando Catherine Fruchon-Toussaint l’ha incontrata per Radio France Internationale il libro, la sua versione disegnata del « Profeta » di Khalil Gibran, era appena arrivata nelle librerie francesi per le edizioni Seghers.
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Questo volumone («Il libro originale è un tascabile sottile, la mia versione è lunga 400 pagine !», racconta ridendo l’artista) è uno degli omaggi più riusciti per i cent’anni dalla pubblicazione del testo dello scrittore libanese esiliato negli Usa. Una versione integrale in cui i versi sono incastonati nei disegni in bianco e nero firmati da questa affermata graphic novelist franco-libanese.
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Tra i suoi lavori precedenti, sempre legati ai ricordi di Beirut e all’esperienza della guerra civile che ha accompagnato la sua infanzia, “Le piano oriental”, “Je me souviens” e “Mourir, partir, revenir - Le Jeu des hirondelles”. In “Prendre refuge” Abirached ha collaborato con Mathias Enard, grande cantore del rapporto costruttivo e conflittuale tra Europa e mondo arabo: il suo “Bussola” è un monumento alla fascinazione per la cultura araboislamica, “La perfezione del tiro” entra nella testa di un giovane cecchino in una guerra mediorientale senza nome (entrambi sono pubblicati in Italia da e/o).
Possibile fare qualcosa di nuovo su uno dei libri più amati e sovraesposti della storia dell’editoria? “Il profeta” conta quasi 200 traduzioni, edizioni a raffica da quando è fuori diritti, versioni in graphic novel (come quella dell’americano Pete Katz), una versione animata prodotta da Salma Hayek (anche lei di origine libanese) per la voce di Liam Neeson… I versi dei capitoli più famosi – sui figli, sull’amore, sul matrimonio – sono letture classiche nelle cerimonie in tutto il mondo.
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Anche in Libano ovviamente: ed è così che Abirached confessa di aver conosciuto il libro: «L’ho sempre avuto in casa, come tutti i libanesi: eppure non lo avevo mai letto fino a quando l’editore mi ha proposto di progettare qualcosa per il centenario. Qualcosa mi teneva a distanza: forse il senso di essere obbligata a conoscerlo, viste le mie radici libanesi…».
«È un testo che non ha preso una ruga in cent’anni», continua la disegnatrice. E ha ragione: anche perché, come spesso succede con i libri che durano, il suo significato cambia nel corso degli anni. A partire dal titolo: “Il profeta” non è Maometto, come ci si potrebbe aspettare da un autore cristiano che però è cresciuto in un paese islamico. E tantomeno merita l’aura di sospetto che gli deriva in anni recenti dal film omonimo di Jacques Audiard, su un giovane di origine islamica che entra in carcere per un piccolo reato e ne esce trasformato in un criminale senza scrupoli.
Il profeta di Gibran si chiama Almustafa e non è un portavoce di Dio ma un saggio che unisce fascinazioni di religioni e filosofie di ogni provenienza. Anche perché Gibran, ricorda Rizia, «era l’unico della sua famiglia ad avere studiato» e per di più «sognava l’unione delle religioni: oggi può sembrare un’utopia, ma è un sogno molto bello». Dopo aver aspettato per dodici anni la nave che lo riporterà a casa, Almustafa non corre ad imbarcarsi ma prende il tempo di rispondere alle domande degli abitanti della città di Orphalese, per lasciare loro in dono l’essenza della sua saggezza.
Al protagonista fa da contraltare una donna, una profetessa di nome Almitra: «È lei che dà il via alla storia, è lei che ha l’ultima parola», commenta Abirached. «È una specie di direttore d’orchestra: non a caso è sulla copertina finale». Sulla copertina invece c’è Almustafa, con due lunghi baffi – «Mi piacciono tanto!»– e un tipico cappello omanita. Tutte invenzioni della disegnatrice: «Nel testo non c’è nessuna descrizione, e anche per questo è così universale. Anche se nella edizione originale era accompagnato da dipinti di Gibran, ho dovuto inventare tutto». A partire dall’aspetto del protagonista: «Doveva essere orientale ma non troppo», spiega l’artista, «non doveva impedire ai non orientali di farlo proprio».
Ci sono voluti due anni interi. Il bianco e nero dei disegni risponde all’essenzialità del testo, nella versione francese di Didier Sénécal, anche grazie quello che la disegnatrice chiama «effetto merletto” dei suoi disegni. Con un lavoro sulle due pagine affiancate che dilata la lunghezza dei capitoli, e dà a ogni strofa il tempo di essere assaporata dal lettore/osservatore. E di apprezzare lo sforzo, riuscito, per evitare ripetizioni nei disegni e rispetto al testo: «È stato difficile fare in modo che le illustrazioni accompagnassero i versi senza ripetere quello che dicevano, e viceversa. Ho dovuto trovare un territorio comune in cui testo e immagine collaborano come una danza: una danza che illustrazioni e parole ballano insieme sul ritmo dei versi».