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Inchieste
febbraio, 2023

Così la borghesia imprenditoriale va verso un crepuscolo miliardario

In vent’anni i principali gruppi si sono arricchiti ma hanno gradualmente perso la presa sul potere politico. Gli eredi dell’Avvocato si disperdono fra liti ereditarie e disavventure calcistiche. L’epopea berlusconiana si accontenta di miracoli minori. E nella classifica dei ricavi 2022 Eni ed Enel, cioè lo Stato, sono prima e terza

Vent’anni senza l’Avvocato. Vent’anni di estinzione, neppure troppo lenta, di quella che fu la grande borghesia imprenditoriale. La morte di Giovanni Agnelli, il 24 gennaio 2003, per chi cerca simboli, rappresenta l’inizio di una decadenza che oggi si pesa, e non si conta, per usare l’espressione di Enrico Cuccia, l’ultimo architetto di un potere tramontato.

Se ci si limita a confrontare le cifre, non si può avere dubbi. L’ultimo ventennio ha visto crescere la ricchezza dei ricchi a ritmi senza precedenti nella storia. Nella classifica dei miliardari pubblicata da Forbes l’italiano più ricco anno Domini 2003 era il presidente del consiglio in carica, Silvio Berlusconi, ultimo profeta del magico accordo potere più grana. Il premier forzista aveva un patrimonio stimato in 5,9 miliardi di dollari ed era il numero 45 al mondo. Oggi è accreditato di 7,1 miliardi, praticamente un aggiornamento Istat, ed è retrocesso al quarto posto fra gli italiani negli asset e al quinto nel consenso elettorale, persino dietro al neopauperista Giuseppe Conte.

Nella classifica dei ricchissimi 2023, il Cavaliere è surclassato dal numero uno Giovanni Ferrero (36,2 miliardi di dollari), figlio dell’inventore della Nutella Michele, morto a Montecarlo nel 2015, che vent’anni fa era al quarto posto, e numero 94 al mondo, con 3,5 miliardi ossia un decimo di quello che l’erede ha in mano adesso.

Dal 2003 ha resistito, anzi, ha prosperato l’impero Essilor Luxottica creato da Leonardo Del Vecchio, morto a giugno dello scorso anno. L’impero mondiale degli occhiali ha conservato la seconda posizione di vent’anni fa e ha quintuplicato la ricchezza da 5,6 a 27,3 miliardi. Terzo è Giorgio Armani, 88 anni, con asset per 7,8 miliardi, deciso a difendere il baluardo del made in Italy insieme ai coniugi Maurizio Bertelli-Miuccia Prada, nono e decima rispettivamente fra i miliardari 2022. Nella top ten di oggi, a parte Berlusconi, 86 anni, non ci sono figure pesanti nel senso che Cuccia avrebbe dato all’aggettivo. Cibo, moda, Ferrari, le cucine De Longhi e la Menarini farmaceutica di Massimiliana Landini Aleotti, prima delle miliardarie al quinto posto generale. Tanti soldi certamente. Ma la capacità di agire sui meccanismi del potere con il gianduia e le montature Rayban è trascurabile.

Per trovare il primo erede dell’Avvocato, maestro nei rapporti con il Palazzo romano fino allo schiaffo delle visite in Mercedes di Berlusconi, bisogna scendere alla ventiseiesima piazza con John Elkann. Poco sopra ci sono i fratelli Luciano e Giuliana Benetton. Quarantesimo è il petroliere Massimo Moratti, comproprietario della Saras con gli eredi del fratello maggiore Gianmarco, scomparso a febbraio del 2018. Nella migliore delle ipotesi l’alta borghesia imprenditoriale italiana ha un potere soft. Nella peggiore cerca di badare a se stessa temendo, o sperando, di finire in mano al capitale straniero com’è successo a Tim e a Pirelli, a Versace e a Valentino. L’ultimo rapporto Kpmg su fusioni e acquisizioni afferma che su 1184 operazioni per un totale di 80 miliardi di euro in Italia, quelle dei fondi esteri sono state 131 per 19 miliardi contro 12,1 miliardi del 2021. È solo l’inizio.

C’era una volta la Fiat
Non si sarebbe potuto immaginare un periodo più grigio per la famiglia che da un secolo è sinonimo di potere in Italia. Andrea Agnelli, ultimo maschio della dinastia a portare il cognome del fondatore della Fiat, il senatore Giovanni nonno dell’Avvocato, è appena uscito dai consigli di amministrazione della holding di diritto olandese Exor, della partecipata Stellantis e dell’amatissima Juventus, già presieduta dal padre Umberto e dallo zio Gianni, in coda a uno scandalo sportivo-finanziario che ha portato quindici punti di penalizzazione ai bianconeri, mentre si attende la seconda e più pericolosa inchiesta sugli ingaggi dei calciatori. Andrea è rimasto nel cda dell’accomandita di famiglia, anch’essa emigrata verso la sede dei Paesi Bassi nel 2016 e nella sua società di investimento, la Lamse.

Dal lato del cugino John Elkann, socio di maggioranza nell’accomandita a monte di Stellantis, il panorama è rattristato dalla lite familiare con la madre Margherita sull’asse ereditario che si trascina a ondate dalla morte dell’Avvocato.

Sotto il profilo industriale, l’industria che ha dominato l’automotive italiano dagli inizi è sempre meno italiana e sempre più dei francesi che guidano il cda con sei consiglieri su undici. Il marchio di fabbrica del fondatore è stato accantonato e sopravvive come brand dopo la fusione Fca-Psa del 2020. Le fabbriche italiane di Stellantis sembrano costantemente sub judice, se non in via di chiusura come lo stabilimento Maserati di Grugliasco. Dopo la fine dei contratti di solidarietà nella fabbrica di Pomigliano d’Arco pochi giorni fa, mentre Melfi ha registrato una contrazione nonostante il traino della Panda, il primo appuntamento con il nuovo governo è stato fissato il 14 febbraio al Mise guidato da Adolfo Urso.

La filiera della componentistica, che soprattutto nel Nordest dell’Italia era stata protagonista di un boom di medie e piccole imprese, ha dovuto fare i conti con la nuova realtà di un committente che non riesce più a lavorare a piena capacità. Chi non ce l’ha fatta ha chiuso. Fra chi ha resistito molti sono passati al servizio dei colossi tedeschi come Mercedes Benz e Bmw, 168 e 111 miliardi di ricavi 2021 rispettivamente contro i 152 di una Stellantis a conduzione transalpina.

La ritirata di Ponzano
La catastrofe del viadotto Morandi a Genova, il 14 agosto 2018, ha segnato la storia di un gruppo che si vantava di affidare la guida operativa a manager esterni. Il potere di Giovanni Castellucci in Autostrade-Aeroporti di Roma-Atlantia ha sempre più condizionato le scelte della direzione strategica formata da Gilberto Benetton e Gianni Mion. Oggi, i processi penali che hanno travolto la prima linea del manager marchigiano, la scomparsa di Gilberto due mesi dopo il crollo del Morandi e la chiacchierata cessione di Autostrade a Cdp-Macquarie-Blackstone per 8,2 miliardi di euro hanno riportato la holding Edizione nelle mani di Alessandro, 58 anni, figlio di Luciano, 87 anni.

Con la leadership che gli riconoscono gli altri rami della famiglia, Alessandro sta elaborando i nuovi confini del gruppo che si era adagiato sugli automatismi dorati delle concessioni.

L’operazione con Dufry, ideata dall’ad di Autogrill Gianmario Tondato Da Ruos che lascerà la carica il 6 febbraio per diventare presidente delle attività Usa, è un’integrazione sul modello di quella tra Fca e Psa. Autogrill andrà verso il delisting e Dufry cambierà nome. L’obiettivo dell’operazione è passare da un mercato globale di 25 miliardi di dollari a un mercato da 130 miliardi, attraverso un ritorno alla diversificazione che era stato bocciato nel 2015, quando il gruppo macinava profitti dalle autostrade con una stretta sempre più soffocante sugli affitti per il food&oil, passati dal 7 al 17 per cento e soprattutto grazie all’accordo sull’adeguamento automatico dei pedaggi strappato dai lobbisti di Castellucci nel 2008. Oggi il rapporto con la politica è gestito dal presidente di Edizione, Enrico Laghi, uomo dai mille incarichi (Pirelli, Tim, Fendi, Finnat, Unicredit, Alitalia, Ilva) capace di entrare in sintonia con ogni tipo di governo.

Quei pullman verso il Brianteo
L’età passa per tutti. Ma Silvio Berlusconi ormai sembra accontentarsi di miracoli minori. Chi lo ha visto alla festa del Monza, diventata virale per il video in cui l’ex premier prometteva ai calciatori un pullman carico di sex workers, per così dire, notava con tristezza l’appello rivolto dal fondatore di Forza Italia alle decine di piccoli e piccolissimi imprenditori presenti perché si tassassero di qualche migliaio di euro in favore del club brianzolo portato dalla Lega Pro alla serie A in quattro anni. Berlusconi e la sua holding Fininvest stentano a pensare in grande. Delle tre teste del gruppo (Mediaset, Mondadori, Mediolanum) la più efficiente è la banca guidata da Ennio Doris fino alla morte nel novembre 2021 e passata ora al figlio Massimo. Mediolanum ha incassato 713 milioni di profitti netti nel 2021 e nei primi nove mesi del 2022 è a quota 371 milioni, in leggero calo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La Mondadori della primogenita Marina Berlusconi è tornata al dividendo nel 2021 dopo dieci anni mentre Mediaset, dove il fratello Piersilvio è sempre in cerca di partnership europee dopo il trasferimento di sede in Olanda, presenta dati finanziari in calo. I primi nove mesi dell’anno scorso registrano un utile di 78 milioni, pari a -71 per cento del periodo precedente. Per il solo Monza Silvio e il suo braccio destro esecutivo Adriano Galliani hanno speso oltre 120 milioni di euro. Dai trionfi del Milan a San Siro allo stadio Brianteo il declino è nei fatti.

Alla fine, vince lo Stato
Alla fine nell’isolotto del potere politico-finanziario italiano, sempre più sommerso dall’acqua alta, i gruppi nazionali che sono rimasti anche centri di potere si contano sulle dita di una mano. Nella finanza ci sono Intesa San Paolo e Generali con 42 e 28 miliardi di capitalizzazione di mercato. Francesco Gaetano Caltagirone veleggia all’undicesimo posto tra i ricchissimi con un patrimonio stimato di 3,9 miliardi di dollari. Altri tre miliardari da top ten sfuggono alla lista italiana perché hanno sede all’estero. Sono l’armatore Gianluigi Aponte di Msc (14,6 miliardi) e i due imprenditori farmaceutici Stefano Pessina (9,4 miliardi) ed Ernesto Bertarelli (8,5 miliardi).

Sempre più centrale è l’Eni, che da sola vale tre o quattro ministeri, Farnesina inclusa, ed è sotto controllo pubblico (30 per cento). Il gruppo amministrato da Claudio Descalzi ha dalla sua risultati mostruosi agevolati dalla crisi energetica: 101 miliardi di fatturato nei primi nove mesi del 2022 contro 49,8 dei primi tre trimestri del 2021 e utile netto quintuplicato a oltre 13 miliardi. Certo ci sono elementi eccezionali in questa contabilità, guerra in primis. Ma una holding a guida pubblica che si avvia a scavalcare Generali ed Enel, altra società in capo al Tesoro, in testa alla classifica dei ricavi dice che nell’impresa italiana comanda ancora lo Stato. Come ai tempi dell’Iri.

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