Neanche chi è figlio di due degli attori più richiesti e apprezzati di Hollywood - Sean Penn e Robin Wright - è al riparo dal dolore, dal tormento e dalle dipendenze. Lo sa bene Dylan Penn, 32 anni, primogenita della coppia sposata dal 1996 al 2010, che deve il nome alla loro passione per Bob Dylan. Sognava di fare regia, studiava cinema alla University of Southern California, è finita a recitare in famiglia, con suo padre in “Una vita in fuga” e col fratello Hopper in “Signs of Love”, dove interpretava una madre single alcolizzata, nella periferia americana governata dalla violenza. Un ruolo che l’ha colpita nel profondo perché, racconta l’attrice, salvarsi non è mai scontato per nessuno. Figuriamoci a Hollywood.
Come si prepara ad affrontare personaggi così complessi, con gravi dipendenze e scene madri multiple?
«Cerco di mettermi nei loro panni, penso come debba essere crescere senza una madre, con un padre assente, senza nessuno che si prenda cura di te. Non sono madre, non sono alcolizzata, ma conosco persone che lo sono state. Per “Signs of love” ho pensato a loro, credo che se avessi un figlio e una dipendenza simile finirei nello stesso modo».
Quando dice che “conosce persone” così, cosa intende?
«Sono cresciuta attorno a persone con problemi di dipendenza. Non parlo di persone della mia famiglia, ma di amici di famiglia, gente del mondo dello spettacolo».
Ha trovato liberatorio interpretare la “cattiva ragazza”, che dice parolacce, beve e incasina la sua vita e quella di chi la circonda?
«Totalmente. Interpretare una ragazza completamente diversa da quella che sono, calarmi in una vita altra, tutta da esplorare, è il motivo principale per il quale faccio questo mestiere».
Com’è dividere il set con Hopper, suo fratello?
«Avevamo già lavorato insieme nel film di papà “Una vita in fuga”, ma era stato molto diverso. Qui abbiamo diviso scene emotivamente forti ed era bello poter contare su di lui per affrontare quelle situazioni decisamente non facili. Trovo Hopper un attore incredibile per la sua verità e la vulnerabilità che esprime. Nella vita è un ragazzo molto umile, ma sul set brilla e sono fiera di vedere il suo talento crescere anno dopo anno».
Litigate molto anche fuori dal set?
«Litigavamo più quando eravamo ragazzini, magari per avere più attenzione dai nostri genitori, cose che del resto fanno tutti i bambini del mondo. La verità è che lavorare con la famiglia rimescola tutte le carte emotive».
Ovvero?
«Sfiora corde già toccate dalla vita vera. Quando ci vedete mandarci a quel paese, o abbracciarci forte, non so fino a che punto io e Hopper stiamo veramente “recitando”. Tra me e Hopper c’è un rapporto forte e sincero: siamo migliori amici oltre che fratelli, ed è normale, inevitabile, che la nostra storia e la nostra memoria personale riaffiorino sul set. La nostra chimica evidente funziona anche per questo motivo».
E con suo padre Sean come si trova a lavorare?
«Il sogno di chiunque è lavorare con il proprio attore preferito. Nel mio caso coincideva con mio padre. Sono molto vicina a lui, ci vogliamo davvero molto bene e siamo molto simili. Dividere il set con lui mi ha consentito di conoscere degli aspetti diversi che non immaginavo, ho scoperto un professionista estremamente generoso, collaborativo e aperto ai suggerimenti da parte di tutti. Con me è stato di grande sostegno, ero super tesa ed emozionata - insomma, stavo per recitare con Sean Penn! Era un mio grande sogno, è diventato realtà ed è stato catartico, terapeutico e indimenticabile».
Ma è vero che è successo per caso?
«Verissimo, inizialmente lui doveva soltanto dirigere, doveva esserci un altro protagonista al suo posto (secondo alcuni rumors, Casey Affleck, ndr). Le cose poi sono andate diversamente per una serie di motivi fortuiti, e alla fine ho avuto la fortuna di recitare con lui: è stato come seguire una masterclass di recitazione. Ancora oggi quando ci penso la chiamo “la casualità perfetta” della mia vita, scattata al momento e al posto giusto».
Sente mai la pressione di essere la figlia di due attori così stimati nel mondo cinematografico?
«Cerco di non pensarci, non mi metto a confronto con loro. Sono di carattere indipendente, il ruolo della “figlia di” mi è sempre stato stretto, anche perché non sono cresciuta desiderando di fare l’attrice, tutt’altro. Ero a New York in un’agenzia di pubblicità, mi annoiavo, sognavo il cinema e lo studiavo all’università. Mi mantenevo facendo la modella di giorno e consegnando pizze la sera, ma il mio obiettivo era quello di arrivare alla regia».
I suoi genitori erano d’accordo?
«Macché, mi hanno detto subito chiaro: “Se proprio vuoi fare la regista devi prima capire che cosa provano gli attori sul set, o sarai una regista terribile”. Così ho iniziato a recitare (Dylan Penn ha debuttato nel 2015 in “Condemned”, ndr) consapevole di essere diversissima da loro e sperando di avere ereditato un barlume del loro talento».
Parliamo della sua generazione: che cosa hanno e che cosa manca ai suoi coetanei?
«Abbiamo la libertà di essere e amare chi vogliamo, superando ogni definizione, differenza e limite di genere. Ci manca però la gentilezza e il prenderci cura gli uni degli altri: se ne parla tanto, a me sembra che siamo una generazione di individualisti, soli e isolati. Eppure ci servirebbe così tanto fare rete».