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Opinioni
gennaio, 2024

«Sarò sempre orgoglioso di aver guidato L'Espresso. Ora saluto i lettori e li lascio in buone mani»

La mia esperienza di direttore di questa testata finisce qui. Le redini passano a Enrico Bellavia, la persona giusta per farlo. Mi auguro che il lavoro svolto sia apprezzato da voi tutti. E anche da Eugenio Scalfari...

Era scritto che la mia linea del destino dovesse incrociarsi con quella de L’Espresso. Ovviamente non potevo saperlo fin quando non è successo, anche se il fondatore, Eugenio Scalfari, me lo aveva predetto. Nel giugno del 1988 mi volle assumere a Repubblica, dopo aver letto un mio articolo su Milano Finanza. Quando lo incontrai nel suo ufficio di piazza Indipendenza, a Roma, mi riempì di elogi con la sua voce solenne. A un certo punto mi disse: «In te ho visto un Giuseppe Turani giovane, in te ho visto un mio erede». È un ammaliatore, lo dirà a tutti, pensai. Beh, però intanto a me lo aveva detto davvero. Quasi 35 anni dopo, nel dicembre del 2022, la profezia si è avverata: sono stato nominato direttore de L’Espresso. Chissà se Eugenio, da lassù, sarà contento del lavoro che ho fatto. Speriamo. Ma soprattutto speriamo che, ancor più di lui, lo siano i lettori.

 

La mia, forse breve, ma sicuramente intensa, intensissima, direzione de L’Espresso finisce qui. Il motivo è solo la stanchezza di una doppia direzione (dal 2017 dirigo anche l’edizione italiana di Forbes) portata avanti con tutte le forze e la passione possibili in un momento di grande complessità per questa storica testata che sono, e rimarrò per sempre, orgoglioso di aver guidato.

 

Devo ringraziare Danilo Iervolino che mi ha dato questa grande occasione. E devo ringraziare Donato Ammaturo (con cui ho condiviso la mia scelta) che da quando è entrato nell’azionariato de L’Espresso e poi da quando ne è diventato, con la sua Ludoil, unico editore, mi ha sempre confermato la sua fiducia e la sua stima. Danilo e Donato sono due grandi amici nella vita, di quelle amicizie storiche che nascono da giovani e vanno avanti nel tempo. Nel dicembre scorso, in totale accordo, si sono divisi gli asset di Bfc Media: L’Espresso e Le Guide de L’Espresso ad Ammaturo; Forbes e le altre testate di Bfc Media (Robb Report, Bluerating, Asset e Private) a Iervolino.

 

Nel mezzo c’è stata una fase di grande turbolenza culminata con il divorzio (storico) de L’Espresso da Repubblica del settembre scorso: in tanti scommettevano che il settimanale non sarebbe sopravvissuto alla fine dell’abbinamento con il quotidiano iniziato otto anni prima. Invece la barca ha lentamente preso il largo e si è stabilizzata nel mare procelloso dell’editoria italiana. L’essere distribuiti in edicola con Repubblica poteva sembrare una corazza protettiva, andare da soli invece è stato come liberarsi di una camicia stretta, dimostrando l’energia, il coraggio, la forza che solo un giornale come L’Espresso ha e può avere. Ma ce l’ha grazie ai suoi giornalisti intransigenti e bravi e ai suoi lettori affezionati e liberi.

 

È stato così che siamo riusciti a mantenere la rotta della storia de L’Espresso e insieme a virare su quella del nostro tempo, a bordeggiare le coste di una società che cambia. E poi, ora, il giornale è in sicurezza: il gruppo Ludoil è più che attrezzato per garantirgli futuro e sviluppo.

 

Adesso, però, Ammaturo e Iervolino vogliono accelerare, ognuno ha programmi ambiziosi per le proprie testate che non si possono condurre part time. C’è bisogno di un impegno forte e totale, coinvolgente al 100%. La teoria dei due forni poteva andar bene per Giulio Andreotti, ma non fa per me: per questo ho deciso di dedicarmi solo a Forbes, il giornale che dirigo da sette anni e che ho portato in Italia nel 2017 con la società, Bfc Media, che ho contribuito a fondare nel 1995.

 

Lascio L’Espresso in buone mani. Enrico Bellavia è la persona giusta: un grande professionista, innamorato del giornale, un uomo coraggioso e leale. In bocca al lupo, Enrico. Lunga vita a L’Espresso. E grazie a tutti quelli che mi hanno dato una mano, sapendo che c’era da vincere una scommessa per niente facile.

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