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Esteri
ottobre, 2024

Il Messico contro le armi Usa

Il presidente Obrador nel ’21 si è rivolto a una corte del Massachusetts. Ritiene le industrie corresponsabili delle stragi. Dopo un primo no ora il ricorso, a sorpresa, è stato accolto

Armi vietate nella libera America. Dove hanno fallito centinaia di ricorsi civili, appelli di famiglie a lutto, accorate richieste dello stesso presidente Joe Biden, dopo le folli stragi nei campus universitari e college presi di mira da cecchini esaltati e fuori di testa, una causa promossa del Messico potrebbe riuscire a fare breccia nel più intoccabile principio della Costituzione americana. Se dovesse prevalere e tradursi in un processo, il sacro diritto ad armarsi tanto difeso dagli Usa verrebbe messo in discussione. Si aprirebbero le porte per la revisione del Secondo Emendamento della Carta scritta dai padri fondatori. E questo sulla spinta di un Paese con cui gli Stati Uniti hanno un rapporto intenso, spesso contrastato, fatto di ricatti e concessioni, attraversato da crisi ricorrenti e scambi di accuse. Soprattutto sul fentanyl, la droga sintetica 50 volte più potente dell’eroina che arriva dal Sud: un vero incubo per la Casa Bianca alle prese con una strage di tossici che ha superato le 100 mila vittime.

È finito nel mirino il Protection of Legal Commerce in Arms Act (Plcaa), la norma voluta dall’amministrazione di George W. Bush nel 2005 per mettere al riparo le industrie del settore da ogni responsabilità. Uno scudo che protegge e assolve: chi vende strumenti di morte non può pagare gli effetti di come e dove vengono usate. Principio quanto meno discutibile ma allineato al valore assoluto su cui regge l’esistenza stessa degli Stati Uniti: la libertà.

Tutto inizia nel 2021. Si celebra il secondo anniversario del massacro di El Paso. Uno dei tanti, l’ennesimo. Un nazionalista bianco americano entra in un supermercato Walmart e fa fuoco contro i clienti: uccide 23 persone, tra cui 8 messicani. Il giorno dopo l’allora presidente Andrés Manuel López Obrador avvia una causa contro 11 delle più note industrie delle armi americane. Incarica il ministro degli Esteri Marcelo Ebrard di rivolgersi al Tribunale distrettuale di Boston, Massachusetts, per proporre una causa, tra gli altri, contro Glock, Barrett, Colt, Smith & Wesson da sempre pesi massimi del settore. Vengono tutti accusati di essere indirettamente responsabili della mattanza che dal 2006 ha provocato in Messico oltre 120 mila morti. La tesi è coraggiosa ma discutibile sul piano del diritto. La colpa è vostra, sostengono i messicani, perché sono vostre le armi con cui si uccide in casa nostra. Viene contestata la facilità con cui negli Stati Uniti si possono acquistare una pistola, un fucile automatico, ma anche un kalashnikov, una mitragliatrice, perfino un bazooka, che poi viene contrabbandato oltre frontiera dove è usato dai narcos per seminare sangue e morti.

Secondo dati ufficiali, le industrie e i venditori citati in giudizio producono oltre il 68 per cento delle armi usate ogni anno in Messico dove l’acquisto e il possesso sono vietati. Parliamo di 340 mila pezzi. Ma stando a calcoli indipendenti sarebbero molte di più: sui 17 milioni in circolazione nel Paese nordamericano, tra il 70 e il 90 per cento entrerebbero illegalmente nel Paese confinante. Il guadagno annuale per i produttori sfiora i 170 milioni di dollari. La stragrande maggioranza è fabbricata in Massachussetts; di qui, il deposito della causa in quello Stato che è competente da un punto di vista giudiziario. Su questo e sul numero di vittime attribuite al loro uso si basa l’ammontare del risarcimento richiesto. Esorbitante: 10 miliardi di dollari, circa il 2 per cento del Pil messicano.

La causa sembra persa in partenza. I colossi delle armi sfoderano decine di sentenze tramite i loro avvocati e chiedono di respingere la richiesta definita «ridicola». Non si arriva neanche alle fasi preliminari. Nell’agosto scorso c’è il primo pronunciamento del Tribunale. Decide che il ricorso è inammissibile: non è competente a risolvere il contenzioso. I giudici si liberano di un processo delicato e imbarazzante ma lasciano aperta la porta per un appello. Nella loro motivazione mostrano una certa “empatia” verso le tesi dei messicani. In linea di principio, dicono, hanno ragione, ma la giustizia si deve arrendere davanti alle leggi che proteggono i produttori di armi. Un vero muro si alza a difesa di chi viene minacciato di dover pagare una cifra astronomica. Il rischio è provocare il fallimento di un settore trainante dell’industria americana, oltre che intaccare un principio inossidabile.

Ma Obrador non demorde. Tira dritto nella sua battaglia. Ha due obiettivi: dimostrare che il suo Paese non ha pregiudizi rivolgendosi a un tribunale americano e non messicano; puntare su una corte ostile al commercio delle armi come quella del Massachusetts ed evitare così che tutta la questione venga archiviata senza neanche essere presa in considerazione. La causa è anche un modo di rintuzzare le accuse di inerzia rispetto al dramma del fentanyl che il presidente Biden gli rinfaccia ogni volta che lo sente a telefono. Se noi facciamo poco per contrastare il flusso di droga che invade il tuo paese, replica risentito “Amlo”, voi ci inondate di armi che uccidono il nostro popolo. I produttori vendono ai grossisti che fanno affari con i rivenditori i quali a loro volta permettono ai trafficanti di riempire i loro arsenali, è la tesi dei messicani.  Ma gli accusati bollano come fantasie le prove portate a sostegno dei ricorrenti. «È come», aggiungono ironici, «se le aziende che producono birra fossero ritenute responsabili degli incidenti stradali causati da guida in stato di ebrezza».

La battaglia non è solo di principio. Preoccupa soprattutto l’aspetto economico del risarcimento preteso. «La causa multimiliardaria», osservano gli industriali nella memoria depositata, «peserà per anni su tutto il comparto. Saremo sottoposti a indagini costose e invasive da parte di uno Stato straniero che sta cercando di intimidirci. Vogliono farci adottate misure di controllo sulle armi che sono state ripetutamente respinte dagli elettori americani».

Nello stesso mese di agosto in cui viene respinta la richiesta a Boston, l’ufficio legale della presidenza messicana intenta una seconda causa civile in Arizona contro cinque distributori. Non vuole giocarsi tutte le carte in un solo Tribunale dove i giudici d’Appello hanno ridotto a due le aziende sotto accusa delle otto rimaste dopo il primo verdetto. Smith & Wesson e la catena Interstate Arms si sentono messe all’angolo. Temono di pagare per gli altri. I quali, a loro volta, premono per chiudere tutta la partita. A rischio è lo scudo legale che protegge il settore. Decidono così di rivolgersi alla Corte Suprema che si è presa tempo fino a marzo 2025 per pronunciare l’ultima parola.

Il ricorso, inaspettatamente, è accolto. Si trasforma in boomerang. La questione del diritto ad armarsi sarà affrontata. Non è mai accaduto. «È una sentenza storica», conferma soddisfatto Alejandro Celorio, consulente legale del ministero degli Esteri di Obrador. «Per noi è una prima, importante vittoria». Il giudice che presiede la causa in Massachusetts è costretto ad attendere la decisione della Corte Suprema e il verdetto sarà cruciale anche per il procedimento che pende in Arizona. La Corte è composta da nove consiglieri, sei nominati dai repubblicani, tre dai democratici. Il pronunciamento può apparire scontato. «Ma sono sempre uomini e donne», commentano i legali messicani. «Sono sensibili su un tema che va oltre l’ideologia». Incrinare la legittimità della legge a tutela delle armi significa scardinare anche il diritto al loro uso in piena libertà. Un cavallo di Troia piazzato nel tempio del diritto costituzionale americano. Condizionerà gli elettori che si apprestano a eleggere il loro futuro presidente.

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