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Cultura
luglio, 2024

Con Valerie Tameau a caccia di ricordi nelle cantine italiane della diaspora africana

Per gli italiani afrodiscendenti, le radici sono spesso legate a oggetti sopravvissuti per caso. Lo racconta uno spettacolo alla factory Centrale Fies. Nato grazie a una borsa di studio che affida all'arte un omaggio alla pastora Agitu Ideo Gudeta

Non sempre la memoria è impalpabile, non sempre è legata a immagini che vivono solo nella nostra mente. Oggetti, documenti, fotografie sono parte importante della costruzione delle radici a cui aggrappiamo la nostra personalità: soprattutto quando tra il luogo in cui siamo nati e quello in cui abitiamo c’è una lontananza dovuta a una cesura dolorosa. 

 

Spesso poi gli oggetti non sono stati scelti da noi, ma dal caso. Mostre e libri raccontano la tragedia delle migrazioni clandestine attraverso gli effetti personali ritrovati sui luoghi dei naufragi. Al Festival Fotografia Europea di Reggio Emilia Silvia Rosi (qui in un'intervista a Giulia Giaume per Artribune) ha raccontato, attraverso le immagini raccolte sotto il titolo “Disintegrata nel paesaggio”, lo straniamento di una esistenza vissuta tra Togo e Italia: un lavoroportato avanti recuperando e reinterpretando foto di famiglia conservate da sua madre. 

 

Si ispira a quegli archivi casuali che sono cantine e soffitte, invece, Valerie Tameau per il suo lavoro “Time and again”, in arrivo venerdì 19 luglio alla factory di Dro Centrale Fies. Tra l’altro le due artiste sono legate dalla borsa di studio della factory artistica trentina, la Agitu Ideo Gudeta Fellowship: Rosi aveva vinto la prima edizione mentre Tameau è la borsista della edizione 2003. Al centro della sua performance, c’è «l’esplorazione creativa e poetica del concetto di archivio», frutto di un lavoro sulla «necessità di ricostruire una storia personale familiare e di comunità a testimonianza della diaspora africana in Italia», ha spiegato. 

 

Autrice e performer, Tameau si è specializzata a Torino e ha lavorato tra gli altri con Residenze in transito e La Mama Umbria International di Spoleto. "Time and again"  è ambientato in luoghi tipici della memoria “casuale”, quelle soffitte e quelle cantine dove polvere e muffa custodiscono oggetti inutilizzati e spesso ormai inutilizzabili. È una performance fatta di movimento e immagini, frammenti e musica che si lega idealmente  al lavoro precedente di Tameau sulla comunità operaia, anche di origine subsahariana, e sulle lotte di classe e di integrazione nella Torino degli anni Ottanta. 

 

Sono tutti temi e storie sottorappresentate dai media e dalla società italiani, sia nelle cronache che nel mainstream artistico (per non parlare dei romanzi contemporanei, monopolisticamente bianchi come i sei finalisti del Premio Strega). Centrale Fies invece li mette al centro della scena, nel lavoro della resident curator Mackda Ghebremariam Tesfau (qui in un’intervista a Frida Carazzato per Altreconomia). E anche grazie alla borsa intitolata ad Agitu Ideo Gudeta, l’imprenditrice e pastora di origine etiope che pensava di aver trovato la pace stabilendosi in provincia di Trento e invece è stata uccisa nel 2020.

 

Il lavoro di artiste e artisti selezionati l'anno scorso sarà presentato dal 18 al 21 luglio nell'ambito di Live Works. Tra gli appuntamenti in programma. sabato 20 arriva "Karem from Haifa", racconto della causa palestinese «senza annoiare» con Ghebremariam Tesfau, Francesca Albanese (relatrice dell'Onu sui territori occupati) e Karem Rohana, nato ad Haifa da padre palestinese e madre italiana, oggi logopedista in un ospedale di Firenze e attivista molto seguito su Instagram (e proprio per questo vittima di un'aggressione rimasta senza colpevoli).  Sono legati alla galassia cuturale araboislamica anche la performance di Mohammed El Hajoui e il djset "Boiler Room" della "techno queen" palestinese Sama' Abdulhadi.

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