C'è la sua voce roca, calda, sensuale, ci sono gli occhi verdi di una luminosità che buca ogni schermo e trafigge qualsiasi interlocutore. E poi c’è, ad articolare il magnetismo di Valeria Golino, un tratto che ha a che fare con altro, con una caratteristica della sua indole, della sua natura e qualità di energia vitale. L’ampiezza. Essere generosa di sé, e intanto massimamente attenta a chi ha davanti. Ampia, anche, perché si riemerge da un incontro con Valeria Golino abitati dalla sensazione che il pensiero si è ossigenato. E ancora, ampia perché cosmopolita: da bambina con il fratello e la madre (greca) ha vissuto, dopo Napoli e Massa Lubrense, ad Atene, poi da giovane, già attrice, per dodici anni negli Stati Uniti. Capace di ragionare da cittadina del mondo, portare su questioni e persone uno sguardo aperto, non offuscato dal filtro di schemi prestabiliti.
Di ampiezza lei per prima è in cerca. Ora che (il 28 febbraio) esce la sua splendida regia della serie tratta da “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza sulla piattaforma di Sky (in streaming su Now, prodotta da Sky Original e Viola Prestieri per HT Film), con sorpresa stizzita mi racconta di come, tra i molti Paesi che con entusiasmo ne hanno comprati i diritti, manchi all’appello (incredibilmente) la Francia. Difficile capire cosa sia provocatorio, in questi tempi in cui si limita tutto, tutto si categorizza o si vieta in nome di principi molte volte dogmatici. Che proprio dalla Francia dei Lumi non venga compresa la chiave con cui Golino ha scelto di raccontare la spregiudicata libertà di Modesta, la protagonista de “L’arte della Gioia” (interpretata da una ipnotica e metamorfica Tecla Insolia), è reazione eloquente di un triste e preoccupante volersi attenere a criteri di giudizio mentalistici e manichei, inerti di fronte alla ricchezza che è delle sfumature. La sorpresa e la gratitudine con cui nel 2013, al Festival di Cannes, si vide assegnata la Menzione speciale della Giuria Ecumenica per il suo film di esordio alla regìa (“Miele”, sul tema del suicidio assistito) ha per contrappeso lo stupore di oggi per questa forma di dogmatismo d’Oltralpe. Ma si tratta di un piccolo dettaglio di quello che si annuncia, e già è, un meritatissimo successo. Distribuita nelle sale italiane per pochi giorni nello scorso maggio in contemporanea con il lancio a Cannes, “L’Arte della gioia” ha ottenuto incassi eccezionali, e viene facile immaginare che il pubblico televisivo si innamorerà di questi episodi ambientati in una Sicilia di accecante intensità, la stessa dei personaggi che ne sono i protagonisti. Accanto a Tecla Insolia, a Jasmine Trinca nel ruolo di Eleonora (la madre superiora del Convento dove la piccola Modesta rimasta orfana viene accolta), brillano una Valeria Bruni Tedeschi di eccezionale bravura nel ruolo della principessa Brandiforti, e Guido Caprino in quello del fascinosissimo “gabellotto” (affittuario tenutario) del regno dei Brandiforti dove Modesta giovinetta arriva, e dove conosce un vortice di piacere e di potere che segnerà la sua mirabolante e diabolica vita di giovane donna adulta dedita con determinazione a ottenere per sé la sua parte di gioia, traendola a proprio vantaggio da ogni circostanza, da ogni relazione con qualsivoglia essere umano.
Sfumata, prismatica, potentemente visionaria la riduzione del romanzo di Goliarda Sapienza che Valeria Golino ha scelto di operare e realizzare. Un magistrale lavoro di sceneggiatura ne è alla base, con le sodali Francesca Marciano e Valia Santella (con entrambe ha già scritto i due film precedenti, “Miele” e “Euforia”) alle quali in un secondo tempo ha scelto di aggiungere due uomini (Luca Infascelli e Stefano Sardo). Interpellare anche punti di vista maschili perché, di nuovo, si trattava di non relegare la storia a un’interpretazione univoca, non appiattirla su un’unica concezione, piuttosto mescolare gli sguardi, le appartenenze, le concezioni - in una parola, una volta di più: ampliare. In parallelo alla scrittura, altrettanto decisiva la scelta di cosa privilegiare nel racconto. L’intuizione di concentrarsi sulla prima parte del libro, quella dove la dimensione narrativa è un “huis clos”, un mondo a parte dove la Storia entra sì, ma per interstizi, echi, riflessi, mai direttamente. Nel corso della vicenda, il primo conflitto mondiale è sempre presente però in lontananza, così come l’epidemia di “spagnola” irrompe e semina distanze e perdite, ma sempre sullo sfondo di quanto invece sta al centro: dinamiche tra persone che vivono isolate, ravvicinate da una prossemica stretta, psicoanalitica. Questo soprattutto del libro ha attratto Valeria Golino: la componente psicoanalitica ma mai psicologistica, una narrazione che procede per fatti, che a grandi passi si addentra nella realtà di turbinosi accadimenti, però mai indugiando nell’inciampo di mere interpretazioni soggettive. I rapporti con la produzione di Sky, “civilissimi”, hanno avuto come terreno di confronto l’importanza del rendere la serie sempre coinvolgente. Scommessa vinta, per come il ritmo è serrato, il racconto galoppa e lo si segue rapiti, accompagnati con emozione anche dalle musiche di Tóti Gudnason.
L’interesse per Goliarda Sapienza ha origini antiche, e conta più d’una convergenza personale. Valeria Golino era diciottenne, agli inizi della sua fulgida carriera di attrice, quando, scelta da Citto Maselli come protagonista del film “Storia d’amore” (1986) prese a frequentare la casa romana della scrittrice (allora ex moglie di Maselli) per ricevere da lei lezioni di dizione utili a “toglierle” le inflessioni napoletane. Quasi quarant’anni dopo, conclusa la lunga immersione ne “L’arte della gioia” in qualità di regista, ecco la proposta di Mario Martone di interpretare lei stessa Goliarda Sapienza nel film “Fuori” che uscirà nei prossimi mesi, e che è ambientato in quella stessa casa del quartiere Parioli dove Valeria ai suoi esordi professionali andava per “correggere” la pronuncia. Annuisce, serena e conciliata, a sentirsi dire che la convergenza sembra un po’ fatale, come una sorta di chiusura del cerchio. In lei, nel pieno della maturità del suo talento (quella anche, una forma di ampiezza) non sembra darsi necessità di chiudere cerchi, né conti con nessun passato. La forza di una filmografia che conta centocinquanta film tra italiani e stranieri, l’aver lavorato con grandi nomi del cinema (registi e attori), l’essere stata pluripremiata per interpretazioni memorabili (“Respiro”, “Rain Man”, “Caos calmo”, “Per amor vostro”, “Ritratto della giovane in fiamme” ne sono solo alcuni esempi) si moltiplica per quello che nel 2013, aveva ormai quarantatré anni, è stato il nuovo battesimo dato a se stessa, la silente tenacia con cui in modo tardivo si è data infine il permesso di essere anche altro, anche quel che desiderava in più, di più. Regista: rigorosa, ma anche molto visionaria. Per anni, come per gioco ha filmato le sue amiche (Isabella Ferrari, Valeria Bruni Tedeschi), mossa da un desiderio che si è legittimata a riconoscere come vocazione solo tardi, facendone da allora per sempre il suo altro mestiere. Un mestiere in cui convergono le diverse eredità (il rigore del padre studioso di germanistica, la creatività mai spavalda in senso arrogante della madre pittrice). E poi, certe qualità umane che rendono Valeria Golino così speciale. Il saper vedere gli altri, capace di quel dimenticarsi di se stessi che è solo presupposto di un autentico guardare. Con morbidezza, permettere che i flussi vitali percorrano gli incontri: usando un genere di attenzione umana che lei stessa definisce “erotica”, per la cui intensità in passato le è successo di essere fraintesa. Non è seduttività, la sua, invece un naturalissimo aderire alla vita, seguirne umori e strade. Una maturità di adulta che con vitale leggerezza sa concedersi il meglio dell’essere anche un pochino infantili, come capacità di lasciare intatte sorpresa e meraviglia senza cedere al ricatto del disincanto. Curiosità, accoglienza, e nonostante certe delusioni e stagioni che si sono concluse, perseverare con inscalfibile amore. Quell’amore che traspare quando parla dei suoi attori. Gli stratagemmi usati da regista che conosce alla perfezione cosa sia recitare: le gestualità per fare in modo che l’attrice che interpreta la Modesta bambina (una meravigliosa Viviana Mocciaro) assomigliasse alla Modesta cresciuta, e di come le due siano giunte ad assomigliarsi imitando lei, Valeria, le sue espressioni inventate da regista. «I miei attori imbelliscono, sotto il mio sguardo» dice con un orgoglio che è consapevolezza, la grazia di conoscere gli effetti del proprio talento, la potenza del proprio sguardo che sa arrivare dritto ma dopo essersi insinuato in ogni sfumatura.
Nella precisione del suo modo di girare non converge soltanto una visionarietà felice, e l’amorevolezza verso gli altri: anche l’esperienza, l’autobiografia. La sola volta in cui Modesta soffre per un’azione compiuta senza volere, eccezione per lei le cui iniziative sono sempre dettate solo dalla dismisura di una spasmodica quanto mutevole, continua necessità di trovare un proprio tornaconto, è nell’infanzia, per la morte di un animale amatissimo, una capra. Da bambina, nel desiderio di mettere in posizione seduta un coniglio, Valeria per sbaglio e troppo entusiasmo gli ruppe la spina dorsale, e il dolore per quell’errore, la fuga disperata per le strade del quartiere di Atene dove abitava, li ricorda ancora. Essere l’artista e la persona speciale che lei è di questo anche si compone. Un continuo traslitterare da sé agli altri, dal presente al passato, dal reale alle sue versioni più visionarie e incantevoli, senza rimuginare su nessun psicologismo, senza indugiare in altro che non sia intensità, ardore. Ampiezza.