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29 ottobre, 2009

Le favelas sono attorno a noi

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Dopo la tragedia di Messina lo Stato promette alloggi come quelli costruiti per L'Aquila. Ma nel frattempo nel Paese proliferano le baracche. Aspettando la prossima emergenza

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Messina, ottobre 2009: un nubifragio che provoca uno smottamento. Terra che scivola giù. Scenario ricorrente. Prevedibile. Previsto, perché già successo nel 2007. Ma senza vittime, allora. Questa volta invece è diverso. Morti, sfollati, dispersi, sciacalli. Le grida di chi scava a mani nude nel fango, Bertolaso che spiega che servirebbero 25 miliardi di euro per mettere in sicurezza tutto il Paese. Sono a rischio oltre 5 mila degli 8 mila comuni italiani. Gente senza casa, che però deve pagarne ancora il mutuo. La Procura della Repubblica che apre un'inchiesta contro ignoti per disastro doloso. Mentre lo Stato promette alloggi come quelli già sperimentati in un'altra tragedia: L'Aquila. E nel frattempo? Baracche? Altre baracche, da aggiungere a quelle del terremoto del 1908, delle quali un anno fa, in occasione del centenario, parlavo come di un esempio di favelas nostrane, dove generazioni di italiani sono riusciti a sopravvivere tra degrado, sporcizia, malattie e rischi di ogni natura. Chissà se mai riusciremo a sanare il nostro territorio, a renderlo forte e sicuro. Così da non trovarci tra 200 anni a riferirci ai luoghi del terremoto del 1908 ancora come a baraccopoli, né a Giampilieri o a Briga, località colpite dall'ultimo nubifragio, come a un museo di disperazione all'aperto. Servono soluzioni subito, per evitare che le stesse frasi vengano dette da politici diversi. Nel frattempo, possiamo usare le parole di Pascoli, riferite alla Messina del 1908: "Qui dove tutto è distrutto rimane la poesia".

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