I salotti televisivi ormai sono come il serial americano: un'eterna performance senza finale. Eppure qualcosa sta cambiando
image/jpg_2180772.jpgL'Italia è in perenne campagna elettorale. Come fosse una calamità naturale da cui non si sfugge. Eppure non sono gli argini di un fiume che per troppa pioggia straripano. Non è un sisma imprevedibile. No. È la mancanza di una legge elettorale che renda il cittadino davvero partecipe. In questo cataclisma bipartisan una cosa è fin troppo chiara a chi fa televisione e a chi la fruisce o la subisce: o sei in tv o non sei. Questa è la regola indiscussa della comunicazione, non solo politica. Alla caduta di Berlusconi ci eravamo detti che nulla sarebbe stato come prima, che la seconda Repubblica era finita, che eravamo già nella terza.
EPPURE, CHI RACCONTA questa storia sta ancora saldo, testa e piedi, nella seconda Repubblica. Dal punto di vista mediatico tangentopoli si celebrò in quelli che per tutti sarebbero divenuti i talk show. Luoghi dall'arredamento studiato – veri e propri salotti di casa, come a dire "non uscite, abbandonate i bar, le case degli amici e restate qui con noi perché questa è casa vostra" – si raccontavano le stridenti contraddizioni tra una classe politica corrotta e gruppi di cittadini indignati, che smettevano a poco a poco di riempire le strade e le piazze e si accomodavano davanti alla tv, in solitudine.
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