Il tribunale di Santa Maria Capua Vetere è un palazzone grigio, immerso in un agglomerato urbano fatiscente e caotico, e presidiato da militari in mimetica armati di mitra. Automobili ovunque, anche in uno spazio non lontano, un tempo gestito da un uomo del clan Belforte di Marcianise che nel marzo del 2010 viene arrestato e il parcheggio sequestrato. Ma ora è di nuovo a disposizione anche di chi frequenta il tribunale. Non stupisce che il parcheggio usato dagli operatori della giustizia sia stato gestito dalla camorra. Qui a Santa Maria Capua Vetere persino il carcere è stato costruito dai clan. Il carcere dove molti affiliati sono detenuti. Il palazzo di giustizia non incute timore, nessuna reverenza, nulla a che fare con l'architettura del Palazzo di Giustizia di Milano o con il Palazzaccio romano. E quei tre militari lì fuori, stretti attorno alla loro camionetta, mitra abbracciato e movimenti nervosi, dovrebbero fare da cuscinetto, da protezione. Ma il caos incombe anche su di loro e l'impressione è che vivano piuttosto una condizione di assedio, di assedio alla giustizia.
Santa Maria Capua Vetere, che nome altisonante per un paese poco conosciuto della periferia di Caserta, noto soprattutto per questo suo tribunale, il quinto d'Italia per carico di lavoro. È da qui, da questo paese, un tempo Capua antica - quella che Cicerone per le enormi dimensioni chiamava l'Altera Roma, l'altra Roma - che parte una delle storie giudiziarie tra le più complesse del nostro Paese. È qui che si è celebrato un processo che per numeri, visibilità, durata e importanza è pari solo al maxiprocesso di Palermo istruito da Falcone e Borsellino. Ed entrambi sono i più imponenti processi di mafia celebrati in una democrazia occidentale. È qui che dal 1998 al 2010 si è svolto il processo Spartacus che ha visto contrapposti Stato italiano e clan dei casalesi in una disputa estenuante, conclusasi con condanne esemplari: 626 udienze, 508 testimoni sentiti oltre ai 24 collaboratori di giustizia, di cui sei imputati, 90 faldoni di atti acquisiti, decine di processi paralleli generati, 21 ergastoli comminati per oltre 750 anni di galera.
Ed è da qui che parte l'avventura umana e professionale di Raffaello Magi, giudice estensore della sentenza di primo grado, che a luglio del 1998, giorno della prima udienza del processo Spartacus, si trovava nell'aula bunker di Capua quasi per caso. Circa un anno prima aveva dato la sua disponibilità come "supplente attivo" e avrebbe dovuto teoricamente assistere all'udienza "dalla panchina". Trascorsi sette anni, invece, sarebbe stato proprio lui a mettere nero su bianco le motivazioni per cui si chiedevano condanne e assoluzioni.
Il bandito Salvatore Giuliano diceva "in città scivolo". Come a dire che sulla terra il piede è saldo, invece sull'asfalto delle città dove non ci si conosce e ci si confonde, si rischia di sbagliare. L'Italia, come è emerso dalle inchieste degli ultimi vent'anni, è comandata dai paesi e non dalle città. È nei paesi che le regole vengono scritte e gli affari gestiti: chi crede che dalle metropoli cittadine arrivi il vero potere ragiona su un equivoco. Casal di Principe, Casapesenna, San Cipriano d'Aversa, Platì, Africo, Locri, Natile di Careri, Corleone, Gela: la lista dei paesi che dirigono gran parte dei capitali italiani è assai lunga e oggi comprende anche molti paesi del Nord. E la storia che Raffaello Magi ci racconta in "Dentro la giustizia", in uscita per L'Ancora del Mediterraneo, è una storia di paesi, quelli di cui erano e sono "signori" i boss del clan dei casalesi.
Tutto parte proprio da un paese in provincia di Caserta: Santa Maria la Fossa, dove sorgeva la General Beton, un impianto di produzione di calcestruzzo che, come fosse un trono, alla morte di Antonio Bardellino passa alla famiglia Schiavone e viene affidata a Carmine, cugino di Sandokan. Quell'impianto sarà la maggiore fonte di guai per il clan, per le rivalità intestine e per le rogne giudiziarie che ne sarebbero derivate. Da lì partiranno perquisizioni, inchieste e faide, non certo per vuoto attaccamento al potere o per un'azienda da aggiungere alla lista di quelle controllate, ma per ciò che la General Beton rappresentava: il cemento. La possibilità di costruire e ricostruire edifici pubblici e privati, strade e tratte ferroviarie. Di entrare a far parte dei salotti dell'imprenditoria locale e nazionale e di poter fissare i prezzi di materiali e mano d'opera. E, in ultimo, il cemento poteva coronare il sogno di gran parte delle organizzazioni criminali: ripulire totalmente i profitti illeciti e riconvertire gli introiti del traffico di stupefacenti in attività legali. Il clan Zagaria - secondo le accuse - è riuscito persino a lavorare per il Patto Atlantico edificando la centrale radar posta nei pressi di Lago Patria, punto fondamentale per le attività militari Nato nel Mediterraneo.
Per il potere sul calcestruzzo Sandokan Schiavone ha ordito l'assassinio del suo mentore Antonio Bardellino e del suo socio Vincenzo De Falco. Per il potere sul calcestruzzo ha scatenato una guerra senza quartiere in un angolo di mondo che, tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta, è stato assediato dal suo gruppo di fuoco. In una telefonata presente nelle carte processuali è scritto: "Poi dicono che a Casale stanno facendo tutti le porte di ferro, pure le botteghelle, le bancarelle, stanno tutti a fare le porte di ferro, dicono che Pucci il fabbro ha fatto seicento milioni di ferro". Lì si sparava e si uccideva lontano dalle telecamere, lontano dalle cronache nazionali. Solo dopo l'omicidio di don Peppe Diana, l'Agro aversano inizia ad avere una collocazione sulle cartine geografiche, ma quella croce segnata col sangue ben presto sbiadirà, per lasciare un debole ricordo e la possibilità ai clan di continuare a fare affari. Di continuare a dire, una volta arrestati: "Vedete giudice, io ho sempre fatto l'agricoltore e ho la passione per l'allevamento delle bufale, tutto il resto sono chiacchiere inventate dai giornalisti e dai comunisti".
È interessante ricostruire come nasce il processo Spartacus, quali sono le sue premesse - come Magi ce le racconta - perché sono la testimonianza di quanto diceva Falcone: "La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine". Il potere del clan dei casalesi è iniziato con Antonio Bardellino, e con la sua scomparsa nel 1988 - il cadavere non è mai stato trovato e ciò ha alimentato mille leggende - inizia anche il declino della dirigenza del clan, che sarà lento, che non è ancora compiuto, ma che non tarderà ad arrivare.
Tutto ha inizio con una delazione che porta il 6 luglio del 1991 alla perquisizione della General Beton che nel frattempo, per volontà dei nuovi proprietari, ha cambiato nome. I carabinieri di Caserta scavano ovunque, anche nelle montagne di polvere bianca accanto alle betoniere. Ma quella polvere così preziosa per il clan non è cocaina, sono cumuli di "vricci", pietre sminuzzate che formano montagne bianche: la base per l'impasto del cemento. Sotto quei cumuli i carabinieri trovano un arsenale. Ma soprattutto trovano un fucile mitragliatore Mab calibro 9 parabellum, un'arma che ha fatto la storia del clan dei casalesi e che incastra senza appello Carmine Schiavone, gestore dell'impianto. Per ogni ragazzino cresciuto a Casale, il Mab calibro 9 parabellum è sinonimo della potenza criminale casertana. Se volessimo trovare un simbolo per il clan, questo cilindro nero che per ogni colpo lascia uscire dalla sua canna un fumo grigiastro, sarebbe perfetto. Carmine Schiavone è convinto che quella "spiata" sia stata ordita da Walter e Cicciariello Schiavone, rispettivamente fratello e cugino di Sandokan per bloccare la sua ascesa imprenditoriale. Da qui il percorso che porterà nel maggio del 1993 alla sua collaborazione con la giustizia e alla possibilità, con le informazioni da lui ottenute e verificate, di poter istruire un processo di incredibili dimensioni. Come scrive Magi: "Dal rinvenimento di quell'arma è iniziato Spartacus".
Ciò che rende "Dentro la giustizia" uno scritto prezioso è l'analisi che Magi fa dell'impatto che la funzione giudicante ha sulla società civile. Sebbene la giustizia italiana stia attraversando una fase buia e senza soluzioni all'orizzonte, è necessario per chi la rappresenta mantenere un approccio qualitativo alla materia del dibattimento. L'obiettivo principale di Magi, in quanto giudice, e in questo la sua attitudine è assai diversa da quella dei pubblici ministeri, è di tutelare l'imputato attraverso la corretta applicazione della legge. Non deve costruire piste, non ipotesi, né seguire tracce, ma verificarne la correttezza. Quello che potrebbe sembrare a prima vista un abominio, cioè tutelare i diritti di un criminale, è in realtà il fondamento stesso del nostro ordinamento giuridico secondo cui si è innocenti fino a prova contraria. E questa prova contraria Magi ha dimostrato di averla costruita giorno dopo giorno, parola dopo parola, prova dopo prova, attraverso il fondamentale istituto del contraddittorio, grazie al quale è riuscito a comprendere la validità e l'affidabilità dei testimoni nel processo.
La giustizia non ha solo il compito di risolvere reati comuni, quelli che immediatamente colpiscono l'immaginazione dei cittadini. Non deve solo assicurare alle carceri uno spacciatore o un ladro di automobili. Se si limitasse a questo non svolgerebbe forse il suo compito più importante. La giustizia deve creare collegamenti, deve spiegare come mai il settore delle costruzioni in cui il clan dei casalesi ha fatto la maggior parte dei suoi affari, pur non essendo traffico di stupefacenti, pur non essendo estorsione e sfruttamento della prostituzione, ha comunque utilizzato segmenti illegali dell'economia del nostro Paese. Compito della giustizia è spiegare le responsabilità delle amministrazioni comunali, dei consorzi di settore e degli altri imprenditori, che seppur non direttamente collusi, hanno favorito le ditte di camorra. La giustizia deve interpretare il ruolo che la borghesia napoletana e quella casertana hanno avuto in un simile contesto, deve rintracciarne le responsabilità anche indirette. Deve accendere luci per dare fiducia ai cittadini. La speranza di Raffaello Magi è che anche dalle aule di giustizia possa partire quella capacità di comprensione della realtà che ci consenta di orientare diversamente il nostro futuro. E il suo sogno - suo e degli altri magistrati che nel corso degli anni hanno collaborato alla chiusura di questo enorme processo e delle sue diramazioni: Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti, Francesco Greco, Carlo Visconti, Francesco Curcio e poi Raffaele Cantone, Raffaello Falcone, Marco Del Gaudio, Antonello Ardituro, Catello Marano, Raimondo Romeres, Giovanni Conzo, Catello Maresca, Alessandro Milita, Giuseppe Narducci, Raffaele Marino e Cesare Sirignano - era che quel lavoro potesse divenire una sorta di rivoluzione legale, in un territorio dove la vera insurrezione è la possibilità di agire legalmente, senza sotterfugi, alleanze, parentele, appalti truccati e aziende dopate dal mercato illegale. Questa è stata la rivoluzione iniziata dalla giustizia, e questo libro ne è il racconto.
© 2011 Roberto Saviano / Agenzia Santachiara