Negozi che chiudono. Centro storici deserti. Serate di coprifuoco. Mentre aprono nuove sale giochi. Ho provato a sentire il polso dell'Italia attraverso i social network
image/jpg_2180772.jpgVolevo capire. Oltre un milione e 600 mila persone che mi seguono sulla pagina Facebook e quasi 250 mila sulla neonata pagina Twitter: volevo capire se questa immensa comunità che commenta riflette discute, avrebbe potuto costruire un bacino per raccontare in forma diretta come la crisi sta cambiando le mappe delle città. I negozi che a centinaia muoiono, i locali che si svuotano, la sera che diventa per molti centri cittadini coprifuoco. L'esperimento è stato incredibile nella sua semplicità. Migliaia di risposte in pochissimo tempo, con racconti in prima persona, senza mediazioni. La crisi ci viene spiegata dai tg e dai giornali, eppure le persone sentono quelle descrizioni distanti. Ce la raccontano i talk show che necessariamente devono far ruotare tutto attorno a un evento che certo suscita empatia, ma che spesso è troppo eccezionale per poter essere condiviso: un suicidio, l'assedio di un ufficio dell'Agenzia delle Entrate di un disperato, operai che protestano sulle gru.
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