L'Iraq è il quarto paese del mondo per presenza di petrolio e gas. Ma questa enorme ricchezza naturale non si traduce in buoni redditi per i tanti iracheni che lavorano nel settore petrolifero

Vuole una leggenda che a a Kirkuk, nel Kurdistan iracheno, basta saltellare con energia per far uscire il petrolio da terra e in alcune sere si possono vedere danzare sul deserto le fiammelle prodotte dal gas. Al centro di Baghdad un fuoco sempre acceso colora la notte dall'alto di una raffineria. A Bassora infine l'aria umida si mischia con l'odore aspro del petrolio: insomma da Nord a Sud si ha sempre una percezione, visiva e olfattiva, del fatto che l'Iraq è il quarto Paese al mondo per presenza di petrolio e gas nel sottosuolo.

Durante la dittatura di Saddam Hussein l'estrazione e la vendita del greggio erano nazionalizzate poi, caduto il regime bathista, gli impianti e il ministero del Petrolio (unico fra tutti i palazzi di Baghdad) sono stati presidiati dagli eserciti occidentali. A distanza di dieci anni il petrolio è ancora nelle mani del governo di Nouri Al Maliki che però ha permesso alle compagnie straniere di estrarlo e di partecipare agli utili delle vendite.

A Bassora sono presenti, oltre all'irachena South Oil Company, molte compagnie straniere fra cui le statunitensi ExxonMobil e Texaco, le inglesi Shell e Bp, la russa Gazprom, compagnie malesi, cinesi e coreane. Una fonte di lavoro molto importante per gli iracheni. Anche se Abdullah Soil, sindacalista dell'irachena South Oil Company denuncia: «Le multinazionali straniere lasciano i posti migliori ai loro connazionali, mentre gli iracheni sono sottopagati. E la compagnia pubblica usa il job on call con noi.
A volte prendiamo 10 dollari al giorno e un chilo di pomodori ne costa quasi 3».

Il governo di Baghdad ha dichiarato guerra ai sindacati, non ha mai varato una legge che li riconosca e li ha infiltrati con lavoratori fidati. Ma il problema più attuale per Al Maliki è l'accordo fra la ExxonMobil e il Kurdistan per l'esplorazione e l'estrazione del petrolio al Nord, firmato nonostante il divieto del governo centrale. Massoud Barzani, presidente curdo, tira dritto per la sua strada e ha già pronti altri 48 accordi commerciali autonomi con imprese occidentali marciando così verso l'indipendenza curda e assestando un altro colpo all'economia irachena.

L'edicola

Voglia di nucleare - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 28 marzo, è disponibile in edicola e in app