Dal poliziesco cinese a un tormentato carteggio madre-figlia, la nostra guida alla lettura al femminile

Catherine Dunne, "La grande amica" (Guanda, traduzione di Ada Arduini)
Questa volta, la scrittrice irlandese molto amata dalle sue lettrici di paesi diversi, ha scelto l'Italia per far uscire in prima battuta un suo breve e intenso romanzo. Ma non lasciatevi ingannare dalle allegre ciliegie della copertina, questa storia di una ragazzina di provincia che nell'estate del '73 crede di aver incontrato l'amicizia e l'amore è forse uno dei libri più amari della Dunne, non riscattato da un lieto fine che suona un po' di maniera. Miriam è una sedicenne goffa e insicura, oppressa da una madre autoritaria che la tratta quasi come una domestica e da quattro ingombranti fratelli maschi. Mandata a lavorare per un'estate in un albergo in riva al mare capisce improvvisamente che la vita può essere divertimento ed emozioni e sfida. A guidarla in questo percorso sconosciuto è la sua compagna di stanza, la bella e seduttiva Marie-Thérèse, di qualche anno più anziana, la prima vera amica. Con lei Miriam scopre i pub e la musica, impara a mentire, a bere troppi cocktail, a innamorarsi. Ma quando ogni cosa le sembra possibile arriva un tradimento che la lascia annichilita. È il primo segnale di qualcosa di molto peggio, un avvenimento che stravolgerà il suo futuro e le sue speranze. È un racconto sull'imprevedibilità della vita, oltre che sulla misteriosa crudeltà dell'adolescenza.

Diane Wei Liang, "La casa dello spirito dorato" (Guanda, traduzione di Stefania De Franco)
Leggere un poliziesco cinese, genere per fortuna non ancora inflazionato da noi, ha il valore aggiunto, rispetto a quelli abituali di questo tipo di narrativa, di mostrarci con un certo realismo la vita quotidiana e qualche volta i segreti di un paese di cui sappiamo sempre troppo poco. È quel che capita anche con questo volume, terzo racconto della serie che ha per protagonista Mei Wang: uno dei pochissimi investigatori cinesi di genere femminile di cui sia nota l'esistenza. In una Pechino caotica e sfavillante la giovane dective può sembrare una donna indipendente. Padrona della sua agenzia, ha un segretario maschio e persino un'automobile, cosa non frequente per le cinesi. Ma la sua vita è piuttosto instabile, fra un fidanzato assente, una madre rancorosa e una petulante sorella star della tv. Questa volta Mei Wang sta indagando sui guai finanziari di una potente ditta di medicinali, la Casa dello spirito dorato, che produce un'improbabile medicina per guarire i dispiaceri amorosi. Ma ancor più del plot ricco di burocrati corrotti e di avidi capitalisti appassionano gli squarci sul passato dell'investigatrice, cresciuta in un campo di rieducazione del regime maoista e testimone inconsapevole di una cupa tragedia famigliare che verrà chiarita solo verso la fine del romanzo.

Mariella Gramaglia e Maddalena Vianello, "Tra me e te", edizioni et.al)
Una figlia e una madre scoprono di fare sempre più fatica a parlarsi. Prima di arrivare, come tante, all'incomunicabilità e al rancore Maddalena, la figlia, guarda in faccia la mamma: «Proviamo a scriverci, forse ci farà bene». Comincia così una corrispondenza che va avanti per quasi due anni, che non si limita alla dimensione privata ma affronta passioni e conflitti di due generazioni diversamente inquiete. A mettersi a confronto senza falsi pudori sono una femminista storica, Mariella Gramaglia, una lunga vicenda di impegno politico per le donne, e sua figlia Maddalena Vianello, trentenne munita di master prestigiosi, che vive sulla pelle la dimensione precaria delle ragazze d'oggi. Maddalena è molto arrabbiata e non lo nasconde. «Povera, povera mamma, non ti aspettavi che sarebbe andata così, vero? Non ti aspettavi donne che fanno pochi figli perché non hanno il lavoro o se ce l'hanno temono di perderlo? Non ti aspettavi le veline e le notti di Arcore? Perché mi avevi raccontato che il mondo era diverso?». Mariella cerca di difendersi, ricorda i diritti conquistati dalla sua generazione. «Neanch'io mi aspettavo di consegnarvi un paese tanto orribile. Ma la vita è aperta ed è nelle tue mani. Io ho cercato che quelle mani fossero forti e capaci di presa». Il dialogo va avanti fra ricordi infantili, rinfacci politici e richiami culturali, lucido ma anche affettuoso. Un modo originale ed efficace di riflettere sulle vicende mai abbastanza raccontate delle italiane d'oggi.

MaryMc Carthy, "Ricordi di un'educazione cattolica", (Mimimum fax, traduzione di Augusta Mattioli)
Di Mary McCarthy, fra le più taglienti e perfide scrittrici americane dell'altro secolo, sapevamo già quasi tutto, dalla mondanità di cui aveva saputo fare un'arte ai mariti poco amati ai molti amanti presi, lasciati e poi raccontati senza sconti. Meno chiaro invece era come aveva fatto Mary McCarthy a diventare Mary McCarthy: l'intellettuale influente, l'autrice che aveva sdoganato l'omosessualità femminile con il più famoso dei suoi romanzi, "Il gruppo", l'amica di Hannah Arendt. Una risposta arriva da un memoir di cui in Italia si erano perse le tracce, che la scrittrice aveva pubblicato nel 1957 e da noi aveva avuto una breve vita con Il Saggiatore. Ottima l'idea di Minimum fax di riproporre, con una prefazione di Michela Murgia, l'imprevedibile infanzia di una bambina che resta orfana a sei anni perché i suoi amati genitori muoiono in un'epidemia di influenza. Affidata da un tribunale a parenti sadici e bigotti, Mary vaga da un collegio protestante a uno cattolico, rifiuta la vita gretta che cercano di imporle. E intanto scopre libri proibiti e relazioni pericolose. È la storia appassionante di un'educazione sentimentale e insieme una critica della borghesia americana di quegli anni, all'altezza dei migliori libri di Mary McCarty.

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