
[[ge:espresso:plus:articoli:1.183083:article:https://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2014/10/06/news/tutti-i-numeri-della-politica-energetica-ue-1.183083]]L’Italia non è mai stata fortunata con l’energia e l’Europa: tra gli altri, il focus eccessivo sulle rinnovabili del pacchetto 20-20-20 ha fatto bene alla Germania, produttrice di pannelli solari e pale eoliche, ma non ha giovato all’Italia, che questa industria non la aveva (e tuttora non l’ha). Uno sforzo che è costato, sulla base dei dati AEEG e GSE, quasi dieci miliardi nel 2012 ma la cui mancanza di trasparenza ha spesso alimentato le casse della malavita organizzata.
[[ge:espresso:plus:articoli:1.169248:article:https://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2014/06/13/news/unione-europea-c-e-guerra-anche-sull-energia-1.169248]]Ora la situazione potrebbe cambiare. O meglio, deve, perché i costi dell’energia erodono la nostra competitività e i fornitori chiave come Russia, Libia e Iraq sono colpiti da crisi internazionali di portata mai vista. Sfruttando la Presidenza, l’Italia potrebbe avere una posizione privilegiata per definire gli orientamenti e le priorità generali dell’Unione, per usare le parole della UE stessa. Proprio però sull’argomento chiave, l’energia, il Programma dell’Italia sembra debole. Scarse tre pagine su ottanta ne parlano e, pur toccando punti chiave come la sicurezza energetica e il mercato unico dell’energia, il programma è forse poco ambizioso e non sembra definire i mezzi per raggiungere obiettivi adeguati.
I pilastri della strategia per l’energia sono quattro: la discussione sul pacchetto per il 2030, il mercato interno, la sicurezza energetica e la dimensione esterna dell’energia. E’ con i primi due, però, che l’Italia potrebbe davvero cambiare il futuro dell’energia in Europa.
IL PACCHETTO 2030
Partiamo dal primo: qui la Presidenza italiana vuole mettere l’accento sulla governance. In altre parole, chi decide e fa rispettare gli obiettivi energetici per l’Europa, e con quali poteri. Tre i problemi storici: primo, la mancanza di coordinamento tra ruoli distinti ma interconnessi, come il Commissionario all’energia, quello per l’azione per il clima e quello per la competizione. Secondo, l’eterogeneità degli Stati Membri, il cui mix energetico varia dai grandi importatori, come l’Italia, ai paesi dipendenti dalla Russia, come la Finlandia, a chi vorrebbe liberarsi del nucleare e non ci riesce, come il Belgio. Infine, la mancanza di un reale impegno europeo. Ricordiamoci che l’UE è composta da paesi come la Bulgaria che, quando la Commissione gli ingiungeva in questo marzo di sospendere la costruzione del gasdotto di iniziativa russa South Stream continuava come se nulla fosse per mesi. Così molti altri.
Come unire eterogeneità nazionale ed Europa? La proposta della Commissione, almeno per rinnovabili ed efficienza energetica, è di stabilire un obiettivo vincolante per tutta l’Europa, ma lasciare che gli Stati Membri decidano quelli individuali. Starà alla Commissione coordinare gli sforzi a livello nazionale perché si raggiungano gli obiettivi dell’UE. Forse un passo indietro nel cammino verso un’Unione più coesa.
Quanto è questo nell’interesse dell’Italia? Difficile a dirsi. Da una parte, la Commissione Europea non ha mai collezionato successi nel coordinamento dei propri Stati Membri. Un esempio per tutti l’obiettivo di efficienza energetica per il 2020 , non obbligatorio, che l’UE già dà per mancato. Dall’altra, l’Italia potrebbe beneficiare di un obiettivo nazionale: solo, fatto su misura per lei. Il prof. Bollino dell’Università di Perugia ci ha fatto l’esempio delle rinnovabili, proponendo la ripartizione dello sforzo sulla base di quanto le singole fonti siano più efficaci e costose a livello nazionale. Ad esempio, bisognerebbe assegnare a paesi come la Spagna o l’Italia una quota maggiore di energia solare, per beneficiare del maggiore irraggiamento. Se volessimo però essere più ambiziosi, l’Italia potrebbe puntare a fare passi avanti verso una vera e propria Energy Union. E’ stata nominata una Vice Presidente all’Unione Energetica e sono stati uniti i portafogli dei commissari all’Energia e al Clima. Un modo per snellire la governance europea, ma che non garantisce un’Unione che non lo sia solo di nome, un’opzione di cui l’Italia potrebbe beneficiarne più di altri paesi.
Più il compratore è grande, maggiore è la sua leva contrattuale: se paesi come la Germania e l’Italia negoziassero insieme con i fornitori che hanno in comune, la Russia per prima, potrebbero svincolarsi dai contratti vincolanti a lungo termine che obbligarono l’Italia nel 2013, ad esempio, ad acquistare molto più gas di quanto ne avesse bisogno (a causa della crisi). Come fare? Il trasferimento di poteri all’UE o la creazione di una istituzione ad hoc sarebbero le opzioni migliori, ma sono difficili da realizzare. Più fattibile è forse la proposta che il Commissario all’Energia Oettinger fece nel 2011: coinvolgere obbligatoriamente la Commissione in ogni accordo energetico degli Stati Membri con paesi terzi. Una buona idea, a patto che per Commissione non si legga Germania.
IL MERCATO INTERNO
La questione del mercato interno è cruciale, sia per l’elettricità, ma soprattutto per il gas. La parola chiave è interconnessione. Il programma della Presidenza dedica una parte consistente a questo aspetto, e non a torto. L’interconnessione è fondamentale per l’Italia e per l’Europa sia nel breve, che nel lungo termine. Nel breve, permette misure di emergenza e solidarietà in caso di tagli alle forniture. E’ successo con Ucraina e Russia nel 2006, nel 2009 e c’è rischio che succeda ancora. Inutile però lavorare su rigassificatori e gasdotti, se il gas proveniente dall’Italia non può andare in Francia, se per andare a nord deve passare dalla Svizzera e verso i paesi dell’Est, dalla Slovenia in giù, non c’è possibilità di reverse flow - cioè il gas può procedere in una sola direzione. Non bisogna sottovalutare il medio-lungo termine allo stesso modo: il Regno Unito teme di non poter produrre abbastanza elettricità e pianifica nuove centrali nucleari e ripensa al carbone. Nel frattempo, l’Italia ha il 40% di capacità in eccesso e si trova costretta a chiudere le sue, efficienti, centrali a ciclo combinato. In mezzo, connessioni inadeguate, monopolisti nazionali e mille altre barriere a prevenire la connessione. Risultato: più emissioni, più costi, meno Europa. Mentre un mercato interconnesso, fisicamente e non, è la condizione necessaria per il livellamento di prezzi e la competitività di cui l’Italia ha bisogno.
Se da una parte il Programma della Presidenza Italiana presenta questa esigenza, si dovrebbero rivedere però le priorità nazionali. E’ vero che simili progetti andrebbero sviluppati a livello europeo. Non c’è però molto da aspettarsi quando, su duecento miliardi di spese previste dalla Commissione solo per gas ed elettricità fino al 2020, l’UE ne stanzierà cinque.
Gli altri finanziamenti? Da trovare tra gli Stati Membri. E’ però nell’interesse del nostro paese puntare ai collegamenti con l’Europa: peccato che nel decreto renziano Sblocca Italia si parli di infrastrutture che riguardano soltanto l’Italia. Giusto aumentare la diversificazione con il gasdotto TAP e i rigassificatori; inutile però, se l’Italia, non riuscendo a guardare oltre i propri confini, perde l’occasione di diventare uno dei più importanti hub europei. Non bisogna sottovalutare poi la posizione geografica: l’Algeria, ma anche l’Azeirbaigian e l’Iran potrebbero trovare nell nostro paese il ponte per l’Europa.
L’Italia in questo deve cercare degli alleati. Quello che potrebbe proporre è una regionalizzazione dei progetti: è più facile proporre e raggiungere un obiettivo che soddisfi sei o sette paesi, piuttosto che ventotto. Viene in mente la proposta che fece oltre dieci anni fa la Comunità per l’Energia, l’ente che, tra gli altri obiettivi, cerca di estendere la legislazione europea per l’energia fuori dall’Unione: un mercato per il gas per i Balcani e l’Europa del Sud-Est. Un idea che potrebbe essere estesa all’elettricità, e in cui l’Italia potrebbe avere un ruolo di leadership.
Il programma sembra poi dimenticare qualcosa, o almeno non dargli l’importanza che merita: l’efficienza energetica. Nel 2013, l’ACEE (American Council for an Energy Efficient Economy) nomina la Germania il primo paese al mondo per efficienza energetica. Proprio per questo, nell’estate 2014 Berlino insiste su un obiettivo vincolante in questo settore per l’Europa, che la Commissione proporrà, il 23 luglio, al 30%. Roma, in questa discussione, tace. Peccato che l’Italia sia al secondo posto per efficienza energetica dopo la Germania. Il nostro paese sembra essersi dimenticato di questo anche nel programma, che gli dedica scarse tre righe. Questa eccellenza italiana porta con sé un bagaglio di tecnologie e know-how che, con un obiettivo alto, l’Italia potrebbe esportare e bene in paesi meno efficienti, come il Regno Unito.
Perché questa dimenticanza? Si potrebbe pensare che puntare al miglioramento di un settore dove già siamo molto avanti possa essere costoso. Più probabilmente, la Presidenza ha deciso di spendere il proprio budget politico su altro, in particolare sugli idrocarburi e sul settore della raffinazione.
L’attenzione a questo settore non sembra strana per chi ha letto la Strategia Energetica Nazionale (SEN) e lo Sblocca Italia. Il settore della raffinazione in Italia, ma anche in Europa, è in crisi da tempo. La competizione internazionale, l’evoluzione tecnologica e, in particolare, il miglioramento dell’efficienza energetica stessa hanno portato, nel 2008, alla chiusura di un terzo degli impianti italiani. E molti altri chiuderanno presto, come quello di Gela. Un mare di esuberi nel settore petrolifero, che il rinnovato entusiasmo per le trivellazioni in Basilicata potrebbe assorbire. Di qui l’intenzione della Presidenza di sfruttare il momento e attutire con lo strumento europeo la crisi del settore. Una misura che però guarda solo al breve termine, non costruisce nulla e punta su settori, quello della raffinazione e dell’estrazione, in cui altri, in Europa e nel mondo, fanno meglio e a meno.
Se l’Italia vuole cambiare l’energia in Europa, deve prima pensare a cambiare la sua attitudine verso l’Europa stessa. Non si parla di rivoluzione qui, ma di utilizzare schemi differenti rispetto a quelli che hanno determinato il fallimento della politica energetica europea (e non solo) negli ultimi anni. L’Italia deve ripudiare quelle attitudini fallimentari di cui tanto il programma della Presidenza, quanto la strategia stessa di Renzi sembrano ancora permeati: attenzione al breve periodo, focus su misure che sono palliativi per l’industria ma non costruiscono niente, buoni propositi di integrazione europea che puntualmente vengono ignorati. Dobbiamo renderci conto di essere un paese piccolo rispetto al resto del mondo, e ancora meno importante quando si tratta di energia. Ci sono consumatori sempre più aggressivi (la Cina), produttori sempre meno disponibili (la Russia) e altri paesi che sempre di più pensano solo a sé stessi (gli Stati Uniti).
Riassumendo l’analisi precedente, tre sono i concetti che la Presidenza dovrebbe tenere in considerazione:
- Cercare di rompere il ciclo del breve termine. Le misure di lungo periodo possono essere difficili da giustificare, quando l’elettorato chiede risultati immediati. I sistemi energetici impiegano però decenni per svilupparsi, e l’attenzione sul breve termine può distruggere valore.
- Fare quello che sappiamo e sapremo fare meglio. L’efficienza energetica è stata e sarà un motivo di eccellenza per l’Italia. Il petrolio, no: non ci sarà mai una rivoluzione come quella statunitense e le risorse sono limitate. Inutile perdere tempo e risorse su settori poco promettenti;
- La chiave per l’energia è nell’Europa, tutta intera, e Berlino, Bruxelles e Parigi devono diventare partner, non essere concorrenti (per quanto servirà collaborazione anche da parte di questi). La diversificazione italiana verso il sud e il Mediterraneo rischia di rimanere zoppa se ci si dimentica di connettersi con il resto dell’Europa. Inoltre, le misure di solidarietà che potrebbero aiutare i paesi europei con meno riserve al momento, potrebbero essere fondamentali per l’Italia stessa in futuro.