
La commissione nazionale d’investitura si riunirà il 29 gennaio per approvare o il candidato supportato dalla maggioranza del partito. L’Espresso lo ha incontrato a Versailles, nel suo ufficio regale, a due passi dall’imponente palazzo borbonico, nella banlieue borghese e cattolica dell’ovest parigino.
Fino a pochi mesi fa questo volto della destra era sconosciuto al grande pubblico, ora sta diventando una star. Figlio di professori, come vuole sottolineare, l’intellettuale «che scuote la politica» come l’ha definito in copertina “Valeurs Actuelles”, non è estraneo alla polemiche. L’ultima è stata sollevata dal “Journal du Dimanche”, che per i francesi e per la politica rappresenta un rito, un’istituzione. Il giornale domenicale ha ripreso un aspetto della sua visione politica recentemente un po’ annacquato, ovvero la sua opposizione all’aborto. Posizione che lui «rivendica pienamente» e che è stata immediatamente ripresa e criticata da En Marche, il partito di Emmanuel Macron, che si identifica invece come progressista.
In effetti Bellamy è contro l’aborto, ma non solo. In un intervento su Libération già nel 2012 sottolineava l’importanza per il bene dei bambini di crescere ed essere educati da una coppia eterosessuale, avvicinandosi così alla posizione di “Pour Tous”, collettivo di associazioni opposto alla possibilità di avere figli per le coppie omosessuali.
Il suo è il percorso di un alunno modello. Liceo Henri IV, scuola che forma l’élite politica e intellettuale francese, e che ha accolto anche Emmanuel Macron, poi “agrégation” di filosofia (il prestigioso concorso per insegnanti, indispensabile per insegnare all’università) e il concorso per la Scuola Normale di Parigi. Uno stage inglese al “Sunday Times”, due turni da consigliere ministeriale, e la decisione di insegnare la filosofia, ma non all’università. Ora infatti si divide tra l’attività di insegnante al liceo, nel 15° arrondissement di Parigi, e l’attività politica di vicesindaco a Versailles.
La politica è arrivata per caso, dice lui, che sostiene di non avere mai avuto ambizioni in questo senso. È stato eletto a Versailles nel 2008, a soli 23 anni, mentre preparava il difficile concorso per insegnare. «È stata una catastrofe, non avevo previsto nulla, ma appassionante, una vera fortuna. Dieci anni fa l’attuale sindaco di Versailles, François de Mazières, che avevo già incrociato qualche volta, una sera mi ha proposto di far parte della sua lista per le elezioni comunali : si presentava senza etichette, senza partito, mi sembrava simpatico e il suo progetto geniale, ma ero sicuro che avrebbe perso. Pensavo che il mio impegno sarebbe durato il tempo della campagna e che avrei potuto ricominciare a ripassare per il concorso, e invece sono entrato nei giochi».
In questi dieci anni il giovane professore di filosofia ha capito qualcosa di più della politica, dice: «Ha senso in quanto servizio nei confronti di un progetto più grande, il servizio della decisione. Il politico è la persona che assume la responsabilità di prendere decisioni per la collettività per un periodo di tempo determinato». Oggi il grande problema per Bellamy è «l’individualismo che affligge la nostra società: non è una valutazione morale, viviamo in una società atomista, nella quale l’unica realtà esistente è l’individuo. Questo non significa che le persone non siano generose, ma viviamo in una società che vede il mondo attraverso un prisma individualista, per questo il senso stesso della politica è minacciato. Se il primato dell’individuo definisce tutto il resto, allora l’impegno politico non è che una carriera tra le altre».
In questa situazione sembra difficile pensare all’utilità della filosofia per la politica, e invece «se s’intende la filosofia come l’esercizio dell’interrogazione critica e la ricerca del significato delle cose, allora la politica ha bisogno di filosofia. E non solo di filosofi laureati. Il filosofo è diventato un titolo sociale, ma in realtà dovrebbe essere un’attitudine esistenziale, ed è precisamente in questo senso che la filosofia può servire la politica».
A differenza di quanto pensano molti suoi colleghi di partito e non, il problema per Bellamy non è il populismo: «Non mi fido di questa parola», afferma, «perché non si sa bene cosa voglia definire. Ci sono pratiche o idee populiste, ma la parola in sé tende in generale a squalificare il nemico piuttosto che a descrivere la realtà».
La diagnosi di Bellamy è chiara, i grandi problemi della nostra epoca sono altri: «L’affermazione di rivendicazioni di categoria e l’eliminazione di ciò che è comune a favore degli individualismi. Il cosiddetto populismo sfrutta questa tendenza a focalizzarsi su rivendicazioni personali, piuttosto che comuni. Poi c’è il problema della post-verità, per il quale i fatti non contano più. Il terzo problema è la demagogia, ovvero il fatto di sfruttare queste due tendenze per conquistare il potere».
Per andare oltre il populismo e la demagogia, che cosa significa allora essere francesi ? «Essere eredi di una storia e di una cultura. In Francia il legame con la cultura è forte» in opposizione a uno «spirito anglosassone più pragmatista, più legato all’azione». Essere francesi è «essere galli, ovvero un po’ come le tribù galliche che trascorrevano il loro tempo a criticarsi. Abbiamo un gusto per la parola, il commento, la critica perpetua del potere, la passione per il contraddittorio».
Ma allora i gilet gialli sono solo il risultato di uno sport francese? «Sono il risultato di una propensione al dibattito e alla critica, ma sono anche il sintomo di una crisi del lavoro, un lavoro che non ha più senso e non ci protegge più, quello che Péguy chiamava lo strangolamento economico. Si lavora, ma non si fa altro che sopravvivere». Bellamy cita Proudhon: «Per lui attraverso il lavoro non cerchiamo soltanto di soddisfare i nostri bisogni, il che sarebbe semplicemente umiliante, ma di realizzare una vita degna e umana». E come valuta Bellamy la loro richiesta di ristabilire l’imposta sulle grandi fortune, l’Isf? «Questa rivendicazione è l’espressione del risentimento, nel senso nietzschiano del termine, ovvero la ricerca di un colpevole e di una punizione da infliggergli: “anche i ricchi devono contribuire”, così dicono i gilet gialli, ma nessuno pensa davvero che questa misura potrebbe migliorare la vita delle persone».
In un contesto sociale agitato come quello attuale, Bellamy pensa che la destra debba smettere di proporsi come «il sindacato dei privilegiati», le lotte della destra devono essere innanzitutto culturali e a favore dei più modesti. La destra deve «concentrarsi sull’idea di trasmissione, di eredità culturale, un’eredità che bisogna difendere e saper trasmettere». Una destra sociale? Sì, secondo Bellamy, che sottolinea la sua necessità di difendere «l’eccellenza e l’accesso alla conoscenza per i più sfavoriti e per i diseredati» e non per le élite del liceo Henri IV, dove lui stesso si è formato.
L’Europa, per Bellamy, «è lo storico incontro tra l’eredità greco-latina, il logos greco, il diritto romano, il senso romano di Res Publica, e poi la tradizione giudaico-cristiana, con un marcato attaccamento alla dignità umana. Se si uniscono queste diverse identità abbiamo principi molto forti, specialmente a livello giuridico, e un attaccamento a forme politiche che meritano di essere protette e difese. Dobbiamo essere in grado di dire e difendere ciò che ci definisce come europei, altrimenti ci chiudiamo in una forma assurda di negazione della nostra identità». Non un’Europa delle nazioni alla Le Pen, ma nemmeno un’Europa federalista che sarebbe un «grande errore». L’Europa di Bellamy si contrappone all’anti-Europa di Matteo Salvini che «gioca con le emozioni del popolo», e rappresenta anche «nella sua tenuta vestimentaria, un modo caricaturale di fare politica».
Contro questa idea di Europa e questo modo di fare politica, bisogna ritrovare il senso delle parole, soprattutto in politica, perché «l’attuale crisi politica è una crisi del significato del discorso politico stesso, le parole non hanno più senso. È questa la testimonianza dei gilet gialli: viviamo una crisi di rappresentanza gigantesca. Nessun politico può fingere di rappresentare questo fenomeno né di catturarlo o recuperarlo completamente. Questa rivolta nasce dal discredito del discorso politico e del discorso in generale».
A tale proposito Bellamy cita “Gomorra” di Roberto Saviano, libro che l’ha colpito profondamente: «Ci trovo la necessità e la forza del linguaggio per annullare la forza della violenza che si annida nell’umano. Ciò che è favoloso in questo libro è che non si tratta solo di un incredibile documentario sulla mafia, ma l’azione della mafia diventa una sorta di categoria morale. La violenza minaccia l’umano, tutte le relazioni umane rischiano di diventare la forma di una lotta di potere. Oggi vediamo risorgere la violenza perché non abbiamo più parole comuni ».
La parola, la trasmissione culturale, la dignità umana e valori cattolici riaffermati sono le nuove parole d’ordine di un giovane che cerca di abbandonare l’eredità di figure come Nicolas Sarkozy e François Fillon, che, al centro di scandali e processi, hanno contribuito al discredito della destra moderata.