La nascita di nuove frontiere. L’esodo dalle metropoli verso le piccole località. Le politiche di controllo sanitario e degli spostamenti. Le previsioni dell'antropologo francese Michel Agier

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Per Michel Agier, che ha teorizzato l’apertura delle frontiere per costruire un mondo più pacifico, la pandemia rappresenta il peggiore degli incubi. Con il lockdown, infatti, gli Stati nazionali hanno chiuso i confini, che si sono moltiplicati tra regioni, città, quartieri, fino alla porta di casa. L’antitesi della visione dell’antropologo francese, direttore di studi all’École des hautes études en sciences sociales (Ehess), che nel saggio “Lo straniero che viene” (Raffaello Cortina editore) invita a ripensare l’ospitalità attraverso le lenti dell’antropologia, della filosofia e della storia, in un mondo in cui la condizione di straniero è destinata a diffondersi.

Professor Agier, con l’emergenza sanitaria il concetto di frontiera è diventato molto più stringente. Come cambiano le relazioni tra individui?
«Un flagello sembra essersi abbattuto sul pianeta, come neppure il più fantasioso autore di romanzi post-apocalittici avrebbe potuto immaginare. Le caratteristiche del virus, la rapidità della diffusione, la varietà dei bersagli generano una paura diffusa e permanente. Mi viene in mente l’idea che Zygmunt Bauman aveva mutuato dal filosofo russo Michail Bachtin: la “paura cosmica”, assoluta, quando l’essere umano acquisisce la consapevolezza della propria vulnerabilità. Come se la frontiera sanitaria, definita dal corpo, avesse preso il sopravvento sulle altre».

Con la Fase due si intravede la luce in fondo al tunnel?
«La trasformazione è radicale. Il mondo di domani non arriva, non lo vediamo o quando arriverà non ce ne accorgeremo. Cambiano le relazioni, il modo di vivere e, come ogni volta che la paura si diffonde, torna l’ossessione dei confini. Nell’ottica epidemiologica e biologica il corpo umano rappresenta la frontiera: per circolare gli individui creano un corazza intorno al corpo, si barricano in casa, nel proprio quartiere, nella propria città. E la frontiera più elementare, quella che separa i corpi, schiaccia le altre: lavoro, consumi, relazioni sociali».

Con il Covid-19 anche il significato della parola straniero sembra espandersi. Possiamo dire di essere tutti stranieri?
«Sì, possiamo affermare di essere tutti stranieri perché appena ci muoviamo conosciamo le paure degli altri, la paura reciproca. Ma il vero rischio è un altro. In Francia, e non solo, è in corso un acceso dibattito su alcune misure, presentate come sanitarie, che hanno un notevole impatto politico e sociale: ad esempio, la questione dell’allentamento delle misure di isolamento, in particolare nei confronti di bambini e anziani. Chi sono gli anziani, su quali basi possono essere definiti tali? E altri aspetti: lo screening, il tracciamento digitale dei contatti attraverso le App. Decisioni che producono ulteriori confini: ogni volta che ci spostiamo, il nostro corpo crea nuove frontiere che si spostano insieme a noi, una accezione inedita del termine straniero che in parte mi inquieta. È molto pericolosa l’idea di attribuire caratteristiche biologiche agli individui in base all’apparenza, alla lingua, alla nazionalità, al colore della pelle. La “biologizzazione” della vita sociale, con tutte le polemiche annesse, apre la strada alla violenza razziale. Nei primi giorni di diffusione del virus la vasta comunità asiatica di Parigi è stata bersaglio di atti di razzismo violenti basati sui tratti somatici. Sempre a Parigi, quando si avvicina la sera le strade si popolano di invisibili: homeless e migranti senza alloggio identificati come untori. Le autorità hanno una grande responsabilità: impedire che la barriera sanitaria si trasformi in barriera sociale, combattere xenofobia e razzismo».

Non si tratta di una preoccupazione eccessiva? La gestione sanitaria delle vite dei cittadini serve a contenere il virus.
«Secondo la teoria di Michel Foucault, la biopolitica è uno strumento per governare i Paesi, ma non ha per forza un’accezione negativa. Talvolta è necessaria, però i cittadini devono esercitare il controllo sulla gestione sanitaria delle loro vite. Il rischio biopolitico è che il potere - nazionale, internazionale, medico, industriale, governativo - pretenda di controllare la vita sociale in nome della salute pubblica. Certo, il filosofo Giorgio Agamben ha sbagliato a parlare di “invenzione”, di “presunta epidemia”, tuttavia restano validi i suoi interrogativi su stato di eccezione e rischio biopolitico, perché le misure finora adottate mettono in discussione i diritti di cittadinanza e circolazione. Per contenere la diffusione del virus ci viene richiesto di mantenere la distanza fisica, non quella sociale. Due concetti molto diversi: durante il lockdown le persone hanno rafforzato le relazioni sociali attraverso le piattaforme digitali. Tra aperitivi su Skype, incontri di famiglia e riunioni di lavoro, la presenza dal vivo non è più l’unica forma di vita sociale. I processi di digitalizzazione consentono di opporsi alla “biologizzazione”».

Il suo saggio “Anthropologie de la ville” è in corso di traduzione, uscirà in autunno per Ombre Corte. Come cambieranno le nostre città?
«Il controllo della nostra vita sanitaria attraverso lo screening e il tracciamento digitale mi fa venire in mente la città di Douala, in Camerun. Qui l’amministrazione coloniale tedesca ha creato una “frei zone”, uno spazio separato in cui non esistono contatti tra gli africani, considerati untori, e la città bianca immunizzata. È uno scenario distopico, ma non così inverosimile, che potrebbe riguardare anche le nostre città. La saldatura tra eredità coloniale e futuro post-catastrofico».

C’è differenza tra metropoli e piccole città?
«Si rafforzerà una tendenza già in atto: il rifiuto del gigantismo delle metropoli, la predilezione per la prossimità micro-urbana. Alcuni studi hanno rivelato che, appena cominciato il lockdown, circa un milione e mezzo di persone ha lasciato l’Île de France, la regione di Parigi. Un esodo di massa verso le seconde case, risposta alla distopia delle macro-politiche urbane che dividono aree contaminate da incontaminate».

Diffidenza e paura del contagio cambiano il mondo dei viaggi.
«Già oggi, nell’intero pianeta, solo uno spostamento su cento viene effettuato da migranti in senso stretto. Gli altri sono turisti, viaggiatori d’affari, lavoratori espatriati o stagionali. Tuttavia, quello dei trasporti di massa è un settore largamente saturato, così come gli aeroporti sono diventati centri commerciali per il consumo delle masse. Nel medio termine ci sarà un rallentamento negli spostamenti verso le grandi città e i grandi aeroporti. Il mondo dei viaggi cambierà, vedremo se sarà un bene o un male». 

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