Il vertice con Bossi a Villa Campari, una delle sue proprietà, è servito al Cavaliere per mettere a punto la battaglia d'autunno. Ma non è certo l'unica occasione in cui Silvio, preda di una continua fame immobiliare, ha voluto giocare in casa

Qualcuno dell'entourage berlusconiano racconta come nella seconda settimana di agosto avesse provato a combinare un appuntamento proprio con il premier, e come lui e il fedelissimo Valentino Valentini, agenda alla mano, avessero sudato sette camicie per trovare un luogo dove il suddetto premier stesse fermo nello stesso posto più di mezza giornata. Due ore a Gernetto, tre quarti di mattina a Palazzo Grazioli, un pezzo del pomeriggio ad Arcore, e poi, forse, via di corsa a villa Certosa. Impossibile stargli dietro, dal punto di vista degli spostamenti ma anche del cambiamento di idee e di domicilii.

L'importantissimo vertice con Umberto Bossi, quello della messa a punto della battaglia d'autunno, si è tenuto a Lesa, a Villa Campari, altra grandiosa proprietà del Cavaliere, ma il luogo è stato incerto fino all'ultimo.

Troppe case e un continuo va e vieni da far impallidire il ricordo dei via vai da una dimora all'altra - ospiti con gli sci ai piedi sbarcati a Capri, quelli in bikini portati a Gstaad, i tuffi dagli elicotteri alle barche - dell'avvocato Agnelli, un diavolo nello sport (non come Berlusconi, in questo campo un imbranato). Così: c'è stata l'indimenticabile estate della bandana. Poi la formidabile estate delle "bagatelle", (traduzione: procaci signorine molto sue fan). E anche, l'estate dell'eruzione del finto vulcano e dei tric e trac, per ricordarne solo alcune.

Questa è l'estate dell'esplosione immobiliare. Dal presidenzialismo al residenzialismo alla berlusconiana. E meno male che il su e giù romano con il castello della Crescenza, merli e ponte levatoio - cosa voler di più - novello oggetto del desiderio del premier, abitato da Fabrizio e Sofia Ferrari Sardagna, cari amici del caro amico Cesare Previti, sembra aver subito una battuta d'arresto. Almeno fino a oggi.

Senza fissa dimora, ma con mille dimore, forse quattordici, forse quindici, si comincia a perderne il conto. Nella nuova stagione del Cavaliere sempre più teso e speranzoso a un futuro possibilmente plebiscitario, perché è vero che nella sua compagine i leader si dimezzano, ma è anche vero che, così, lui più che solo spera di trasformarsi in un re Sole, la moltiplicazione della case, delle ville, delle residenze diventa la comunicazione di una grandeur sempre più scintillante, un polo monumentale della sua potenza.

Quale altro premier ha mai potuto convocare i ministri del suo partito a casa sua? Quale altro presidente del Consiglio può imporre, raggiante, un vertice bilaterale italo russo con Vladimir Putin in un salotto, la sala del Canaletto, di una sua casa in campagna, villa Gernetto, tra l'altro destinata a sede dell'Università liberale, l'Ena della Brianza, con docenti del calibro dello stesso Putin o del direttore Vittorio Feltri noti giganti, come si è ben visto, di tale pensiero politico? E quale altro premier avrebbe potuto annunciare come ha fatto in uno dei suoi slanci di generosità peraltro solo orali e a orologeria, all'indomani del sisma abruzzese, che era disponibile a dare le sue case ai terremotati, frase rilanciata dalla Cnn e trasmessa in tutto il mondo, ma a umana memoria, nessuno ricorda che ci sia mai stato seguito alla simpatica proposta. A un premier che sogna di essere un sovrano, a un presidente del Consiglio che si comporta sempre più come un monarca, cosa manca se non proprio un castello per completare il quadro e l'iconografia?

Così, spiega chi lo conosce, è nata l'idea di Tor Crescenza, il palazzo di campagna nella capitale, garanzia di privacy con tutta quella verdura intorno, da affiancare al palazzo di città, palazzo Grazioli dotato di parlamentino in miniatura fatto allestire in una sala. A ispirare Berlusconi forse la storia di Francia, con Palais Royal, Louvre, Tuileries e Versailles, quella russa con l'Hermitage e Tsarskoye Selo, quella britannica con Buckingham, Windsor e Balmoral. "La principessa non lo mollerà mai. È l'ultimo gioiello di famiglia", ha risposto così Ferrari a chi gli chiedeva se il premier avesse in realtà comprato il maniero, intendendo per famiglia i principi Borghese che hanno dato i natali a sua moglie Sofia.

Che si tratti di un gioiello, nessun dubbio. Peccato che secondo alcuni bene informati, il maniero del 1400 non sia affatto un'aristocratica eredità. Ma sia qualcosa di più plebeo e meno ancien régime: un ottimo affare (visti gli affitti per ricevimenti gestiti spesso dalla società di catering di Marina Letta, figlia di Gianni e moglie di Roberto Ottaviani, re della ristorazione romana) di un'aggiudicazione a un'asta (cosa ancora più plebea) da parte del medesimo Ferrari. Grande amico di Previti e quindi frequentatore di Berlusconi, un viso da doge sveglio, una predilezione per la vita spericolata, pilota di elicotteri e teorico di atterraggi a dir poco turbolenti, il castellano di Tor Crescenza ha l'esistenza segnata da un incontro, quello con Raul Gardini. È il "Contadino", così veniva chiamato il genero di Serafino Ferruzzi, ad individuare Ca' Dario di proprietà di Ferrari come il più bel palazzo del Canal Grande. È sempre lui a dare l'incarico di comprarlo al finanziere Sergio Cusani, suo uomo di fiducia e poi protagonista del processo Enimont. L'affare si chiude accettando le condizioni di Ferrari, al tempo noto playboy, sfiorato da varie inchieste giudiziarie: non solo l'acquisto del palazzetto, teatro nei secoli di lutti e morti violente e con una fama di mala sorte, ma anche la maggioranza delle azioni della sua Bavaria Assicurazioni che naviga in cattive acque. Dopo la vendita, Ferrari lascia Venezia. Compra il castello, dà il via al complesso restauro, alle decorazioni (galeotti i trompe l'oeil che colorano le stanze, affidati al pennello di Sofia Borghese che diventerà poi sua moglie), e comincia la costruzione di una nuova vita, di cui Tor Crescenza è l'emblema. Una proprietà unica: a un quarto d'ora dal centro di Roma, forse meno per chi ha il privilegio di sirene e auto blu, protetta da alberi secolari, dove il Cavaliere, bisognoso di privacy, ha già organizzato con successo due cene con le sue deputate, le più dilette. Un rifugio, un luogo di relax dove essere libero, ha pensato il premier sostenuto nella sua idea dall'amico Previti, lasciando a palazzo Grazioli il ruolo di residenza ufficiale, un castello da usare come faceva Maria Antonietta con il Petit Trianon. In fondo, la corte intorno a Berlusconi certo non manca, e non pochi dei suoi componenti hanno il viso e l'allure adatti a un maniero. Sandro Bondi non sarebbe uno strepitoso esangue poeta di corte? La vasta fronte bombata di Angelino Alfano i suoi occhi di brace non risalterebbero al meglio con una gorgiera? E Nicolò Ghedini non sarebbe l'apparizione ideale tra i merli di un castello più che nei corridoi di Montecitorio? Esteticamente parlando, perfetti.

Ma intanto, l'evidente e dichiarata disapprovazione di Gianni Letta a una residenza destinata alle ore della ricreazione e delle merende, foriere di sicuri e nuovi pasticci vista la spensieratezza del premier, ha messo Tor Crescenza in stand by. Che entri o no anche il castello nel lungo elenco delle proprietà berlusconiane ("Né affitti, né vendita" ha specificato la principessa Sofia. "Sarà solo mio ospite", e questo suona a dir poco stravagante) certo è che il Cavaliere è riuscito ormai a mettere sullo stesso piano di notorietà nell'immaginario collettivo palazzo Chigi e la sua casa di Arcore come palazzo Grazioli. Così villa Certosa in Costa Smeralda è ora probabilmente più popolare e conosciuta di Castel Porziano o villa Rosebery, residenze vacanziere del capo dello Stato. Un'altra maniera, meno evidente ma più efficace, di spostare e non riconoscere le sedi delle istituzioni del Paese. Come minimo, si tratta di una sorta di revisionismo immobiliare. In attesa di un vero castello, come si conviene a un vero monarca.

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